Caso Attanasio, la madre Alida: "Ora il Pam parli, deve smettere di trincerarsi dietro l'immunità. Mi fido dei nostri inquirenti ma sembrerebbe proprio un atto premeditato"
di Raffaella Scuderi , di Raffaella ScuderiAlida Attanasio è la madre di Luca, l'ambasciatore italiano a Kinshasa. Settantaquattro anni ed ex impiegata, da quasi un anno piange suo figlio ucciso in un'imboscata nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) mentre andava a visitare un Progetto del Programma alimentare mondiale a Rutshuru nel Nord Kivu. Un dolore che neanche le ultime buone notizie dalla Procura di Roma riescono a lenire. E' una donna stanca di soffrire. Quando ricorda Luca, la sua voce ferma e lucida, si incrina.
Rocco Leone e Mansour Rwagaza, rispettivamente il vice direttore del Pam in Rdc e l'addetto alla sicurezza dell'agenzia Onu, entrambi in missione con l'ambasciatore, sono i…
Alida Attanasio è la madre di Luca, l'ambasciatore italiano a Kinshasa. Settantaquattro anni ed ex impiegata, da quasi un anno piange suo figlio ucciso in un'imboscata nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) mentre andava a visitare un Progetto del Programma alimentare mondiale a Rutshuru nel Nord Kivu. Un dolore che neanche le ultime buone notizie dalla Procura di Roma riescono a lenire. E' una donna stanca di soffrire. Quando ricorda Luca, la sua voce ferma e lucida, si incrina.
Rocco Leone e Mansour Rwagaza, rispettivamente il vice direttore del Pam in Rdc e l'addetto alla sicurezza dell'agenzia Onu, entrambi in missione con l'ambasciatore, sono indagati per omicidio colposo. Lo ha fatto sapere mercoledì la Procura di Roma a chiusura delle indagini preliminari . "Avrebbero attestato il falso - si legge negli atti - al fine di ottenere il permesso dagli uffici locali del Dipartimento di sicurezza dell'Onu, indicando nella richiesta di autorizzazione alla missione, al posto dei nominativi dell'ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci, quelli di due dipendenti Pam così da indurre in errore gli uffici in ordine alla reale composizione del convoglio e ciò in quanto non avevano inoltrato la richiesta, come prescritto dai protocolli Onu, almeno 72 ore prima".
Per gli inquirenti italiani ora gli indagati sono due. Si è aggiunto Rocco Leone. Cosa ne pensa di questi ultimi sviluppi?
"Mi fido della magistratura italiana e del fatto che stia facendo il possibile per ottenere la verità. E' venuto il momento che il Pam parli. Che smetta di trincerarsi dietro l'immunità e collabori con le indagini".
Ha avuto un po' di sollievo?
"No. L'unica cosa che chiediamo è smettere di soffrire così tanto. Desideriamo andare avanti e occuparci del futuro delle nostre nipotine, le figlie di Luca".
A distanza di un anno cosa le manca di più di suo figlio?
"Dove entrava lui, arrivava un raggio di sole. Mi mancano le sue telefonate quotidiane. E i filmati che ci mandava regolarmente della vita in famiglia a Kinshasa. Era un appassionato di riprese. Lui mi faceva sempre sentire al sicuro. Era rassicurante, perché era un ottimista. Per lui c'era sempre una soluzione. Impossibile che passasse inosservato, anche solo per la sua vitalità e il suo entusiasmo"
Secondo la Procura, Leone e Rwagaza sono 'colpevoli' di omissione e di negligenza. Non hanno informato le forze Monusco cinque giorni prima, preposte alla sicurezza, e hanno detto il falso sui nomi del convoglio per "ottenere il permesso dagli uffici locali". Che opinione si è fatta di questa apparente cialtroneria organizzativa?
"Reputo un'assurdità che si siano dimenticati. Era un viaggio organizzato da tempo. Mi fido dei nostri inquirenti e attendo le loro conclusioni, ma sembrerebbe proprio un atto premeditato".
Suo figlio può non aver tenuto conto della situazione della sicurezza in quella strada?
"Questo è impossibile. Luca era un uomo esigente e molto prudente. Si fidava ciecamente del Pam. Non ha messo in discussione l'organizzazione della missione. Se il Pam gli ha detto che la strada era sicura, per lui valeva quella parola. Ha anche volato con un aereo del Wfp. E in auto era seduto vicino a Rocco Leone".