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Bambini, non perdonateci

Un hotel in Romania allestito per accogliere i rifugiati dell'Ucraina (Foto Marco Passaro/Fotogramma) (fotogramma)
Questo è il numero del 17 marzo 2022 della newsletter Scusi, Lei. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione e scoprire tutte le nostre newsletter vai su newsletter.repubblica.it o clicca qui
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Deti, Bambini. Quelle due scritte enormi sull’asfalto ai due lati del teatro di Mariupol le abbiamo viste nelle immagini dall’alto, soltanto dopo che quell’asfalto è stato ricoperto dalle macerie del teatro stesso. C’erano i bambini e le loro madri nel teatro diventato rifugio, cinquecento, mille persone, le stime non sono concordi e oggi non sappiamo ancora se siano vivi, se i muri portanti all’interno hanno tenuto salvando chi lì c’era andato temendo di morire nei palazzi bombardati. Quella scritta, bambini, dovrebbe fermare tutti, dovrebbe essere il confine dell’umanità, e quello avrà pensato chi quella scritta l’ha tracciata. Non lo è stato, e il teatro di Mariupol diventa l’ennesima foto del giorno di questa guerra in cui i bambini sono protagonisti. La procuratrice generale dell’Ucraina ha detto ieri che sono già più di cento i bambini rimasti uccisi negli attacchi. Pi&…

Deti, Bambini. Quelle due scritte enormi sull’asfalto ai due lati del teatro di Mariupol le abbiamo viste nelle immagini dall’alto, soltanto dopo che quell’asfalto è stato ricoperto dalle macerie del teatro stesso. C’erano i bambini e le loro madri nel teatro diventato rifugio, cinquecento, mille persone, le stime non sono concordi e oggi non sappiamo ancora se siano vivi, se i muri portanti all’interno hanno tenuto salvando chi lì c’era andato temendo di morire nei palazzi bombardati. Quella scritta, bambini, dovrebbe fermare tutti, dovrebbe essere il confine dell’umanità, e quello avrà pensato chi quella scritta l’ha tracciata. Non lo è stato, e il teatro di Mariupol diventa l’ennesima foto del giorno di questa guerra in cui i bambini sono protagonisti. La procuratrice generale dell’Ucraina ha detto ieri che sono già più di cento i bambini rimasti uccisi negli attacchi. Più di 1,5 milioni sono quelli che hanno lasciato l’Ucraina, sono circa 75mila al giorno, 55 bambini al minuto che diventano profughi, che lasciano le loro case senza capire perché.

Bambini morti tra le braccia dei genitori che corrono disperati in ospedale, come il piccolo Kirill, 18 mesi. Bambini nati nei sotterranei della metropolitana o degli ospedali trasformati in sale parto di emergenza. Nati e mostrati al mondo come testimoni dei tentativi di disinformazione russa, come il bambino di Marianna Podgurskaya, la fashion blogger - ci sarebbe da dire sulla stupidità di chi dal divano di casa commenta che vabbè, sarà mica un lavoro quello, mentre instagrammer e tiktoker ucraine e russe stanno usando i loro social per far vedere entro i limiti del possibile quello che accade - fotografata ferita nel suo pigiama poco prima di partorire, che per i russi era un’attrice con il sangue finto sul viso e sul pigiama, e neanche incinta. Morti ancor prima di nascere, come il bambino di un’altra donna, e di lei non sappiamo il nome, fermata in una foto, quella in cui viene trasportata in barella da quattro uomini fuori dall’ospedale bombardato, una mano sotto la pancia come a voler tenere quel bambino che aveva portato per nove mesi e che è morto con lei. Dicono che al medico che tentava disperatamente e inutilmente di salvarla abbia detto “uccidetemi adesso”, dicono che quel medico che si chiama Timur Marin era troppo svuotato da tutto quel dolore quando il marito della donna è andato a prendere i due cadaveri, quello della moglie e del figlio che non conoscerà mai. Andrea Nicastro, sul Corriere, citava i versi di Gorki: “Senza il sole, i fiori non sbocciano, senza amore non c’è felicità, senza una donna non c’è amore, senza una madre non c’è poeta o eroe, tutto l’orgoglio del mondo viene dalle madri!”.

(afp)


Un padre è invece Oleksii Kyrychenko. Viveva fino allo scoppio della guerra vicino Kiev, ha una moglie e tre figli e con loro dice di trovarsi adesso nell’Ucraina occidentale da alcuni amici, è un ingegnere e ha la fotografia come hobby. È lui stesso a raccontare su Facebook la storia di una foto, quella di una bambina di 9 anni, una dei suoi figli, seduta tra quelle che sembrano macerie. Ha un lecca lecca in bocca, capelli posticci colorati tra i suoi, come tante bambine, e un fucile tra le mani. Quella foto, però, è stata scattata il 22 febbraio, due giorni prima che la Russia attaccasse l’Ucraina. Una foto posata, pensata. Anzi, tre foto, perché oltre a quella che tutti abbiamo visto ce ne sono altre due, scattate lo stesso giorno, in cui la bambina indossa un’altra giacca e sempre con il fucile in mano guarda fuori da una finestra aperta. “Ho deciso di fare delle foto che potessero attirare l’attenzione sulla possibile guerra, volevo mostrare come potrebbe apparire l’Ucraina nel prossimo futuro”, scrive nel post. “Il fucile è mio, mia figlia non sa sparare. Il fucile era naturalmente scarico”, precisa, e menomale, a questo punto. Kyrychenko ha pubblicato la foto in alcuni gruppi Facebook, i gruppi con amministratori russi l’hanno rimossa, negli altri qualcuno ha criticato l’immagine di una bambina armata.

Quando la guerra è scoppiata e loro sono scappati, Kyrychenko dice di essersi iscritto nelle liste militari ma di non essere stato ancora chiamato perché senza esperienza. Nel frattempo, ha deciso di postare quella foto in un altro gruppo Facebook ed è stato allora che lo scatto ha iniziato a girare di profilo in profilo, di social in social, fino ad arrivare ai media, al mondo. Sulla sua pagina Facebook, oggi, c’è come ultima immagine pubblicata quella di una versione modificata del famoso manifesto militare di Dmitry Moore, uno dei più importanti illustratori della propaganda sovietica: c’è sua figlia, con il lecca lecca e il fucile, che indica chi legge. “Europe, I am fighting for you”.


Non so e non voglio sapere il nome di quella bambina, dovrebbe essere protetta come tutti i bambini. Da quando Instagram è diventato attività comune nelle nostre giornate, siamo lì continuamente a bacchettare le influencer per la esondante presenza dei loro figli in post e stories, da svegli e da dormienti, mentre mangiano e fanno i capricci, mentre giocano e guardano in tv mamma e papà che sono anche sul divano accanto a loro. Le differenze del caso ci sono tutte, va bene, certo: ma siamo nello stesso campo, quello dell’utilizzo pubblico delle immagini dei bambini - tanto tanto bambini, come in questo caso - per pubblicità, per cercare di far scattare l’empatia nei follower, perché per chi è nativo digitale o anche solo mezzo nativo se non c’è una storia su Instagram a raccontare qualcosa quel qualcosa non è mai successo.

La spiegazione del padre - “Volevo attirare l’attenzione del mondo sulla possibile guerra e mostrare cosa sarebbe potuto accadere” - rimanda a una urgenza di cronaca comprensibile, ma parla di un set scelto con cura. E di una bambina di nove anni che, invece di mettersi in posa per vendere un vestito, si mette in posa per diventare un simbolo dell’infanzia violata. Due giorni prima che scoppiasse la guerra, quando per lei e per tutti gli altri bambini di Kiev, di Mariupol e delle periferie ucraine la guerra era un concetto sconosciuto. Chissà cosa pensa adesso quella bambina, che nella guerra vera ci si è trovata e che ha dovuto lasciare la sua casa e i suoi giochi. Un vecchio, lasciando la sua casa nel palazzo bombardato, ha messo una lastra d’acciaio sulla porta, per proteggere quello che c’era dentro anche se fuori non c’è più nulla. I giochi e l’infanzia di quella bambina dovremmo forse proteggerli anche noi.


Non solo Ucraina: in Inghilterra continuano gli sbarchi dei migranti che arrivano dalle coste della Francia su imbarcazioni di fortuna. Tra loro anche tantissimi bambini (Foto Ben STANSALL/AFP) (afp)

Ancora bambini, ancora guerra. Il New York Times racconta di 19 bambini nati da madri surrogate ucraine bloccati in un rifugio a Kiev con alcune donne che si occupano di loro come tate. Sono bambini i cui genitori biologici vivono in altre nazioni e che avrebbero dovuto andare a prenderli ma, con la guerra in corso, non possono farlo. Le questioni burocratiche si sommano alle difficoltà logistiche, perché in un momento simile è difficile stabilire quale sia la condizione legale di questi bambini. Loro sono lì, piccolissimi, con queste donne che non scappano da Kiev perché altrimenti non ci sarebbe più nessuno con loro.