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L'assurdo caso dell'afghano Bigzad: "Espulso perché entrato illegalmente in Italia", ma era arrivato da Kabul col ponte aereo

La miopia della burocrazia italiana: il 27 enne è stato portato il 27 agosto con l'aereo militare, ma a dicembre la prefettura di Venezia ne ha chiesto il rimpatrio immediato 
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Vi ricordate il ponte aereo di Kabul? Era metà agosto, i talebani si erano presi la città, all'aeroporto Karzai si accalcavano migliaia di disperati e il mondo seguiva con apprensione una delle evacuazioni più drammatiche dai tempi della caduta di Saigon. L'Italia fu tra le prime nazioni europee a far volare i C-130 per salvare gli afghani che avevano collaborato con il nostro contingente militare o comunque che, col nuovo regime, rischiavano la vita. Siamo andati noi a prenderli e portarli qui, per sacrosanti motivi umanitari. Eppure, neanche quattro mesi dopo, la miope macchina della burocrazia italiana si è dimenticata di tutto: degli sforzi fatti per dare un futuro dignitoso a 5 mila afghani e di come quel Paese sia rimpiombato nell'oscurantismo talebano. E così capita che un 27 enne afghano sceso dal velivolo dell'Aeronautica a Fiumicin…

Vi ricordate il ponte aereo di Kabul? Era metà agosto, i talebani si erano presi la città, all'aeroporto Karzai si accalcavano migliaia di disperati e il mondo seguiva con apprensione una delle evacuazioni più drammatiche dai tempi della caduta di Saigon. L'Italia fu tra le prime nazioni europee a far volare i C-130 per salvare gli afghani che avevano collaborato con il nostro contingente militare o comunque che, col nuovo regime, rischiavano la vita. Siamo andati noi a prenderli e portarli qui, per sacrosanti motivi umanitari. Eppure, neanche quattro mesi dopo, la miope macchina della burocrazia italiana si è dimenticata di tutto: degli sforzi fatti per dare un futuro dignitoso a 5 mila afghani e di come quel Paese sia rimpiombato nell'oscurantismo talebano. E così capita che un 27 enne afghano sceso dal velivolo dell'Aeronautica a Fiumicino venga espulso con l'assurda motivazione di essere "entrato illegalmente nel territorio dello Stato italiano".

Il protagonista di una disavventura kafkiana che racconta molto di quale groviglio sia la procedura dell'immigrazione si chiama Bigzad Shafiullah. Dice di aver preso parte alla resistenza di Massoud nella valle del Panshir nell'estate del 2020, dopo la morte di suo padre. Quando i talebani conquistano Kabul, va all'aeroporto e dopo quattro giorni di ressa riesce a superare il gate e a salire sul volo militare italiano. Arriva a Roma il 27 agosto. "Dopo avermi preso le impronte, mi hanno portato a Settimo Torinese per la quarantena". Suo cugino lavora a Torino per il ministero della Difesa e forse anche per questo lo trasferiscono in Piemonte. Lui, come altri passeggeri di quel volo, dichiara a voce di voler chiedere la protezione internazionale.

Bigzad, però, terminato l'isolamento attraversa il confine con la Francia. Prima tappa Parigi, seconda tappa Calais, la costa da cui i migranti tentano la traversata della Manica. "Volevo raggiungere uno dei miei fratelli a Londra", ricorda. I gendarmi francesi lo fermano, lo mettono in un centro di detenzione per settimane e il 9 dicembre lo rispediscono in Italia con un volo per Venezia, seguendo i dettami del regolamento di Dublino che prevede che la domanda di asilo sia presentata nel Paese Ue di primo approdo. Da qui in poi, Bigzad - che non parla una parola di italiano ed è disorientato - per il sistema non è più uno degli afghani che lo Stato italiano ha salvato: è un clandestino da rimpatriare.

Lo stesso giorno del rientro in Italia, infatti, il prefetto di Venezia emette il provvedimento di espulsione con accompagnamento coatto alla frontiera. Scrive: "Il cittadino straniero è entrato nel teritorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera; faceva ingresso illegale manifestando successivamente la volontà di chiedere la protezione internazionale senza mai aver formalizzato l'istanza e allontanandosi dal territorio nazionale". Del fatto che sia stato trasportato da Kabul a Roma dalle istituzioni italiane, nel provvedimento, non c'è traccia. Bigzad viene espulso, nonostante il Paese in cui lo si vuole rimandare non sia esattamente un'oasi di democrazia e sicurezza. Il questore di Venezia, poi, ritenendo che Bigzad possa fuggire, ordina di chiuderlo subito nel Cpr di Gradisca di Isonzo. E lì rimane per 26 giorni. "Per due settimane ho dormito in una stanza con altre 13 persone, non avevo vestiti per cambiarmi, non c'era il riscaldameno".

Per sua fortuna, si interessa del suo caso Caterina Bove, avvocata socia dell'Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione. Nell'udienza di convalida del trattenimento nel Cpr davanti al Tribunale di Trieste, la vicenda si sbroglia in un attimo. La giudice Michela Bortolami l'8 gennaio ordina la liberazione immediata di Bigzad, ricordando alla questura di Gorizia di "assicurargli le forme di accoglienza prescritte dalla legge". Aggiunge di non ritenere rilevante quel foglio notizie dell'ufficio di polizia di frontiera, datato 9 dicembre 2021 (il giorno del rientro in Italia dalla Francia) e da cui risultava che il 27 enne non volesse ottenere asilo in Italia, poiché "non è stato assistito da interprete nella compilazione del modulo". Infine, la giudice sottolinea ciò che dovrebbe essere ovvio: "I motivi posti a fondamento della sua domanda (di asilo, ndr) non appaiono manifestatamente infondati, alla luce della nota situazione di gravissima crisi umanitaria dell'Afghanistan, dopo la presa del potere dei talebani".

Gianfranco Schiavone, presidente di Consorzio italiano di Solidarietà, commenta: "La storia di Bigzad non è irripetibile, ma l'esempio di come la macchina delle espulsioni e dei trattenimenti opera come un meccanismo impazzito fuori controllo. In grado di colpire le persone più deboli e assolutamente inefficace nell'eseguire le espulsioni di chi è veramente pericoloso".