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Covid, i ventenni più vaccinati dei cinquantenni: "Noi un esempio, vogliamo riprenderci la vita"

(ansa)

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Gli esperti: "Lo fanno per incidere nel presente, per proteggere sé stessi e i nonni, hanno i loro nomi tatuati addosso. E non si fanno condizionare dalle teorie No Vax"
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Non è la paura della malattia a spingerli verso il vaccino, perché se si infettano non rischiano gravi conseguenze. Non sono nemmeno le misure restrittive, come l’obbligo del Green Pass per lavorare, perché non li riguardano. Piuttosto a muoverli è il desiderio di riprendere in mano la propria vita e soprattutto di incidere per migliorare il mondo che verrà. La campagna vaccinale sta insegnando qualcosa su quale distanza ci sia in questa difficile fase storica tra il modo di pensare dei giovani e quello degli adulti.

Nel nostro Paese i ventenni che non hanno fatto nemmeno una dose sono il 7,6% del totale, un dato che scende sotto al 6% se non si contano coloro che hanno avuto l’infezione negli ultimi sei mesi. I cinquantenni che non hanno ricevuto somministrazioni sono il 9,9%, numero che senza i positivi arriva più o meno all’8,5%. E questo malgrado i rischi di andare incontro a una forma grave di malattia e malgrado la leg…

Non è la paura della malattia a spingerli verso il vaccino, perché se si infettano non rischiano gravi conseguenze. Non sono nemmeno le misure restrittive, come l’obbligo del Green Pass per lavorare, perché non li riguardano. Piuttosto a muoverli è il desiderio di riprendere in mano la propria vita e soprattutto di incidere per migliorare il mondo che verrà. La campagna vaccinale sta insegnando qualcosa su quale distanza ci sia in questa difficile fase storica tra il modo di pensare dei giovani e quello degli adulti.

Nel nostro Paese i ventenni che non hanno fatto nemmeno una dose sono il 7,6% del totale, un dato che scende sotto al 6% se non si contano coloro che hanno avuto l’infezione negli ultimi sei mesi. I cinquantenni che non hanno ricevuto somministrazioni sono il 9,9%, numero che senza i positivi arriva più o meno all’8,5%. E questo malgrado i rischi di andare incontro a una forma grave di malattia e malgrado la legge sull’obbligo vaccinale. Dal primo febbraio gli over 50 non vaccinati saranno sanzionati e dal 15 si potrà lavorare solo con il Super Green Pass.

La prima differenza tra ventenni e cinquantenni nell’approccio alla vaccinazione la spiega Davide Bennato, sociologo dei media digitali dell’Università di Catania. "I ragazzi parlano della vaccinazione sui loro social come Tiktok o Instagram ma senza contrapposizioni, in generale sono a favore. In molti non capiscono che la pandemia per loro ha rappresentato un tale cambiamento personale, ha avuto un tale impatto sulla socialità, da spingerli a fare qualcosa in prima persona. Sono stati coinvolti. I cinquantenni in qualche modo sono più cinici e distaccati rispetto al problema", e litigano di più tra loro con toni anche pesantissimi quando si trovano sui social. C’è anche una questione generazionale, dice ancora Bennato. "I ventenni vivono in una società che li ha dimenticati, non sono presenti sulla scena pubblica. Loro invece hanno voglia di entrarci. Per questo, ad esempio, ha avuto successo il movimento Fridays for future".

Il demografo Alessandro Rosina della Cattolica di Milano porta ancora più avanti il concetto: "In un mondo che cambia, i ragazzi, che sono oltre le ideologie, si vogliono porre come parte attiva delle soluzioni, perché hanno tutto quel mondo da vivere. Non possono solo mettersi in difesa rispetto al presente".

Parla di responsabilizzazione Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta presidente della fondazione Minotauro di Milano, che si occupa di adolescenti e giovani adulti. "Hanno capito la situazione e appena è stato possibile vaccinarsi lo hanno fatto. Non ci dimentichiamo che si tratta di una generazione tendenzialmente molto legata ai nonni. I ragazzi spesso sono stati accuditi da loro quando erano piccoli. È un fatto che mi ha molto sorpreso: ci sono ragazzi e ragazze con i nomi dei nonni tatuati".

Visto che gli anziani sono i più fragili di fronte al virus, i loro nipoti si sono protetti anche per ridurre la circolazione che li mette in pericolo. "Poi – aggiunge Lancini – non dobbiamo dimenticare che per i ventenni le restrizioni hanno comportato un grosso sacrificio, anche se si è parlato soprattutto delle scuole, dove vanno bambini e adolescenti. Anche gli universitari invece hanno sofferto enormemente. Volevano ripartire e non tanto e non solo per andare in discoteca o divertirsi ma proprio per far ricominciare la socializzazione".

Margherita Tacchetti ha 24 anni e studia legge a Bologna. "Sì, ho fatto tre dosi – dice – È stata una liberazione, in un certo senso. E un’emozione. Il vaccino l’ho fatto perché credo nella scienza, oltre che per poter essere più libera. Discussioni con coetanei contrari? Non ne ho fatte. Sono i miei genitori a litigare con i loro amici non vaccinati". Per Matteo Atticciati, 23 anni, iscritto a Scienze Politiche a Firenze "il vaccino è la cosa migliore per proteggere me stesso e chi mi sta attorno. Ci abbiamo tenuto a dimostrare responsabilità in momento di crisi, anche in barba a critiche e stoccate da parte di politici o presunti esperti. Coetanei non vaccinati? Ne conosco pochissimi e si tratta di ragazzi che hanno paura, non ne fanno una questione politica o ideologica. Tutti gli altri sono ben contenti responsabilità civile impedire di far circolare il virus".

E i cinquantenni? Secondo Alessandro Rosina "alcuni possono aver maturato insoddisfazione e frustrazione rispetto alla realtà in cui vivono. Possono non accettare le regole di un mondo in cui non si riconoscono già per altri motivi. Diciamo che l’insoddisfazione sociale e personale fanno maturare una forma di resistenza. E questo diventa anche un senso di appartenenza a un gruppo che sviluppa un senso di identità alternativa. I giovani invece non si vogliono contrapporre con un mondo che cambia ma lo vogliono capire, sperimentare".