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Ucraina, l’assalto dei profughi ai treni di Leopoli: “Andiamo, non importa dove”

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La stazione è diventata l’imbuto per lasciare l’Ucraina ma i convogli sono pochi 
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LEOPOLI - Il bastone, Mariya ha smarrito il bastone. L'aveva appoggiato al muro quando le hanno passato il bicchiere di acqua calda e ora è sparito. Senza non cammina, non sa a chi appoggiarsi per trascinare i suoi 91 anni lontano dai missili di Kiev. Col cappotto verde e le scarpe senza lacci vaga disperata tra uno stormo di persone più giovani e meno sole di lei che avanza verso lo stesso punto, la stazione ferroviaria di Leopoli. L'imbuto da attraversare per fuggire dall'Ucraina. Il pianto degli anziani è come quello dei bambini, muove l'istinto di protezione e allora un ragazzo con la pettorina gialla le si avvicina, le cinge un braccio attorno alle spalle curve, "venga con me signora", "non si preoccupi, glielo ritroveremo". Ma Mariya continua a piangere, non è il bastone che ha perso. Ha perso la patria.



Ore 11 del settimo giorno di guerra. La gente scappa, come può, dove può, portand…

LEOPOLI - Il bastone, Mariya ha smarrito il bastone. L'aveva appoggiato al muro quando le hanno passato il bicchiere di acqua calda e ora è sparito. Senza non cammina, non sa a chi appoggiarsi per trascinare i suoi 91 anni lontano dai missili di Kiev. Col cappotto verde e le scarpe senza lacci vaga disperata tra uno stormo di persone più giovani e meno sole di lei che avanza verso lo stesso punto, la stazione ferroviaria di Leopoli. L'imbuto da attraversare per fuggire dall'Ucraina. Il pianto degli anziani è come quello dei bambini, muove l'istinto di protezione e allora un ragazzo con la pettorina gialla le si avvicina, le cinge un braccio attorno alle spalle curve, "venga con me signora", "non si preoccupi, glielo ritroveremo". Ma Mariya continua a piangere, non è il bastone che ha perso. Ha perso la patria.



Ore 11 del settimo giorno di guerra. La gente scappa, come può, dove può, portandosi ciò che è riuscita a infilare nelle valigie, praticamente niente. Partono le donne, partono i bambini e i vecchi, ma gli uomini che hanno tra i 18 e i 60 anni devono rimanere. Ordine del governo, legislazione marziale. Baciano le loro donne e vanno al fronte. I treni funzionano ancora, da Leopoli ne passano 60 e una decina va oltre il confine. Ultima fermata: Przemsyl, in Polonia. Prima del 1941 era Ucraina, poi giunsero i nazisti, si presero tutto e le frontiere cambiarono. Stanno arrivando a migliaia, da Kiev, da Odessa, da Dnipro, persino da Kharkiv, che sta a est, dall'altra parte del Paese. La piazza della stazione è un villaggio improvvisato, ci si aiuta ma si rimane disorientati. Nessuno sa se e quando salirà su uno dei convogli. Si aspettano ore, giorni, si dorme per terra, il cemento come letto o, se si è fortunati, una brandina nelle tende blu della Croce Rossa. "Sono arrivato martedì, ho scritto il mio nome e il mio numero di telefono sul foglio, prima o poi mi chiameranno per andare al binario...". Mikola Matiushko, 62 anni, scalda le mani su un bidone rosa dove bruciano ceppi d'albero e cartone. Era a Kharkiv quando i russi hanno deciso di bombardare anche le case dei civili. La sua l'hanno sfiorata. "Per le vibrazioni è esplosa la caldaia, allora ho preso per mano mia moglie, in dieci minuti abbiamo fatto le borse. Andrò in Germania, là c'è mio figlio".


A pochi metri da Mikola dei volontari spaccano legna e la gettano in caldaie annerite per scaldare l'acqua per il tè. Fanno due gradi sotto zero e nevica. Il cielo è grigio, il sole non appare mai per tutta la giornata. Il fumo dei bidoni, borsoni, trolley trascinati e trolley usati come sedie, thermos, gatti nelle gabbie trasportati come buste della spesa, scatoloni di cibo e medicinali, due ragazzini spingono un passeggino vuoto, una ragazza ha un bassotto al guinzaglio, c'è una signora coi capelli troppo rossi che sbraita qualcosa a chi è in fila all'ufficio informazioni, "non bisogna fare il biglietto", "per la Polonia sono gratis, ma per tornare indietro si pagano", "in Ungheria si può andare?". Le domande del villaggio. Stanno tutti col telefono in mano. "Hanno colpito di nuovo Kiev", "hanno distrutto la mia scuola di Kharkiv", "mio fratello è là, non risponde ai messaggi...", "slava ukraini!", "heroyam slava!".



Se ne vanno gli ucraini aggrediti da Putin ma anche gli indiani, i coreani, i congolesi. Studenti, soprattutto. I volontari distribuiscono kanapka che sono pezzi di pane con salame e formaggio, Eugenia ha 29 anni e stringe forte al petto il suo Dimitri, 5 mesi, protetto dalle sue mani, da una coperta celeste e da una giacca a vento troppo larga. "Cerco di raggiungere la Polonia, ma non ho nessuno che mi ospiterà. Mio marito rimane a combattere per la nostra nazione". E poi, Eugenia? "Non lo so, spero che aprano i corridoi umanitari". Qualcuno sta arrostendo pezzi di carne su una griglia, odore di fumo, Mariya è stata fatta sedere e balbetta una preghiera, delle ragazze di Leopoli distribuiscono pannolini e fazzoletti, su un cartello sono scritti gli indirizzi di dieci punti di accoglienza nei dintorni. Da una settimana tra i binari e il piazzale si ammassano almeno diecimila persone al giorno, appeso a un palo di legno c'è un solo spray igienizzante. Il gelo entra nei polmoni, colpi di tosse, nasi che gocciolano, nessuno che indossi la mascherina, il Covid in Ucraina è finito all'alba del 24 febbraio. 



Intercettato un dialogo tra Anton Vachkovsky, ex generale di un'organizzazione paramilitare cosacca, e Oleh, artigiano in pensione. Lui 73 anni, di Kharkiv, l'altro 70, di Kiev. "Sto aspettando da due giorni, quando è il nostro turno?", "non lo so, ma io andrò in Germania anche a piedi se sarà necessario", "tutto questo mi ricorda la seconda guerra mondiale...", "tu non l'hai fatta la seconda guerra!". Non tutti vanno all'estero. I meno spaventati, o per meglio dire chi ha meno soldi in tasca, ripara nei borghi montani sui Carpazi e nelle regioni addossate al confine di Tornopil, Volyn, Zakarpattia. Un giovane di neanche 25 anni, con la tuta mimetica e un nastro giallo e blu al braccio, osserva l'androne brulicante con un borsone verde ai piedi. Va in direzione contraria. "Mi devo addestrare. Spaventato, io? Che cazzo me ne frega, i russi stanno bombardando la mia capitale!". 

Tra gli sfollati c'è anche chi sfollato non è. Chi va a combattere nella brigata internazionale si riconosce. Georgiani, polacchi, lituani, soprattutto. Sono silenziosi e solitari, hanno fisici robusti, gli stivali ai piedi e un indirizzo cui presentarsi. Il telefono di Mikola squilla, ma è suo figlio. Aspetterà ancora. Il bastone di Mariya non si trova più. L'Ucraina che sfolla non sa a chi appoggiarsi.