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La valigia di guerra

Arrivo di profughe ucraine a Roma (Vincenzo Tersigni/ F3Press) 
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Valigie per scappare, valigie per arrivare. La guerra - inaspettata, prevedibile, immaginabile, impossibile - ci sta portando nella vita quotidiana delle famiglie ucraine, di chi cerca di fuggire da un posto che non è più sicuro, di chi resta sapendo che le bombe non sono intelligenti e non risparmiano nessuno. La mia visione laterale in questi giorni si è fissata sulle valigie, i trolley, gli zaini: trascinati sui binari di stazioni come quella di Leopoli (dove è Fabio Tonacci, inviato di Repubblica in Ucraina con Paolo Brera e Giampaolo Visetti, con Rosalba Castelletti a Mosca) aspettando un treno che chissà quando arriva, scaricati dai pullman che portano in Italia tante donne e bambini che raggiungono qui madri, sorelle, parenti che sono riusciti a farli partire e che ora li ospiteranno per chissà quanto tempo. Cosa si mette in una valigia quando si scappa da una guerra e non si può ovviamente portare troppi bagagli, ma non si sa ne…
Valigie per scappare, valigie per arrivare. La guerra - inaspettata, prevedibile, immaginabile, impossibile - ci sta portando nella vita quotidiana delle famiglie ucraine, di chi cerca di fuggire da un posto che non è più sicuro, di chi resta sapendo che le bombe non sono intelligenti e non risparmiano nessuno. La mia visione laterale in questi giorni si è fissata sulle valigie, i trolley, gli zaini: trascinati sui binari di stazioni come quella di Leopoli (dove è Fabio Tonacci, inviato di Repubblica in Ucraina con Paolo Brera e Giampaolo Visetti, con Rosalba Castelletti a Mosca) aspettando un treno che chissà quando arriva, scaricati dai pullman che portano in Italia tante donne e bambini che raggiungono qui madri, sorelle, parenti che sono riusciti a farli partire e che ora li ospiteranno per chissà quanto tempo. Cosa si mette in una valigia quando si scappa da una guerra e non si può ovviamente portare troppi bagagli, ma non si sa neanche quando e se si tornerà? Quanta vita bisogna metterci dentro, quali scelte bisogna fare: beni essenziali, certo, ma come si fa a stabilire cosa sia essenziale quando si lascia la propria casa in questo modo?
 

Chi parte e chi arriva: perché pensando al viaggio c’è anche chi, nell’ultima settimana o poco più, ha fatto il tragitto inverso. Sono gli inviati di giornali e tv che sono arrivati in Ucraina, molti di loro alla vigilia di una guerra che non si sapeva sarebbe diventata vera così in fretta, con un annuncio notturno di Putin mercoledì scorso. Molti di loro, nelle ultime ore, sono stati evacuati per la difficoltà di garantirne la sicurezza, altri stanno tentando di restare. Tra chi, con difficoltà, è riuscito a lasciare il Paese nelle scorse ore c’è una collega di Rai Radio Uno, la giornalista di esteri Valeria Fraschetti. Ed è lei a raccontarci la sua valigia di guerra. Che è anche la sua prima valigia di guerra.

Dove sei, intanto?

“Siamo arrivati ieri sera in Moldova, dopo un viaggio di trenta ore da Kiev (un percorso di meno di 500 chilometri) con il convoglio organizzato dall’Ambasciata italiana. Abbiamo dovuto prendere una strada più lunga ma più sicura, poi però al confine siamo rimasti bloccati per 14 ore perché il nostro autista era ucraino, e la nuova legge vieta l’espatrio agli uomini dai 18 ai 60 anni. Lui non poteva superare il confine, quindi abbiamo dovuto aspettare altri autobus”.

Quando sei arrivata in Ucraina?

“Mercoledì scorso, poche ore prima dell’attacco: ero diretta in Donbass, ma mi sono dovuta fermare a Kiev. Così mi sono trovata nella mia prima guerra”.

Te lo aspettavi?

“Sai, tanti analisti politici e tanti giornalisti ed esperti erano certi, tanti altri molto meno. C’era un presentimento, certo, ma nessuna sicurezza”.

E allora, la tua valigia.

“Intanto, proprio perché stavo andando comunque in una zona calda la Rai mi ha dato giubbotto antiproiettile e caschetto, pensavo fossero un di più ma li ho usati in alcune situazioni, quando mi sono trovata a fare stand up per i telegiornali e per la radio in luoghi esposti. Io sono già poi molto spartana quando viaggio, in questo caso sapendo che la situazione sarebbe comunque stata disagevole lo sono stata ancora di più”.

Facciamo un elenco minimo.

“Tre maglioni e due pantaloni, calzamaglie di cachemire che sono andata a comprare il giorno prima della partenza perché qui fa molto freddo. A differenza del Medioriente, qui non ho dovuto pensare a foulard o sciarpe per coprirmi la testa, ma al freddo sì. Biancheria, ovviamente. E un po’ di trucco: non lo uso quasi mai, ma ho pensato che per fare i collegamenti tv almeno il correttore e un po’ di fondotinta servivano. Poi però non c’è mai stato tempo per farlo. Poi ancora: barrette energetiche, la melatonina per cercare di dormire (i tappi per le orecchie mio figlio, che ha un anno, li aveva nascosti per gioco nel microonde e così si sono sciolti), il liquido per le lenti a contatto l’avevo finito e qui certo non ho avuto modo di comprarlo, quindi sono tornata agli occhiali”.

Pensando alle valigie mi viene in mente una cosa che le donne devono ricordarsi: gli assorbenti.

“Giusto. Ero partita senza pensando di prenderli in aeroporto ma niente, per fortuna l’altro giorno alla fine del coprifuoco sono riuscita a comprarli”.

Foto o cose legate ai tuoi figli?

“Le foto ormai sono tutte sul cellulare”.

Ora stai rientrando in Italia.

“Sì, la situazione non era più sicura, e certo mi spiace andare via perché quando sei in mezzo agli eventi - alla storia, possiamo dirlo - è difficile staccare. Ma ho una bambina di 5 anni e un bambino di 1 anno, va bene così. A mia figlia avevo fatto vedere, prima di partire, dov’è l’Ucraina, non so quanto abbia capito, ma credo che con tutte le persone che in questi giorni hanno fermato per strada il mio compagno per chiedere come stavo qualcosa mi chiederà quando torno”.

Inviata di guerra: non è più un’eccezione, per fortuna.

“Ma va’, anzi: ho tante colleghe in Rai che lo fanno da anni, e tra chi è rimasto a Kiev in questo momento ci sono Francesca Mannocchi e Cecilia Sala, oltre a pochi altri come il vostro Paolo Brera”.

A proposito, parlavi di caschetto e giubbotto antiproiettile, qui da noi sui social ci sono parlamentari leghisti e sovraniste mai pentite che postano le foto di Francesca Mannocchi e della tua collega Rai Stefania Battistini che fanno i collegamenti indossandoli scrivendo cose tipo: “Vedere oggi giornaliste bardate di elmetto e giubbino antiproiettile davanti alla gente che fa la spesa non è solo una presa in giro per i telespettatori, ma anche un’umiliazione per gli ucraini in difficoltà”. Fa piacere, vero?

“Per fortuna ero troppo impegnata per seguire le polemiche. Ci sono regole da seguire, a chi fa questi commenti direi di andare a vedere come fanno i collegamenti i colleghi della Cnn o di altre tv, non sono certo in maglietta”.

Forse è difficile dirlo ora, ma c’è una storia che ti ha colpito più delle altre?

“A caldo sì, è difficile dirlo. Ma c’è un momento in cui ho ceduto: quando ho visto la collega argentina Sol Macaluso raccontare che Max, il suo fixer (una figura che aiuta i giornalisti nelle situazioni di guerra, ndr), gli ha chiesto di portare via con sé dall’Ucraina sua figlia, per metterla in salvo. Impossibile non cedere”.


Mia

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I sotterranei di Kiev della metropolitana sono diventati rifugi antiaerei, tantissime persone stanno lì ormai da giorni per paura che le bombe colpiscano le case. Tra loro una giovane donna, 23 anni, incinta al nono mese. Quando le sono arrivate le doglie un poliziotto ha chiamato l’ambulanza, il medico l’ha fatta partorire su una panchina. Chissà se è verità o leggenda che qualcuno ha proposto al momento come nome per la bambina Metroslav (ditemi di no), il nome scelto è Mia.

Non è l’unica che in questi giorni sta nascendo sottoterra. The Guardian racconta la storia di Viktoria e di suo figlio Fedor, nato nei bunker sotterranei dell’ospedale di Kiev dove i medici hanno allestito, in condizioni precarie, sale operatorie di emergenza.


(R)esistere

Elena Kovalskava era la direttrice del Meyerhold Center, il teatro statale di Mosca. Fino a pochi giorni fa, quando ha annunciato le sue dimissioni con un post su Facebook: “Amici, in segno di protesta contro l'invasione russa dell'Ucraina, mi dimetto. È impossibile lavorare per un assassino e riscuotere uno stipendio da lui”.

Non sono riuscita a trovare l’origine della foto che gira su Twitter: una donna russa che viaggia in metropolitana a Mosca vestita con i colori della bandiera ucraina.


Me lo segno

Si avvicina l’8 marzo, giornata internazionale della donna. Segnalo la petizione lanciata da Unicef contro la violenza di genere: “Si impara da piccoli”, per chiedere al Ministero dell’Istruzione di consolidare la promozione della parità di genere e la prevenzione della violenza nell’ambito dell’insegnamento dell’Educazione Civica.