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Rimini, stop ai rifugiati ucraini negli hotel: 600 trasferiti fuori regione. L'appello: “Fateci restare qui, vicino ai parenti”

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Nessun rimborso per gli alberghi che li ospitano nella città che ne accoglie di più
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Rimini - Igor, sguardo serissimo, tiene la manina stretta sul cuore, le labbra ad accennare parole fin qui sconosciute per un bimbo di due anni e mezzo. Ma ora le note dell'inno ucraino, che risuonano nella sala ristorante dell'hotel Margherita prima di pranzo e cena, cementano per grandi e piccini il legame con quella terra da cui sono fuggiti sotto le bombe. Tutti in piedi, mamme, nonne, bambini, i pochi anziani venuti via, la mano sul cuore, a cantare il loro grande senso di appartenenza al Paese dove sperano di tornare prima possibile. Non fanno altro che ripeterlo, si avverte subito quanto li infastidisce sentirsi addosso l'etichetta di profughi, fosse per loro non chiederebbero neanche il permesso per rifugiati, proprio per marcare quanto la loro presenza sia temporanea.

La vita che riparte

Ma intanto la salvezza, la vita che riparte è qui. È il salone delle feste dell'hotel Margherita trasformato in uno spaccio dove ognuno prende con pudore…

Rimini - Igor, sguardo serissimo, tiene la manina stretta sul cuore, le labbra ad accennare parole fin qui sconosciute per un bimbo di due anni e mezzo. Ma ora le note dell'inno ucraino, che risuonano nella sala ristorante dell'hotel Margherita prima di pranzo e cena, cementano per grandi e piccini il legame con quella terra da cui sono fuggiti sotto le bombe. Tutti in piedi, mamme, nonne, bambini, i pochi anziani venuti via, la mano sul cuore, a cantare il loro grande senso di appartenenza al Paese dove sperano di tornare prima possibile. Non fanno altro che ripeterlo, si avverte subito quanto li infastidisce sentirsi addosso l'etichetta di profughi, fosse per loro non chiederebbero neanche il permesso per rifugiati, proprio per marcare quanto la loro presenza sia temporanea.

La vita che riparte

Ma intanto la salvezza, la vita che riparte è qui. È il salone delle feste dell'hotel Margherita trasformato in uno spaccio dove ognuno prende con pudore tutto quello che serve: cibo, abiti, scarpe, pannolini, sapone, scarpe, giocattoli per i più piccoli. È il macellaio che con il suo grembiule bianco spinge un carrello con 120 polli offerti da un benefattore che vuole restare anonimo, lo stesso che la scorsa settimana ha mandato 120 hamburger, è il grande schermo collegato al pc messo a disposizione per le videochiamate whatsapp, momento collettivo di pianto, sofferenza ma anche sollievo per ogni volta che un marito, un padre, un figlio al fronte risponde. È la maestra in pensione che ogni pomeriggio si presenta con un vecchio sussidiario in mano per insegnare qualche parola di italiano a queste giovani donne con due, tre bambini aggrappati alle gambe che ancora tremano ad ogni rumore e si nascondono ad ogni viso sconosciuto. "Voroha, voroha..", che significa nemico, sussurra Piotr, 5 anni, chinandosi istintivamente mentre sul cielo di Rimini passa un elicottero.

In 4mila hanno scelto Rimini

Sui pennoni della spiaggia i bagnini hanno issato la bandiera della Pace e quella gialloblu, il benvenuto ai circa 4.000 profughi che nell'ultimo mese hanno scelto Rimini come loro destinazione in Italia. È la città italiana che ne ospita di più in assoluto nonostante le piccole dimensioni. E non è un caso: lungo la Riviera romagnola vive una delle più grandi comunità ucraine, circa 5.000 persone, la più parte donne, badanti che vivono in casa degli anziani che accudiscono. Ognuna di loro ha visto arrivare una figlia, una sorella, i nipotini ma non ha dove ospitarli. E le stanze di 13 hotel della riviera, da subito messi a disposizione dagli albergatori che speravano nelle prime prenotazioni per Pasqua, sono diventate casa per più di 1.000 persone. Che ora sono scese a 600 perché da queste strutture ( che non rientrano nei piani del governo e non riceveranno alcun rimborso per le spese sostenute) il ministero dell'Interno sta provando a portarli via, smistandoli in centri di accogllienza fuori dall'Emilia Romagna, dove non c'è più posto. In Molise, Sicilia, Piemonte, in strutture non sempre dignitose a giudicare dai video con scarafaggi per terra, zecche sui materassi, bagni indecenti, mandati da chi ha accettato il trasferimento. "Alcune famiglie, almeno una quarantina di persone ce le siamo viste tornare dopo pochi giorni - racconta Giosuè Salomone, a capo degli albergatori di Riviera sicura - noi non mettiamo di certo alla porta nessuno, ma una soluzione si deve trovare. Abbiamo già sostenuto spese per almeno 200.000 euro".

L'appello: "Fateci stare qui, vicino a parenti e amici"

All'hotel Luna rossa, sabato mattina, la signora Linda, la proprietaria, si è messa fisicamente di traverso quando due bus mandati dalla prefettura si sono presentati per trasferire i profughi verso una destinazione sconosciuta. Fuggi fuggi, pianti a dirotto, bimbi di nuovo terrorizzati. Alla fine in centinaia sono andati sotto la prefettura affidando ad una lettera il loro appello: "Sappiamo di essere arrivati in tanti, ma siamo qui perché abbiamo parenti e amici, ed è l'unica cosa che ci dà conforto. Che male abbiamo fatto per essere strappati una seconda volta ai nostri affetti?".

Alessia è qui con le sue due figlie, guarda il telefonino e piange "Mio marito mi ha fatto venire qui dove c'è mia suocera. Ho due ragazzine, avete visto a Bucha cosa hanno fatto, abbiamo lasciato tutto e siamo fuggite. Ma è qui che vogliamo stare. Non possono separarci ancora". Eva, 14 anni e due occhi azzurrissimi, aveva appena cominciato la didattica a distanza con la sua scuola ma "ieri è stata distrutta dalle bombe, non c'è più". E allora tutti in sala da pranzo a fare lezione con Iana che ha lavorato in Italia alcuni anni fa e si improvvisa maestra: "Tovagliolo, forchetta, coltello, acqua, pane" e poi i numeri fino a 100. I bambini imparano e torna il sorriso.

L'albergatore: "Siamo una famiglia, non li mando via anche se lo Stato non c'è"

È smagliante adesso quello di Tanya, scappata da Leopoli a 33 anni con Solomia, 7 anni, e Yana, 2 anni, e un pancione di 8 mesi e mezzo. Zlata, per fortuna, è nata il 2 aprile a Rimini. "Non volevo che nascesse sotto le bombe - dice cullando la piccola appena rientrata dall'ospedale all'hotel Margherita dove ha trovato decine di palloncini e il fiocco rosa sul cancello - il suo papà, al fronte, l'ha vista in video. Spero ci porti la pace". Tanya è stata tra i primi, il 7 marzo, a bussare alla porta dell'hotel Margherita che il titolare Stefano Lanna ha accettato di trasformare in una sorta di grande casafamiglia autogestita. "Oggi ho ancora 169 persone qui, le ho accolte con tutto il cuore e di certo non le manderò via perché lo Stato ha deciso di non aiutarci. Non so quanto mi costerà, ma a sostenerci per fortuna c'è il grande cuore della città".