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L’odissea dei bimbi dell’orfanotrofio: “Sicilia, arriviamo”

Alle prime bombe su Chernihiv la direttrice li ha caricati su un pullmino e ha fatto rotta sull’Italia
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CATANIA - È un'odissea lunga quattromila chilometri. Diciannove bambini orfani in fuga dalle bombe russe. La direttrice eroica che sta attraversando mezza Europa in un pulmino pur di portarli in salvo. Il traguardo sembra ancora un miraggio, lontanissimo, ma dovrebbe materializzarsi domani: la costa orientale della Sicilia.

Sasha è uno dei piccoli partiti dall'orfanotrofio comunale di Chernihiv, al confine ucraino-russo. La bomba che ha visto esplodere il 10 marzo nel campetto di calcio dove trascorreva gran parte del suo tempo è ancora - per lui come per Nikita, Tanya e Victoria - un incubo dal quale svegliarsi. Hanno tutti tra i 6 e i 12 anni, a guidarli la direttrice dell'istituto ormai distrutto, Lidia Yaroshenko. Con lei il tutor e insegnante di educazione fisica Aleksandr. "Ero in consiglio comunale quando ho ricevuto la telefonata dalla direttrice dell'istituto. Mi diceva che aveva preso i bambini con sé per scappare dalle…

CATANIA - È un'odissea lunga quattromila chilometri. Diciannove bambini orfani in fuga dalle bombe russe. La direttrice eroica che sta attraversando mezza Europa in un pulmino pur di portarli in salvo. Il traguardo sembra ancora un miraggio, lontanissimo, ma dovrebbe materializzarsi domani: la costa orientale della Sicilia.

Sasha è uno dei piccoli partiti dall'orfanotrofio comunale di Chernihiv, al confine ucraino-russo. La bomba che ha visto esplodere il 10 marzo nel campetto di calcio dove trascorreva gran parte del suo tempo è ancora - per lui come per Nikita, Tanya e Victoria - un incubo dal quale svegliarsi. Hanno tutti tra i 6 e i 12 anni, a guidarli la direttrice dell'istituto ormai distrutto, Lidia Yaroshenko. Con lei il tutor e insegnante di educazione fisica Aleksandr. "Ero in consiglio comunale quando ho ricevuto la telefonata dalla direttrice dell'istituto. Mi diceva che aveva preso i bambini con sé per scappare dalle bombe. Erano a Sud di Kiev dopo aver percorso già 850 chilometri e avevano bisogno del nostro aiuto", racconta Carmelo Portogallo, volontario dell'associazione "Arca senza confini" che oggi in pullman insieme alla moglie Alfina Lombardo sta conducendo i 19 bimbi con la loro direttrice a Mascali, paese alle pendici dell'Etna.

Perché sono diretti laggiù, nell'estremo lembo d'Europa? Perché otto tra i bimbi in fuga erano già stati ospitati da famiglie siciliane di quell'area all'interno dei programmi di accoglienza temporanea destinati agli orfani provenienti dall'Est Europa. "Il ministro dell'Interno ucraino aveva già predisposto per loro una collocazione in Belgio e in Germania, ma si sono rifiutati perché volevano andare in Sicilia dove erano già stati tante volte prima della pandemia", racconta Caterina Zarkova, una volontaria che ha raggiunto i bambini per conto del consolato ucraino di Firenze, determinante per lo sblocco del nulla osta alla frontiera. Contattata al telefono, la direttrice Yaroshenko - la voce provata dalla stanchezza e dall'emozione - ricostruisce con Repubblica alcuni momenti della fuga: "Attendere oltre avrebbe messo a repentaglio la vita dei piccoli, così con Aleksandr abbiamo preso il furgone che ci era stato donato dall'associazione e ci siamo messi in viaggio, attraversando la foresta e seguendo percorsi che non posso svelare per motivi di sicurezza. Siamo arrivati a Cherkasy e con uno dei telefoni donati a uno dei bambini ci siamo messi in contatto con Carmelo per chiedere aiuto e abbiamo proseguito il viaggio verso Sud".

Al posto di blocco di Medyka, al confine tra Ucraina e Polonia, i 19 bimbi ancora sotto shock sono costretti però a salutare il loro tutor: "La polizia ucraina ci ha detto che lui non poteva proseguire il viaggio, i bambini si sono messi a piangere, si sono inginocchiati davanti ai poliziotti implorando di farlo restare con noi, ma non l'hanno permesso. È stato un ulteriore trauma", continua Aleksandr, il tutor insegnante di educazione fisica, in servizio da 12 anni nell'orfanotrofio di Chernihiv.

Con quel furgone utilizzato per fuggire dalle bombe Lidia e Aleksandr erano soliti portare in gita i bambini al fiume Dnripro. È uno dei pochi ricordi felici che oggi Sasha, Mikita, Tanya, Anglina e gli altri custodiscono, mentre cercano un momento per riposare tenendo stretti i peluche donati da altri volontari durante la loro odissea. "Non dormivano in un materasso dal 24 febbraio, la data che ha segnato l'inizio della guerra, così dopo che ci siamo riabbracciati al centro di accoglienza di Przemysl abbiamo raggiunto un hotel e Caterina ha suonato per loro la bandura", aggiunge commosso l'assessore del comune del Catanese. Una rete di volontariato e assistenza si sta già mobilitando, dalla parrocchia alle famiglie alle associazioni, per accogliere i venti in arrivo.

Dopo l'esplosione della bomba nel campetto di calcio, dell'orfanotrofio di Chernihiv non è rimasto più nulla. Adesso, benché stremati, i bimbi viaggiano felici verso il sole e il mare della Sicilia.