I Savoia fanno causa: “Lo Stato restituisca i gioielli di famiglia"
di Francesco De Leo , di Francesco De Leol principe Vittorio Emanuele e le principesse Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, i quattro figlied eredi di Umberto II, citeranno in giudizio tra poco più di una settimana la presidenza del Consiglio, il ministero dell'Economia e la Banca d'Italia per la restituzione delle "gioie della Corona", custodite da 75 anni nella sagrestia di Banca d'Italia. "Le abbiamo provate tutte", dice l'avvocato Sergio Orlandi, legale di Casa Savoia, "ma il tentativo di mediazione è stato infruttuoso. Si è presentato all'incontro solo il rappresentante della Banca d'Italia. La presidenza del Consiglio e il ministero dell'Economia in una lettera, che mi è stata mostrata, asseriscono che la proprietà dei preziosi è dello Stato". Per l'avvocato Orlandi, invece, "sono beni della famiglia che devono essere restituiti ai legittimi proprietari, e lo dimostreremo citando in giudizio lo Stato&quo…
l principe Vittorio Emanuele e le principesse Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, i quattro figlied eredi di Umberto II, citeranno in giudizio tra poco più di una settimana la presidenza del Consiglio, il ministero dell'Economia e la Banca d'Italia per la restituzione delle "gioie della Corona", custodite da 75 anni nella sagrestia di Banca d'Italia. "Le abbiamo provate tutte", dice l'avvocato Sergio Orlandi, legale di Casa Savoia, "ma il tentativo di mediazione è stato infruttuoso. Si è presentato all'incontro solo il rappresentante della Banca d'Italia. La presidenza del Consiglio e il ministero dell'Economia in una lettera, che mi è stata mostrata, asseriscono che la proprietà dei preziosi è dello Stato". Per l'avvocato Orlandi, invece, "sono beni della famiglia che devono essere restituiti ai legittimi proprietari, e lo dimostreremo citando in giudizio lo Stato". Ma cosa sono le "gioie della Corona"? Trovano origine nell'articolo 19 dello Statuto albertino del 4 marzo 1848, in esecuzione del quale è emanata la Regia legge 16 marzo 1850, n. 1004, concernente: "Dotazione del Re e condizioni di godimento dei beni costituenti la dotazione della Corona". A questa legge, probabilmente, si affiderà l'avvocatura dello Stato, visto che all'articolo 1 si parla di "dotazione" (non di "proprietà", dunque) "di cui il Re dovrà godere durante il suo regno".
Più avanti nel tempo, dopo l'assassinio di re Umberto I, la sua consorte regina Margherita, che quei preziosi aveva avuto in dono dal re, decise di consegnarli a sua nuora, la regina Elena. All'atto della caduta della monarchia, tutti i beni rientrarono nella disponibilità dell'amministrazione delle Finanze. Furono in parte assegnati alla dotazione del presidente della Repubblica. La parte restante, tra cui le gioie della Corona, appunto, fu invece assegnata al ministero delle Finanze perché provvedesse alla destinazione definitiva dei beni medesimi. Che però non è mai avvenuta.
Che valore hanno? "Sono senz'altro di inestimabile valore, i gioielli di provenienza reale hanno ormai raggiunto quotazioni stellari, basti vedere le recentissime aste", dice Imelde Corelli Grappadelli, designer d'arte e scultrice orafa. Gianni Bulgari quei gioielli li ha visti in un'ispezione nel 1976, e al telefono dice: "Ricordo la mia delusione e di aver detto: possibile che il tesoro della Corona sia questo?".
Perché sono in Banca d'Italia? Re Umberto II affidò le gioie a Luigi Einaudi perché fossero "consegnate poi a chi di diritto". L'allora governatore della Banca d'Italia colse in quelle parole la dimostrazione di molto scrupolo, "in quanto", scriverà nei suoi diari, "potrebbe ritenersi che le gioie spettano non al demanio dello Stato, ma alla Famiglia Reale".
Oggi la figlia del Re gentiluomo, Maria Gabriella, "è stupita", fa sapere lo storico Aldo Mola. "Pensi che non ha mai neanche potuto vederli, quei gioielli, malgrado le sue più che comprensibili richieste a Banca d'Italia". I preziosi - una quindicina di gioielli ricchi di brillanti, perle e diamanti - sono racchiusi in un astuccio in pelle nera con chiusura a chiave delle dimensioni di cm. 39x31x20, rivestito di carta catramata e sigillato. Il saggista Giovanni Artieri, nel suo Cronaca del Regno d'Italia, scrive che Einaudi nel corso della consegna avrebbe detto: "Ma perché non se li porta via? È tutta roba sua". Non ci resta che aspettare ancora.