Pillole anti Covid, è flop. L’Italia non riesce a usarle: “Tempi troppo stretti”
di Elena Dusi , di Elena DusiSpiacente, il tempo è scaduto. Per molte persone con il Covid arrivare alla pillola è una corsa contro il cronometro. E in circa un caso su quattro la gara finisce con una sconfitta. Le regole per ottenere l'antivirale infatti sono chiare: non devono passare più di cinque giorni dal tampone positivo. Altrimenti un trattamento da 610 euro (nel caso di molnupiravir, la pillola della Merck) o da 650 (per paxlovid di Pfizer) diventa inutile: non riesce più a impedire che il virus si replichi nell'organismo e l'infezione degeneri in malattia grave.
Il risultato è che le pillole contro il Covid, salutate al loro arrivo come il colpo decisivo contro il coronavirus, vengono usate ancora poco, e non solo in Italia. Il nostro paese, con 600mila confezioni acquistate di paxlovid e 50mila di molnupiravir, l'11 marzo ne aveva usate 2.072 del primo (arrivato in Italia il 4 febbraio) e 9.069 del secondo (disponibile dal 4 gennaio). E ora rischia di…
Spiacente, il tempo è scaduto. Per molte persone con il Covid arrivare alla pillola è una corsa contro il cronometro. E in circa un caso su quattro la gara finisce con una sconfitta. Le regole per ottenere l'antivirale infatti sono chiare: non devono passare più di cinque giorni dal tampone positivo. Altrimenti un trattamento da 610 euro (nel caso di molnupiravir, la pillola della Merck) o da 650 (per paxlovid di Pfizer) diventa inutile: non riesce più a impedire che il virus si replichi nell'organismo e l'infezione degeneri in malattia grave.
Il risultato è che le pillole contro il Covid, salutate al loro arrivo come il colpo decisivo contro il coronavirus, vengono usate ancora poco, e non solo in Italia. Il nostro paese, con 600mila confezioni acquistate di paxlovid e 50mila di molnupiravir, l'11 marzo ne aveva usate 2.072 del primo (arrivato in Italia il 4 febbraio) e 9.069 del secondo (disponibile dal 4 gennaio). E ora rischia di ritrovarci a fine anno con migliaia di confezioni in scadenza. Paxlovid ha infatti una durata di 12 mesi, molnupiravir di 18.
Se l'opzione della pillola di Pfizer - efficace all'88% - va scartata per questo motivo, si può fare ricorso alla pillola Merck, la cui efficacia si ferma però al 30%, tanto che l'Ema (Agenzia europea del farmaco) non l'ha ancora approvata. E non è detto che lo farà. Oppure si possono scegliere gli anticorpi monoclonali, tenendo conto però che solo Sotrovimab della Gsk è efficace contro Omicron: gli altri sono diventati inutili con l'arrivo a dicembre della nuova variante. Per oggi o domani ci si attende l'approvazione da parte dell'Ema del nuovo mix di monoclonali di AstraZeneca, anche lui capace di bloccare Omicron.
Il cronometro della gara degli antivirali scatta insomma al momento del tampone positivo, quando il virus si sta ancora replicando nell'organismo. Dopo circa una settimana, è la reazione aberrante del sistema immunitario, non Sars-Cov2, a provocare i danni principali. Il contagiato deve rivolgersi al medico di famiglia e chiedergli se rientra fra i casi che possono ricevere la cura. Antivirali e monoclonali sono infatti indicati solo per i positivi con fattori di rischio (dall'età al diabete, dall'obesità a problemi immunitari), che corrono il pericolo di sviluppare sintomi gravi. Il medico di famiglia dovrà poi contattare un ospedale che somministra i farmaci e prendere un appuntamento per il paziente.
I pazienti che rischiano di aggravarsi, in questa fase di Omicron, sono spesso i non vaccinati. "Un paziente non immunizzato e con fattori di rischio è un candidato al trattamento, certo", conferma Annalisa Saracino, docente di malattie infettive all'università e primaria al Policlinico di Bari. "Ma non sono tanto i No Vax a cercare questo tipo di trattamenti, quanto le persone che per varie ragioni mediche non hanno potuto ricevere o non hanno risposto al vaccino". Se il fattore tempo si rivela spesso discriminante, la colpa non è solo della burocrazia, spiega ancora Saracino. "Subito dopo il contagio i sintomi a volte sono leggeri e possono essere sottovalutati. C'è chi si spaventa dopo diversi giorni, quando inizia a sentirsi peggio. Ma a quel punto è troppo tardi per gli antivirali".
Una soluzione è quella proposta da Guido Rasi, ex direttore dell'Ema, microbiologo dell'università di Tor Vergata: "Gli antivirali possono essere prescritti dai medici di famiglia e poi ritirati dai pazienti direttamente in farmacia, per accelerare i tempi. Per i medici andrebbe ovviamente prevista una formazione specifica. La disponibilità, con 650mila dosi, non sarebbe un problema". Anche gli Stati Uniti hanno scelto la distribuzione in farmacia, ma lì è la carenza delle confezioni che sta ostacolando il funzionamento di questi trattamenti. New York, per evitare che persone positive girino la città alla ricerca di una scatola, ha organizzato la consegna a domicilio. Che secondo Rasi "non sarebbe fantascienza neppure da noi, una volta che i medici di famiglia avranno linee guida chiare per prescrivere le pillole ai pazienti che sanno essere più a rischio".