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La porta d’Italia all’hotel Transilvania: “Qui per chi scappa letto, zuppa e peluche”

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Al confine sloveno l’ostello diventato crocevia di tutte le migrazioni dall’Est
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VALICO FERNETTI (TRIESTE) - "Ieri una mamma, Natalia, mi ha detto: basta Felix adesso cuciniamo noi, se non lavoriamo un po' diventiamo pazze. Hanno fatto il Borsch, le cotolette all'ucraina, patate, uova, polenta. La sera anche i bambini erano più allegri a sentire quei sapori di casa".

C'è un posto affacciato sul nulla tra l'Italia e la Slovenia, si chiama "Hotel Transilvania", non è un cartone animato, come precisa subito Felix, il proprietario romeno, barba grigia e cuore grande, dove chi ha perso tutto (padri e mariti al fronte o uccisi, case distrutte, senz'acqua né cibo) o non sa più dove andare, si ferma a riposare. Ostello rifugio di letti a castello di più migrazioni, un immenso pentolone di tè zuccherato sempre caldo per chi ha freddo, giocattoli, latte in polvere, pannolini. "Il mio albergo è nato prima del cartone animato, Transilvania vuol dire fuori dalla foresta, d…

VALICO FERNETTI (TRIESTE) - "Ieri una mamma, Natalia, mi ha detto: basta Felix adesso cuciniamo noi, se non lavoriamo un po' diventiamo pazze. Hanno fatto il Borsch, le cotolette all'ucraina, patate, uova, polenta. La sera anche i bambini erano più allegri a sentire quei sapori di casa".

C'è un posto affacciato sul nulla tra l'Italia e la Slovenia, si chiama "Hotel Transilvania", non è un cartone animato, come precisa subito Felix, il proprietario romeno, barba grigia e cuore grande, dove chi ha perso tutto (padri e mariti al fronte o uccisi, case distrutte, senz'acqua né cibo) o non sa più dove andare, si ferma a riposare. Ostello rifugio di letti a castello di più migrazioni, un immenso pentolone di tè zuccherato sempre caldo per chi ha freddo, giocattoli, latte in polvere, pannolini. "Il mio albergo è nato prima del cartone animato, Transilvania vuol dire fuori dalla foresta, dai boschi arrivavano da me scalzi e disperati gli afghani, i siriani, i pachistani attraverso la rotta balcanica. I bambini ucraini ridono quando sentono questo nome e non mi dimenticano", scherza Felix Andreescu. Di mestiere, vero, fa il falegname, da 23 anni è in Italia, il suo ispiratore civile, dice, "è il presidente Mattarella".

(agf)

Natalia Ovsianik lavorava in tv, a Kiev: "Mi sono svegliata il 24 febbraio con il suono orrendo delle sirene nelle orecchie. Dieci giorni nei sotterranei poi siamo scappati in campagna, la guerra è arrivata anche lì, sono fuggita con mia madre i miei due figli. Qui è tranquillo, si sentono addirittura gli uccellini. Ma non ho un indirizzo, non ho una meta, spero che qualcuno ci aiuti". Lo sguardo di Natalia è disperato però senza lacrime, se una madre piange il mondo si ferma, accanto a lei sua figlia gioca con un'altra bimba sfollata, il figlio adolescente ascolta attentissimo, nonostante l'aria svagata e le cuffiette. Nessuno piange, tranne i neonati nell'ostello di Felix, dove si incrociano destini e tragedie.

Valico Fernetti di Trieste, porta tra la Slovenia e l'Italia, su questo svincolo di strade approda l'esodo degli sfollati dalle bombe di Putin, mamme, bambini e anziani, cani, gatti, una fila ininterrotta di pullman, auto, suv, da Kiev, Mariupol, Kharkiv, Zaporzhzhia, Cherkasy. Anche mille profughi al giorno diretti in ogni angolo del paese, il biglietto costa fino a cento euro, metà di uno stipendio ucraino. Sul ciglio i tendoni e i camper delle associazioni umanitarie, Unhcr, Save the children, Protezione civile, Croce rossa, Unicef, offrono conforto e danno informazioni, esercito e polizia controllano i documenti. Tania Rudak è la mediatrice culturale di Save the children: "Ogni pullman è un mondo a sé, a volte appena sali le persone scoppiano a piangere, altre volte i visi sono più tranquilli, vuol dire arrivano da città dove la guerra non ha ancora distrutto ogni cosa".

(agf)

All'Hotel Transilvania una neonata dorme sotto la scritta "No War". Felix fuma un toscano e riallaccia memorie. "Questa struttura l'avevo comprata per trasformarla in un autogrill. I permessi non sono mai arrivati, invece dai boschi qui dietro mi apparivano davanti alla porta ragazzi simili a ombre, laceri, affamati. Afghani, siriani. Ho iniziato a ospitarli, la casa era vuota, cibo, letti, medicine. Ho capito che il mio hotel non sarebbe mai diventato un hotel, non ci avrei mai guadagnato ma sarebbe potuto servire a chi scappava da guerre e miseria, l'ho messo a disposizione delle associazioni umanitarie". Esaurita la rotta balcanica Felix l'ostello l'aveva richiuso, sperando, forse, di destinarlo ad altro. "Invece da un giorno all'altro migliaia di mamme e bambini sono piombati su questo piazzale, avevano freddo, paura, fame. Ho sentito che era mio dovere morale offrire le mie stanze a chi ne ha bisogno".

Anna Litvinenko ha la mano che trema mentre sul cellulare ci mostra il suo palazzo distrutto, il razzo che l'ha colpito. "Venticinque giorni al buio in cantina, senza acqua, abbiamo bevuto la neve, tanti amici sono morti". Stefania Tomasini è la referente di Save the children per l'area Nord, una lunga esperienza nella tutela dei minori non accompagnati da Lampedusa a Lesbo. Accoglie i profughi ucraini al valico Fernetti, distribuisce informazioni, assiste i più piccoli, ascolta. "La crisi dei Balcani è lontana e non siamo più abituati a vedere europei che fuggono, profughi che spesso parlano anche in italiano. Che raccontano non una guerra lontana mesi e mesi di cammino, ma soltanto tre giorni di auto. Fra impressione. Le più provate sono le donne anziane. Le mamme invece non si concedono lacrime. Gli adolescenti, spesso, sono convinti che torneranno a casa a settembre per l'inizio della scuola. Danno speranza".

Tra i destini incrociati dell'Hotel Transilvania ci sono anche Irina Vyhoniato e la sua amica Svetlana. Irina e suo marito erano scappati già nel 2015, con la prima guerra del Donbass. Ieri sono arrivati i suoi genitori e Svetlana con il suo biondissimo piccolo di due anni. "Si fermeranno tutti qui, da Felix. Non abbiamo più nulla ma siamo vivi". Una panca al sole, cibo per tutti. Svetlana e Irina, amiche ritrovate, si abbracciano e sorridono, finalmente.