Covid, un ricoverato su cinque ritorna in ospedale nei sei mesi successivi alla guarigione
di Elena Dusi , di Elena DusiA volte il veleno è nella coda del Covid. Anche dopo il tampone negativo, 50mila cittadini lombardi sopravvissuti alla prima ondata sono rimasti legati a visite, esami e ricoveri. Il numero delle prestazioni erogate per loro dalla Regione Lombardia è aumentato di 50 volte rispetto al periodo pre-pandemia per test come la spirometria che misura la capacità di funzionare dei polmoni, di 32 volte per la tac al petto e di quasi 6 volte per l’elettrocardiografia. Il 19,5% dei pazienti ricoverati in ospedale e poi guariti si è ripresentato al pronto soccorso nei sei mesi successivi per un motivo qualsiasi. Il 15,6% dei malati dimessi da una terapia intensiva ha dovuto subire un nuovo ricovero. L’1,2% dei contagiati apparentemente meno gravi, quelli curati a casa, è morto per una causa diversa dal Covid prima che fossero trascorsi sei mesi dal tampone negativo.
A volte il veleno è nella coda del Covid. Anche dopo il tampone negativo, 50mila cittadini lombardi sopravvissuti alla prima ondata sono rimasti legati a visite, esami e ricoveri. Il numero delle prestazioni erogate per loro dalla Regione Lombardia è aumentato di 50 volte rispetto al periodo pre-pandemia per test come la spirometria che misura la capacità di funzionare dei polmoni, di 32 volte per la tac al petto e di quasi 6 volte per l’elettrocardiografia. Il 19,5% dei pazienti ricoverati in ospedale e poi guariti si è ripresentato al pronto soccorso nei sei mesi successivi per un motivo qualsiasi. Il 15,6% dei malati dimessi da una terapia intensiva ha dovuto subire un nuovo ricovero. L’1,2% dei contagiati apparentemente meno gravi, quelli curati a casa, è morto per una causa diversa dal Covid prima che fossero trascorsi sei mesi dal tampone negativo.
L'impatto del Long Covid
Eccolo, l’impatto del Covid nel lungo periodo. Il calcolo non nasce dai sintomi riferiti dai pazienti, che possono essere soggettivi, ma dalla fredda contabilità delle prestazioni erogate dalla Regione. E’ in via di pubblicazione sul Journal of Internal Medicine, una delle riviste di medicina interna più importanti d’Europa. Gli autori sono ricercatori lombardi del Policlinico di Milano (Pier Mannuccio Mannucci), dell’ospedale San Giuseppe e dell’università di Milano (Sergio Harari), della Regione (Ida Fortino e Olivia Leoni) e dell’Istituto Mario Negri (Giuseppe Remuzzi, Alessandro Nobili, Mauro Tettamanti, Barbara D’Avanzo e Alessia Galbussera).
Sotto la lente sono finiti 48.148 ex pazienti lombardi, contagiati durante la prima ondata e risultati negativi prima del 30 giugno 2020. Per ciascuno di loro, partendo dal codice identificativo presso il sistema sanitario, quindi in modo anonimo, è stato confrontato il numero di prestazioni mediche prima del Covid (tra giugno e dicembre del 2019) e dopo (tra giugno e dicembre del 2020). Con le differenze descritte sopra.
“Chiamiamola come vogliamo: post Covid condition o Long Covid. Il risultato è che anche dopo la guarigione dei problemi rimangono” spiega Nobili. “I registri della Regione lo dimostrano in maniera oggettiva. Confermano che la pandemia resterà un problema per il sistema sanitario più a lungo di quanto non pensiamo”. Altri Paesi hanno calcolato il peso del Long Covid partendo dai sintomi dei pazienti, osservando che il 60% di chi arrivava al tampone negativo soffriva ancora di respiro corto e stanchezza. Impressionanti anche i dati del sistema sanitario inglese su 42mila pazienti ricoverati per il coronavirus. A cinque mesi dalle dimissioni un terzo era tornato a occupare un letto d’ospedale e uno su dieci era morto.
I costi sul servizio sanitario: dagli esami ai farmaci sbagliati
Lo studio lombardo non ha calcolato la spesa degli strascichi del Covid sul sistema sanitario. “Ma è chiaro – prosegue Mannucci – che un costo c’è. Ad aumentare dopo la guarigione sono state le prestazioni più diverse, dalle visite presso i medici di famiglia a esami del sangue per misurare il rischio di trombosi. Dai test per verificare il danno ai reni o al fegato alle richieste di psicofarmaci”.
Parte degli strascichi, fa notare Mannucci, potrebbero nascere dall’uso sbagliato dei farmaci. “Sono convinto che l’idrossiclorochina abbia fatto dei morti. L’eparina dovrebbe essere riservata ai casi gravi ricoverati in terapia intensiva, invece è stata usata in modo diffuso. Stesso discorso per antibiotici come l’azitromicina. Spero che le analisi che stiamo conducendo per le ondate successive facciano emergere meno problemi, sia per una risposta più organizzata del sistema sanitario sia per un uso dei farmaci più appropriato”.
I 50mila guariti lombardi sono stati divisi per cura ricevuta: 20mila sono rimasti a casa durante l’infezione, 26mila sono stati ricoverati nei reparti normali e poco più di 1.600 in terapia intensiva con la ventilazione meccanica. Tra questi ultimi il 16,1% è dovuto tornare al pronto soccorso nei sei mesi successivi alla guarigione. La percentuale raggiunge il 19,5% per chi era stato ricoverato nei reparti normali, il 2% dei quali è morto tra giugno e dicembre 2020 pur essendo guarito dal Covid.
“Il fatto che i pazienti curati in terapia intensiva non abbiano avuto sequele peggiori rispetto a quelli dei reparti normali è un’incongruenza solo all’apparenza” spiega Mannucci. “Dobbiamo tornare con la memoria alla prima ondata, quando a ottenere un posto in rianimazione erano solo i pazienti che avevano una chance di salvarsi, quindi in genere i più giovani e sani”.