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Imprenditore denuncia la 'ndrangheta. Ma i risarcimenti promessi dallo Stato non arrivano

Il grido di allarme di Tiberio Bentivoglio, che aspetta da anni gli aiuti promessi per ricominciare l'attività dopo gli attentati. "Perché non mi sostengono, dandola così di vinta alle cosche in Calabria?". A trent'anni dalla prima richiesta di pizzo la vittima, sopravvissuta anche a un tentato omicidio, rischia di perdere tutto
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"Trent'anni fa è cominciato il nostro calvario contro la 'ndrangheta. Era il 1992. Oggi rischiamo di perdere la nostra casa, ce la stanno per pignorare e mettere all'asta, non sappiamo più come pagare i nostri debiti. I soldi che lo Stato ci deve in quanto vittime di mafia arrivano anni e anni dopo e noi ora rischiamo di finire in strada, senza lasciare nulla ai nostri figli. E questo perchè? Perché abbiamo detto no al pizzo 30 anni fa. Mi spiace, non ci sto. Non è giusto. Lo Stato non può lasciarci soli contro un mostro gigantesco come la mafia".

L'allarme

Il grido di dolore e di allarme che i coniugi Tiberio ed Enza Bentivoglio lanciano fa venire la pelle d'oca perché mette a nudo uno Stato capace di fare proclami, di esprimere solidarietà quando accade qualcosa a chi si ribella alla mafia, di organizzare fiaccolate ma poi, quando deve giocare in attacco, proteggere chi dice no, si blocca di fron…

"Trent'anni fa è cominciato il nostro calvario contro la 'ndrangheta. Era il 1992. Oggi rischiamo di perdere la nostra casa, ce la stanno per pignorare e mettere all'asta, non sappiamo più come pagare i nostri debiti. I soldi che lo Stato ci deve in quanto vittime di mafia arrivano anni e anni dopo e noi ora rischiamo di finire in strada, senza lasciare nulla ai nostri figli. E questo perchè? Perché abbiamo detto no al pizzo 30 anni fa. Mi spiace, non ci sto. Non è giusto. Lo Stato non può lasciarci soli contro un mostro gigantesco come la mafia".

L'allarme

Il grido di dolore e di allarme che i coniugi Tiberio ed Enza Bentivoglio lanciano fa venire la pelle d'oca perché mette a nudo uno Stato capace di fare proclami, di esprimere solidarietà quando accade qualcosa a chi si ribella alla mafia, di organizzare fiaccolate ma poi, quando deve giocare in attacco, proteggere chi dice no, si blocca di fronte a una burocrazia farraginosa che rallenta tutto (a livello processuale ed economico) e fa sentire solo e abbandonato chi ha scelto di affidarsi a lui e non alla 'ndrangheta.

L'inizio del calvario

Nel 1992 la 'ndrangheta - esponenti della 'ndrina Libri di Cannavò alleati con i De Stefano di Archi, il cui boss è stato arrestato qualche settimana fa - si presenta nel negozio di articoli sanitari dei coniugi Bentivoglio e, senza mezzi termini, chiede di pagare il pizzo per non vedere la propria attività bruciare. Gli imprenditori dicono no e da quel momento una serie di attentati incendiari si susseguono nel tempo: prima l'attività commerciale di Reggio Calabria, poi il capannone che funge da deposito dei prodotti, la macchina, gli attrezzi da lavoro agricoli. Il tutto intervallato da minacce, insulti, richieste continue di soldi per porre fine a quella guerra.

Il tentato omicidio

Bentivoglio denuncia sempre tutto, non paga il pizzo e ogni volta che si trova davanti gli scagnozzi della 'ndrina risponde sempre allo stesso modo. "Io i soldi non ve li do, e ora vi faccio un'altra denuncia". Nel 2011 mentre torna da un campo agricolo, dove trascorre il suo tempo libero, non lontano da Reggio Calabria, sta per salire in macchina quando alle spalle viene raggiunto da sei colpi di pistola. "Quando si dice sono vivo per miracolo - spiega l'imprenditore - è proprio questo il caso. Uno dei proiettili, sparato all'altezza del petto, resta infatti incastrato nel marsupio che porto sempre a tracolla sulla schiena". Altri due si conficcano nella sua gamba destra, lesionano struttura ossea e muscolare, e da quel giorno non camminerà mai più come prima.

L'ultimo attentato

L'ultimo attentato incendiario che subisce avviene nel 2016 perché poi cominciano i processi per le sue denunce che portano in carcere diverse persone, alcuni dibattimenti finiscono con condanne, altri vanno in prescrizione. "Attualmente in corso ce ne sono due ancora pendenti, spero di avere la soddisfazione di vedere che paghino per quanto hanno fatto, sarebbe un segnale importantissimo per gli imprenditori della mia terra vedere che alle denunce seguono atti concreti della giustizia". Ad oggi però, Bentivoglio attende ancora il risarcimento per quel rogo che distrusse tutto.

I soldi dallo Stato

Negli anni l'imprenditore perde tutto e ogni volta si rialza. Grazie a prestiti di amici e parenti apre una seconda attività, nel centro di Reggio Calabria, sempre di articoli sanitari e riesce a prendere un altro deposito, un capannone confiscato alla mafia. "Non avrei mai permesso alla 'ndrangheta di vincere, andandomene dalla mia terra e dando il messaggio che scappavo pur di non soccombere". Secondo la legge 44/99 - ovvero quella che si occupa di "elargizione a favore dei soggetti danneggiati da attività estorsive" - deve avere soldi, ma quel denaro arriva a 3, a volte 4 anni, dalla richiesta e questo provoca un tracollo finanziario e un accumulo di debiti. Nel caso dell'ultimo attentato avvenuto nel 2016, a distanza di 6 anni, la somma persa non è mai stata corrisposta.

Il tracollo e la solitudine

Le banche non gli concedono più crediti, finisce nella lista nera dei cattivi pagatori e questo comporta che, a differenza di quanto faceva prima che iniziasse il calvario, non può più partecipare ad appalti pubblici per vendere i suoi prodotto. Bloccato su ogni fronte. Nel 2016 gli notificano che, se non risana la sua posizione economica, potrebbero cominciare l'iter di pginoramento della casa. Cosa che accade qualche mese dopo la comunicazione verbale, malgrado la presentazione di tutto il carteggio degli attentati e dei danni economici subìti, ora di 90mila euro, ora di 60, ora di 100mila, mai risarciti per intero dallo Stato. Si rivolge al governo di allora e si riesce a ottenere una proroga al pignoramento. Ma i risarcimenti non arrivano e l'iter va avanti.

L'audizione in Antimafia

Bentivoglio è stato audito negli anni diverse volte dalla Commissione Parlamentare Antimafia, l'ultima il 6 dicembre dello scorso anno. Il presidente Nicola Morra e tutta la commissione all'uninimità ha deliberarato per chiedere al Viminale di azzerare tutti i debiti legati agli attentati subiti e di stoppare (non di sospendere come fu fatto in passato) l'iter per la vendita all'asta dell'unico bene che ancora gli è rimasto, la sua casa a Reggio Calabria. Un modo per poter mostrare alle mafie, tutte, che coloro che la combattono non sono soli e che è davvero possibile vincere. Diversamente ogni proclama pubblico suonerebbe come una beffa.