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Caso Shalabayeva, processo di appello a Perugia: ok ad ascoltare testimonianze dei giudici romani

(ansa)
Il collegio ha riaperto la fase dibattimentale per sentire l'ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e i pm Eugenio Albamonte e Nello Rossi, che sarebbero stati "tratti in inganno" dalla polizia per consentire l'espulsione della moglie di Ablyazov
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PERUGIA - Il caso Shalabayeva riparte dalle testimonianze dei magistrati romani. È tornata in aula davanti ai giudici della corte d'appello di Perugia la vicenda del trattenimento e dell'espulsione, nella primavera di nove anni fa, della moglie del controverso dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, e di sua figlia di sei anni. Nella prima udienza, il collegio presieduto da Paolo Micheli, ha deciso di riaprire la fase dibattimentale per sentire come testimoni l'ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e i pm Eugenio Albamonte e Nello Rossi, che secondo la sentenza di primo grado, che aveva condannato sei poliziotti e un giudice di pace, sarebbero stati "tratti in inganno" dalla polizia per consentire l'espulsione della moglie di Ablyazov. Secondo i difensori degli imputati, i giudici di primo grado non hanno potuto considerare le dichiarazioni rese in istruttoria da Albamonte, in contrasto con il quadro tracciato dall'accusa.

Presenti in aula sei d…

PERUGIA - Il caso Shalabayeva riparte dalle testimonianze dei magistrati romani. È tornata in aula davanti ai giudici della corte d'appello di Perugia la vicenda del trattenimento e dell'espulsione, nella primavera di nove anni fa, della moglie del controverso dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, e di sua figlia di sei anni. Nella prima udienza, il collegio presieduto da Paolo Micheli, ha deciso di riaprire la fase dibattimentale per sentire come testimoni l'ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e i pm Eugenio Albamonte e Nello Rossi, che secondo la sentenza di primo grado, che aveva condannato sei poliziotti e un giudice di pace, sarebbero stati "tratti in inganno" dalla polizia per consentire l'espulsione della moglie di Ablyazov. Secondo i difensori degli imputati, i giudici di primo grado non hanno potuto considerare le dichiarazioni rese in istruttoria da Albamonte, in contrasto con il quadro tracciato dall'accusa.

Presenti in aula sei dei sette imputati, compresi i due superpoliziotti Renato Cortese, ex capo della squadra mobile di Roma ed ex questore di Palermo - l'uomo che ha messo le manette ai polsi a boss mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca - e l'ex capo dell'ufficio immigrazione della questura capitolina ed ex vertice della Polizia ferroviaria, Maurizio Improta. Entrambi arrivano al processo d'appello con una condanna in primo grado a 5 anni, per sequestro di persona e reati di falso ormai arrivati a prescrizione. Le pene erano state stabilite da una sentenza durissima, che il 14 ottobre 2020 aveva più che raddoppiato quelle richieste dal pubblico ministero, bollando l'espulsione della donna kazaka come "rapimento di Stato".
Imputati con una condanna in primo grado per sequestro di persona anche i poliziotti Francesco Stampacchia, Luca Armeni, Stefano Leoni e Vincenzo Tramma, mentre per la giudice di pace Stefania Lavore la condanna era stata di due anni e sei mesi per falso ideologico.

La "deportazione" e il marito dissidente

Al centro del processo, quella "extraordinary rendition" e lo scenario da "notte della Repubblica" descritti dai giudici di primo grado, che nella loro ricostruzione parlavano di uomini dello Stato che "servirono gli interessi" della "dittatura kazaka" nel caricare su un aereo e rispedire in tutta fretta al Paese d'origine la moglie e la figlia dell'ex banchiere, ricercato per truffa e associazione criminale, Ablyazov. Quest'ultimo era l'uomo destinatario di un mandato internazionale d'arresto dell'Interpol, che nella notte tra il 28 e 29 maggio 2013 i poliziotti della squadra mobile di Roma pensavano di trovare nella villa di Casal Palocco e dove invece c'erano Shalabayeva e la figlia Alua, poi espulse e rimpatriate. O per usare il tono della sentenza dell'ottobre 2020: deportate. Secondo l'accusa, invece, le due avrebbero dovuto godere delle tutele di rifugiato nel Regno Unito di cui allora avrebbe beneficiato Ablyazov. Status che però non sarebbe mai stato inserito nelle banche dati dell'Interpol e quindi impossibile da conoscere da parte della polizia consultando quegli archivi informatici.


Per le difese degli imputati, l'ex ministro del despota Nazarbayev e poi dissidente, che in una recente intervista a Repubblica ha sostenuto di essere il regista delle proteste in Kazakistan, è la figura centrale del processo, perché senza di lui nella sala "Goretti" del Palazzo del capitano del popolo di Perugia non si starebbe celebrando un processo. Ora rifugiato politico a Parigi, Ablyazov chiederà di essere ammesso come parte civile al processo anche per il secondo grado di giudizio.


Per la corte d'appello di Perugia sarà cruciale stabilire se all'epoca dei fatti, a maggio 2013, il Kazakistan fosse davvero la dittatura descritta nella sentenza firmata dal collegio presieduto da Giuseppe Narducci. E quindi se Alma Shalabayeva e la figlioletta di sei anni vennero rimpatriate verso un Paese che agiva in violazione dei diritti umani.


Poliziotti riabilitati dal Viminale

Il meridiano di Perugia si trova a metà strada tra magistratura e governo, che sull'affaire Shalabayeva si sono espresse in valutazioni agli antipodi. E tra le prime richieste delle difese degli imputati, che hanno sempre contestano la ricostruzione dei giudici di primo grado e puntano ora a ribaltare il precedente verdetto, c'è stata l'acquisizione agli atti del processo del recente parere del ministero dell'Interno in risposta a un'interrogazione del deputato dem Carmelo Miceli. A tre giorni dall'apertura del processo d'appello, il sottosegretario Nicola Molteni ha affermato che quell'espulsione fu gestita nel rispetto delle regole e, in sostanza, la donna kazaka, che portava con sé un passaporto falso, non aveva rivelato la sua vera identità, oltre a non avere chiesto di beneficiare della protezione internazionale.


Con le interpellanze "si è confermato quanto già emerso nel 2013, che le procedure sono state corrette", ha ribadito in aula l'avvocato Ester Molinaro, difensore di Renato Cortese insieme al professor Franco Coppi, argomentando la richiesta che poi non è stata accordata dalla corte di Perugia, che ha ridotto le valutazioni del ministero a "punti di vista" espressi "con tempistiche non comprensibili".


Magistrati romani come testimoni

Oltre ai tre magistrati romani, da una delle difese la richiesta di sentire anche l'ex pm Luca Palamara alla luce di quanto pubblicato sul caso nel suo libro 'Il Sistema'. "Sono andato a rileggermi le pagine del libro che riguardano questo caso, ma a me sembrano chiacchiere", ha detto il sostituto procuratore generale Claudio Cicchella.


"Questo è un processo che suscita molta attenzione. Il clima in questo processo è cambiato, e noi dobbiamo rimanere con il baricentro sui fatti", ha scandito in aula il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, che si è opposto su tutti i fronti alle richieste delle difese, a partire dalla riapertura del dibattimento