“Sono tetraplegico, lasciatemi morire”. Nelle Marche un altro caso in tribunale
di Maria Novella De Luca , di Maria Novella De LucaOtto anni fa Antonio è sceso per sempre dalla sua - amatissima - moto. Uno schianto e la sua vita "di corsa" che si trasforma in una vita immobile, è salvo ma tetraplegico, i suoi confini diventano un letto, una carrozzina, una terrazza per respirare e guardare l'orizzonte. "Era il 14 giugno del 2014 e se allora, all'inizio, quell'esistenza mi sembrava possibile, oggi la mia condizione è diventata insopportabile". Antonio ha 44 anni, è, anzi era, un ragazzo forte e atletico, moto, auto, viaggi e libertà le sue parole d'ordine. A settembre del 2020 ha chiesto all'Asur Marche, cioè l'azienda sanitaria unica della sua regione, di poter morire con il suicidio assistito, così come previsto dalla Corte Costituzionale dopo il caso di Dj Fabo e l'assoluzione di Marco Cappato nel 2019.
Sedici mesi dopo Antonio non ha ricevuto risposta. Oggi il tribunale di Ancona dovrà decidere se obbligare…
Otto anni fa Antonio è sceso per sempre dalla sua - amatissima - moto. Uno schianto e la sua vita "di corsa" che si trasforma in una vita immobile, è salvo ma tetraplegico, i suoi confini diventano un letto, una carrozzina, una terrazza per respirare e guardare l'orizzonte. "Era il 14 giugno del 2014 e se allora, all'inizio, quell'esistenza mi sembrava possibile, oggi la mia condizione è diventata insopportabile". Antonio ha 44 anni, è, anzi era, un ragazzo forte e atletico, moto, auto, viaggi e libertà le sue parole d'ordine. A settembre del 2020 ha chiesto all'Asur Marche, cioè l'azienda sanitaria unica della sua regione, di poter morire con il suicidio assistito, così come previsto dalla Corte Costituzionale dopo il caso di Dj Fabo e l'assoluzione di Marco Cappato nel 2019.
Sedici mesi dopo Antonio non ha ricevuto risposta. Oggi il tribunale di Ancona dovrà decidere se obbligare, in via giudiziaria, l'azienda sanitaria delle Marche ad effettuare su Antonio quelle visite mediche necessarie a stabilire se la sua situazione rientra nei parametri indicati dalla Corte Costituzionale per accedere al suicidio assistito. (Essere cioè pienamente consapevoli della scelta, vivere una patologia irreversibile con sofferenze insostenibili ed essere dipendente da trattamenti di sostegno vitale).
Racconta Antonio: "Sapete, prima lavoravo, avevo degli hobby, mi divertivo con gli amici, non avevo bisogno di nessuno e di niente, facevo tutto da me. Oggi chiedo il suicidio assistito perché la mia condizione è insopportabile. Devo chiedere aiuto per qualsiasi cosa, da un semplice bicchiere d'acqua al vestirmi. Questa è la cosa che mi fa più male: dover chiedere in continuazione, non essere più autonomo, io che sono sempre stato libero di fare quello che volevo". Parole che Antonio ci aveva consegnato in vista dell'udienza di oggi, prima che un'altra tragedia si aggiungesse alla sua tragedia. Antonio è stato contagiato dal Covid, è in terapia intensiva. "E lui che dopo tanta sofferenza non voleva morire in solitudine ma dolcemente - dice accorata Filomena Gallo, segretaria dell'Associazione Coscioni e sua avvocata insieme ad un collegio difensivo ampio - vicino ai suoi genitori e ai suoi due fratelli, lui che sarebbe potuto andare in Svizzera, ma ha creduto nell'Italia, rischia di morire nel dolore di un letto di ospedale senza nessuno accanto".
Perché ciò che sta accadendo nelle Marche, dove sono già due i casi di richiesta di suicidio assistito, è davvero grave. Il primo è Mario - ricordate - il camionista di 44 anni cui dopo una lunga battaglia portata avanti con i legali dell'Associazione Luca Coscioni, il comitato etico dell'Asur Marche ha riconosciuto che possiede i requisiti per poter accedere all'aiuto al suicidio assistito. Era il novembre scorso, sembrava che sul fronte dei diritti civili l'Italia avesse fatto un passo in avanti. Niente affatto. La paura (forse) di dover effettivamente dare seguito a quella decisione e aiutare Mario a morire, ha fatto sì che la procedura si arenasse sulla verifica del farmaco letale, in un palleggio, forse strumentale, di responsabilità e burocrazie. Adesso sempre nelle Marche si è aperto il secondo fronte, quello di Antonio, anche questo un nome di fantasia per proteggere la privacy di storie così sensibili.
Gallo, che oggi sarà in aula ad Ancona, sottolinea il carattere di Antonio. "Antonio ha fatto una scelta lucida, dovreste vedere la casa in cui vive, al piano di sopra dei suoi genitori, una casa senza barriere architettoniche, con ogni tipo di strumentazione tecnologica da lui ideata per poter muoversi, tutto sommato, in libertà. Una persona che fino a quando lo ha ritenuto sopportabile ha scelto di vivere. Diceva, anzi, ho avuto la vita più bella che potessi desiderare".
Poi il ricovero in terapia intensiva. "L'Asur Marche, che per Antonio abbiamo anche denunciato penalmente per omissione di atti d'ufficio, è gravemente inadempiente. Addirittura - incalza Filomena Gallo - ha affermato che senza la trasformazione in legge della sentenza della Consulta, il suicidio assistito non può essere richiesto. Evidente falsità perché quella sentenza, come sappiamo, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, è immediatamente applicabile. La verità è che manca la volontà politica di rispettare la volontà dei malati".
"Provo disagio e tristezza. Ho dolori alla schiena e alle spalle, al sedere, stando sempre nella stessa posizione. Le cure palliative non voglio nemmeno provarle - confessa Antonio - mi alleggerirebbero il dolore fisico ma quello mentale no. Cosa faccio? Pranzo con i miei genitori, ho sempre avuto un ottimo rapporto con la mia famiglia che si è fortificato dopo l'incidente. Poi mi rimetto a letto. Così, sempre. Io che ho avuto una vita così bella, tante soddisfazioni, oggi mi limito a sopravvivere. Andare in Svizzera? Era il mio primo progetto, poi ho scoperto grazie a Marco Cappato, che si poteva fare anche in Italia. Ma ci penso ancora".
Sul giorno dell'addio Antonio ha parole semplici: "Sì, soffriranno, c'è sempre dolore nel privarsi di chi si ama, ma abbiamo parlato e comprendono e rispettano la mia scelta. Il mio ultimo appello però è per giudici e la politica: fate qualcosa perché ognuno sia libero di poter decidere della propria vita".