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Il passaggio di una famiglia afgana tra Claviere e Monginevro. Il passaggio del confine tra i boschi sui sentieri innevati (agf)

La rotta alpina dei migranti, i bambini nella neve verso il confine francese

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Hanno 12 anni o meno, sfidano il gelo per passare il confine: “Otto-dieci ore di cammino e siamo salvi”
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CLAVIERE (TORINO) - Ci si potrebbe anche vergognare un po’, di fronte a questo bambino con il piumino rosso che accetta con dignità un pezzo di pizza calda, intorno altri frignano perché non vogliono andare sulle piste. Questo non piange, non ride, ha solo fame. E mangiando insieme la pizza della boulangerie, qui davanti al portone della chiesa, si capiscono di lui alcune cose importanti: è afghano, è solo, e sta cercando di attraversare il confine per andare a Londra. “London” e “Afghanistan” sono le uniche parole che dice. Per il resto, risponde alle domande coprendo la bocca con la mano. Qualcuno gli ha detto di non parlare con gli sconosciuti, qualcuno potrebbe denunciarti come clandestino, metterti in una casa per minori non accompagnati, e la tua corsa verso il futuro si fermerebbe qui, a qualche chilometro dalla Francia.

Ma mentre si fanno questi ragionamenti, è già corso via (avrà 12 anni, forse me…

CLAVIERE (TORINO) - Ci si potrebbe anche vergognare un po’, di fronte a questo bambino con il piumino rosso che accetta con dignità un pezzo di pizza calda, intorno altri frignano perché non vogliono andare sulle piste. Questo non piange, non ride, ha solo fame. E mangiando insieme la pizza della boulangerie, qui davanti al portone della chiesa, si capiscono di lui alcune cose importanti: è afghano, è solo, e sta cercando di attraversare il confine per andare a Londra. “London” e “Afghanistan” sono le uniche parole che dice. Per il resto, risponde alle domande coprendo la bocca con la mano. Qualcuno gli ha detto di non parlare con gli sconosciuti, qualcuno potrebbe denunciarti come clandestino, metterti in una casa per minori non accompagnati, e la tua corsa verso il futuro si fermerebbe qui, a qualche chilometro dalla Francia.

Ma mentre si fanno questi ragionamenti, è già corso via (avrà 12 anni, forse meno) a nascondersi tra i coetanei ignari, vicino alla scuola di sci. “Eh, ce ne sono come lui…”, di questi bambini nella neve racconta don Luigi Chiampo, la montagna è percorsa da grandi e piccoli, in questa tappa italiana della rotta balcanica, i migranti sono giovani che arrivano dall’altra parte del mondo, e da qualche mese sono famiglie intere, in viaggio da anni, con figli piccolissimi aggrappati al collo, e bambini soli. Don Luigi è un prete di frontiera, nel senso che è nato in Valsusa, ha lavorato anni alla Fiat, conosce bene la zona e anche gli animi. Ha fondato un Rifugio per aiutare i migranti in transito verso la Francia: un letto per dormire, una cena calda, abiti adatti ad affrontare la neve. Come per i pellegrini del medioevo, che passavano dal Monginevro per andare a Santiago de Compostela, o al contrario, verso Roma.

Samir, ex poliziotto afghano, con la famiglia in viaggio dall’Italia verso il confine francese (agf)

Nevicava ieri, su questa Via Francigena. Ma il meteo non ha fermato i quattro ragazzi (un algerino, un marocchino, un tunisino e un senegalese) che aspettavano il pullman davanti alla stazione di Oulx, diretti rispettivamente a Lyon, a Parigi, a Dortmund e uno non lo sapeva ancora. Quante ore di cammino? “Tre-quattro. Siamo forti”. Anche loro arrivano dalla Bosnia Erzegovina, passando per Croazia e Slovenia e arrivati a Udine. Come tutti, hanno comprato delle mappe, e sul Gps vedono dove stanno andando. Ma sono mappe “estive”, non contemplano la neve. C’è un business dietro questa transumanza continua, molti pagano per arrivare in Francia, invece sono ancora in Italia, in paesi con nomi francesi, è una truffa crudele.

All’inizio della pista di fondo, ecco la famiglia di Samir, ex poliziotto afghano. In spalla ha la figlia Noor, tre anni, che subito ride contenta, ma poi si mette a piangere. E’ al quarto tentativo di passaggio, è stanca, ha una tutina rossa e un cappellino con i pupazzi, ma questo non la consola. Poi c’è la madre Amal, che porta nel marsupio Rashid, 6 mesi, nato nel campo profughi di Moria, in Grecia. Amal ha una ciocca di capelli dipinta di verde, un segno di libertà conquistato in questa migrazione cominciata “tre anni fa, abitavamo a Kabul, poi i talebani mi hanno sparato”, dice il marito. Mostra la cicatrice nel fianco, “era appena nata Noor, ho deciso che dovevamo lasciare l’Afghanistan”. Da laggiù fino in Turchia, poi attraversato l’Egeo, nel Moria Camp che poi è bruciato, poi la Bosnia Erzegovina, una trappola per tanti. “Siamo riusciti a passare in Croazia, siamo rimasti bloccati anche lì. Un giorno, attraversata la Slovenia, siamo infine arrivati a Trieste, ed eccoci qui”.

Interno del Rifugio di Oulx dove la famiglia si riposa e si prepara al viaggio grazie al supporto dei volontari. Noor la bambina di 3 anni mentre gioca (agf)

Ben coperti e con gli scarponi alti nei piedi, e persino i bastoncini, la famiglia parte, si mimetizza con i gitanti, poi si sente solo uno zic zic di passi nella neve, su per il bosco: “Siamo fiduciosi. Ci aspettano in Germania…”. Per chi è ben allenato, “ci vogliono un paio d’ore, da Claviere a Briançon saranno una decina di chilometri, evitando la strada che passa per Montgenèvre”, dice Cristina Alpe, coordinatrice del soccorso alpino locale. Passando per il Col Saurel (2400 metri), o il Col Chabaud (2215) o il Col Bousson (2150). “Una famiglia ci mette otto, dieci ore, dipende da quante volte si fermano. Anche dodici, perché vanno piano, portano i bambini in spalla. Il rischio maggiore? Le lastre di ghiaccio…”. Con i capistazione di Bardonecchia, Carlo Rossetti, e di Beaulard, Francesca Rava, ha salvato molti migranti, come i tre che prima di Natale si sono persi nella tormenta a Sagnalonga, “riportarli giù è stata un’impresa”.

Quasi tutti preferiscono partire di notte, il che raddoppia i pericoli. Di giorno, seguono le piste della Via Lattea, mimetizzandosi con gli sciatori, che però hanno gli sci. Se riescono a passare, risalgono verso Briançon, e da lì raggiungono il rifugio per migranti Les Terrasses Solidaires, gestito da volontari francesi. L’altro ieri ne hanno accolti quaranta, stremati ma vivi. La polizia di frontiera, che controlla il confine con binocoli e visori notturni, non li ha visti, o forse era girata dall’altra parte. Del resto, neanche loro vogliono dei morti nella loro neve. Ma l’altra sera hanno telefonato alla Croce rossa italiana, che andasse a riprendersi la famiglia di Samir. I bambini hanno pianto forte, nella notte e nelle luci blu dei lampeggianti. Sono tornati a Oulx, al Rifugio Fraternità Massi, proprio davanti alla caserma Assietta, 34esima compagnia del Battaglione Susa, alpini.

La mattina della partenza dal rifugio di Oulx per Claviere (agf)

Il Rifugio è come una caserma, nel senso che è sempre aperto e operativo, “abbiamo 80 posti letto, c’è sempre qualcuno per accogliere, giorno e notte”, racconta Maurizio. Gestito dalla Fondazione Talitha Kum, cosa significa lo spiega don Luigi: “Frase armena dal Vangelo di Marco, dove Gesù risorge una bambina”. Qualcosa del genere è successo il 25 marzo 2021, quando una bambina afghana di 11 anni, respinta al confine assieme alla famiglia, è stata ricoverata al Regina Margherita di Torino in stato di shock e ipotermia, e si è salvata.

Ma solo 20 giorni fa, sui binari della ferrovia, a Salbertrand, gli operai della manutenzione hanno trovato i resti di un corpo umano. “Si chiamava Ullah, aveva 15 anni ed era afghano. Lo hanno identificato dalle impronte digitali, perché era finito in una casa per minori a Udine. Scappato, il giorno dopo era già qui”, a morire. “La famiglia è stata rintracciata, hanno detto che verranno a riprenderselo, non so come”. Nella canonica di Bussoleno, don Luigi avrebbe tanto da raccontare, di questi scavalcamontagne minorenni sulla Via Francigena. “Nel 2021 abbiamo avuto 15mila passaggi, tanti erano i bambini. Le famiglie vendono tutto e partono, i bambini nascono per strada. E noi, noi siamo border line, nel senso che accogliamo chiunque, e sappiamo che sono persone che non hanno diritto a stare sul territorio italiano, né titolo per andare in un Paese straniero”. Ma dal 2018, quando la rotta balcanica ha trovato qui il suo sbocco verso il Nord Europa, le cose sono cambiate. Le autorità hanno capito che c’è una emergenza umanitaria, a oggi sono nove i morti in questa neve.

“Con la Fondazione collaborano circa 200 volontari, di ogni espressione del territorio”. Le suore di Susa, che ospitano le famiglie con bambini che hanno bisogno di stare qui più di una notte. Gli scout, i ragazzi No Tav, la Croce rossa, i Comuni di Oulx, Bardonecchia e Claviere. Rainbow4Africa, che ha posteggiato nel cortile i container sanitari. Il Soccorso alpino. La Diaconia valdese, che offre assistenza legale. “Il 27 dicembre è salito anche il nuovo prefetto di Torino, ha constatato che qui ci sono bambini, le fasce deboli, che c’è una parte emergenziale, una necessità per il bene dell’uomo”. Maurizio, di Talitha Kum: “Alle famiglie migranti spieghiamo le difficoltà della traversata. Ma nessuno li ferma”. Daniela Balocco, volontaria addetta alla vestizione: “Bisogna attrezzarli, trovare gli scarponi giusti, i piumini, i pantaloni impermeabili. Si stupiscono che tutto sia gratis, ringraziano, e partono”. Lei ha cominciato perché l’estate scorsa, stava camminando su un sentiero, e ha incontrato una famiglia Hazara: “Era seduti a riposare, ricordo quei bambini così silenziosi. Ho offerto l’acqua, loro l’avevano già finita. La madre mi ha mandato un bacio. E vede, io andavo lì in vacanza, e non sapevo niente di questa cosa”.

Per la cronaca. La famiglia di Samir è passata, al quinto tentativo. Del bambino con la giacca rossa, ancora nessuna notizia.