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La violenza non ha cultura

Una manifestazione contro la violenza sulle donne a Parigi (Foto Karim Ait Adjedjou/Avenir) 
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"Bambole di pezza lanciate dentro al gruppo, dall'uno all'altro", "utilizzate a proprio piacimento e per soddisfare le proprie pulsioni, in spregio a ogni forma di rispetto della persona". Una tecnica precisa: avvicinare in due la vittima con una scusa, un complimento, la richiesta di amicizia su Instagram, creare all'improvviso grande confusione e, facendo con gli altri arrivati tutti assieme un muro umano per nascondere l'azione, a quel punto accerchiare la vittima e metterle le mani addosso. Sono racconti dettagliati e disgustosi, quelli delle ragazze, finora nove, che hanno denunciato le violenze sessuali avvenute in piazza Duomo a Milano durante i festeggiamenti per Capodanno. Una piazza piena di gente, con la polizia impegnata, ma con scarsissimi risultati, a evitare assembramenti. Gli assembramenti arrivano invece, e sono della peggior specie: bande di giovani uomini, alcuni minori - ma possiamo chiamare ragazzi dei violentatori? - che assa…

"Bambole di pezza lanciate dentro al gruppo, dall'uno all'altro", "utilizzate a proprio piacimento e per soddisfare le proprie pulsioni, in spregio a ogni forma di rispetto della persona". Una tecnica precisa: avvicinare in due la vittima con una scusa, un complimento, la richiesta di amicizia su Instagram, creare all'improvviso grande confusione e, facendo con gli altri arrivati tutti assieme un muro umano per nascondere l'azione, a quel punto accerchiare la vittima e metterle le mani addosso. Sono racconti dettagliati e disgustosi, quelli delle ragazze, finora nove, che hanno denunciato le violenze sessuali avvenute in piazza Duomo a Milano durante i festeggiamenti per Capodanno. Una piazza piena di gente, con la polizia impegnata, ma con scarsissimi risultati, a evitare assembramenti. Gli assembramenti arrivano invece, e sono della peggior specie: bande di giovani uomini, alcuni minori - ma possiamo chiamare ragazzi dei violentatori? - che assaltano ragazze dopo averle scelte tra la folla. Per rapina, ma soprattutto per abusare di loro: "violenze quasi complete", dice uno dei procuratori di Milano che lavora al caso quando in dodici vengono indagati e due fermati, che è la formula pietosa per dire che dello stupro è mancata solo la penetrazione, e chissà se le ragazze non avessero urlato, se qualcuno non avesse guardato nella loro direzione permettendo una fuga da quelle mani, cosa sarebbe successo.

 

Da giorni le violenze di piazza Duomo si portano dietro una doppia polemica: quella sulla sicurezza delle nostre città, con "bande fluide" di ragazzi che arrivano anche da altre città che calano in centro e se ne fanno padroni; e quella sulla presunta rimozione dell'origine di molti dei ragazzi identificati finora. Stranieri, nordafricani, di quelle periferie di Milano e di Torino dove si mischiano marginalità diverse ma dove non si può leggere tutto solo con il filtro della disperazione e della rabbia.

 

Si è parlato di eccessiva "timidezza" da parte dei giornali, da parte di chi si definisce democratico e di sinistra, nel riportare l'origine di molti dei ragazzi accusati: immigrati, perché avete paura a dirlo? È stato chiesto. E chi ha usato la categoria del patriarcato e ha parlato della necessità di impegnarsi per cambiare una cultura di prevaricazione maschile (vedi la segretaria del Pd di Milano Silvia Roggiani, qui intervistata da Alessia Gallione) è stata insultata. Michela Marzano su Repubblica ha scritto: "La mia ipotesi è che il problema di fronte al quale ci troviamo sia duplice. Da un lato, sembra quasi che la percezione della violenza sia meno forte quando a commetterla è un branco, piuttosto che una singola persona. Dall'altro, è come se in tanti avessero paura che la condanna di queste aggressioni commesse da giovani di origini nord-africane possa essere strumentalizzata in chiave razzista". Ha ragione Marzano, è una paura che esiste, soprattutto quando da giorni politici e politiche di centrodestra soffiano sugli istinti bassi, di pancia, "è questa l'integrazione?", chiedono. È il fenomeno, scrive Marzano, "della cosiddetta autocensura: siamo in molti - compresa la sottoscritta - a reagire immediatamente quando un branco di uomini o ragazzi bianchi aggredisce sessualmente una donna o una ragazza e poi, però, a tacere (o almeno a non prendere immediatamente la parola) quando gli autori di queste stesse violenze sono neri o immigrati, temendo che la denuncia possa aprire la porta ad attitudini xenofobe. Ma com'è erroneo immaginare che la responsabilità individuale sia minore nel caso in cui le aggressioni avvengano in branco, è del tutto sbagliato tacere quando i responsabili sono di origini nord-africane e/o immigrati: la violenza non ha né colore né origine e, per essere eradicata, la si deve sempre condannare, indipendentemente da chi la commette. Essere straniero non è né una colpa né una scusante. Anche se poi è facile, per le destre razziste, strumentalizzare alcuni fatti di cronaca e utilizzare il paralogismo della "china scivolosa": se un gruppo di giovani di origine nord-africana aggredisce alcune donne la notte di Capodanno, allora tutti gli immigrati sono delinquenti".

 

Mi autodenuncio anche io, che per prima, dall'inizio di questa storia, ho avuto paura che riportare il dato anagrafico di questi giovani uomini - immigrati o italiani di seconda generazione - trasformasse in una questione di razzismo quella che invece è e rimane una violenza di genere. Di genere e di gruppo. Chiara Valerio sulle pagine di Repubblica ha parlato proprio di questo, citando un saggio del 2016 di Luigi Zoja: "Il mondo post-moderno e post-patriarcale non è affatto post-maschile. Casomai, valorizza qualità pre-paterne del maschio: quelle di lottatore (contro i concorrenti), di cacciatore (di femmine, ma anche di successo e di reddito, richieste da una vita economica sempre più competitiva)", dice Zoja. E Valerio nota: "Ciò che riguarda le caratteristiche economiche, di censo, provenienza sociale o geografia, alterazione chimica abituale o episodica, dell'ansia delle feste che prende tutti e tutte o della vendetta per una necessità o una invidia sociale in ciascuno dei due branchi, quello di Cortina, altoborghese e bianco, e quello di Milano, piccolo o medio borghese e non solo bianco, sono secondarie riguardo l'aspetto culturale del fenomeno, quella specie di essere nella vita adulta che ripete un gioco violento e talvolta sanguinario". Io penso davvero che questa violenza sia di uomini contro donne molto prima che di uomini con una cultura diversa contro donne. Penso davvero che la chiave per provare a scardinare il meccanismo di sopraffazione sia agire sul branco e sia agire sulla marginalità delle periferie, che raccolgono giovani nordafricani e giovani meridionali ugualmente respinti dai giri bene, e che pensano di potersi prendere quei giri in gruppo, senza chiedere il permesso e usando le donne come trofeo. Non bisogna avere paura di dire che tanti dei protagonisti di questa cronaca sono figli di una immigrazione che non è ancora integrazione: ma siamo sicuri che la colpa sia dei padri degli Ahmed e Hassan, e non sia anche nostra, che per non passare per razzisti fingiamo che tutto vada bene nell'asse tra le periferie e piazza Duomo?


Il numero

53mila

Gli ultimi dati Istat sulla Sicilia sono impietosi, come raccontano sulle pagine di Repubblica Irene Carmina e Giada Lo Porto: nel 2021 si contano 53mila donne occupate in meno e, di contro, 7mila lavoratori uomini in più rispetto all'anno precedente, principalmente nell'edilizia, con il Superbonus che ha moltiplicato i cantieri, mentre crollano i settori tradizionalmente femminili come servizi, ristorazione, commercio, turismo. Il tasso di occupazione femminile nell'isola è tornato ai livelli del 2018, il 28,1%, nel 2020 era al 31,3. "In Sicilia persiste un modello respingente nei confronti di donne e giovani", osserva Alfio Mannino, segretario generale della Cgil Sicilia. Anche perché, è la denuncia, di asili pubblici e servizi per l'infanzia qui è inutile parlare.


Cosa è successo questa settimana

Foto da Arab News/Afp 

Quattro anni fa avevano ottenuto, incredibile, il diritto di guidare auto private. Adesso le donne saudite potranno guidare anche i taxi. O, per il momento, almeno prendere la "patente generale" per guidare i taxi in 18 autoscuole dell'Arabia Saudita. Una notizia annunciata via Twitter nei giorni scorsi che ha due risvolti positivi - oltre a quello ovvio, di base: avere un diritto - , come racconta Arab News: non solo sulle possibilità di occupazione femminile ma anche sulla loro sicurezza e tranquillità nel viaggiare su un taxi con una autista e non con un uomo.

Qualche settimana fa Francesca Caferri raccontava su Repubblica come in Arabia Saudita il programma di riforme Vision 2030 abbia portato fuori casa e sui luoghi di lavoro tantissime donne, tanto che in quattro anni l'occupazione femminile è raddoppiata, arrivando a quota 33%. Ma sui diritti c'è ancora tanto da fare: magari partendo dall'obbligo per le donne di indossare l'abaya, la lunga tunica che copre tutto il corpo.


Me lo segno

  • Stacey Abrams, aspirante prima governatrice afroamericana di uno Stato Usa, la Georgia; Valérie Pécresse, candidata della destra per le presidenziali in Francia; Pippa Crerar, la responsabile della redazione politica del Daily Mirror che sta dando molti grattacapi a Boris Johnson con le sue inchieste; la stand up comedian Yang Li, che con i suoi monologhi comici mette alla berlina il maschio cinese; Franziska Giffey, prima sindaca di Berlino, socialdemocratica che ha fatto parte anche dell'ultimo governo Merkel: sono loro le cinque donne da tenere d'occhio nel 2022 per D, che le racconta qui con i nostri inviati e corrispondenti.

     

  • Scarp dè tenis è lo storico giornale di strada (nato nel 1994) e sostenuto dalla Caritas che racconta la difficoltà e la speranza del vivere e non solo per strada. Il numero speciale dicembre/gennaio - che si può acquistare anche sul sito - racconta con le parole di cinque donne cinque temi: accoglienza, comunità, giustizia, solidarietà e speranza. Tra le voci c'è anche l'intervista doppia ad Amalia Ercoli Finzi, la prima donna italiana a laurearsi in ingegneria aeronautica, con la figlia Elvina, ingegnera nucleare. Che insieme dicono tutto quello che è cosa da ragazze.


Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione.

Per suggerimenti, storie e riflessioni scrivete a o.liso@repubblica.it  e a @Orialiso
Grazie,

Oriana Liso