Il giallo di Liliana Resinovich e la prova del dna: "Non è del marito, né dell'amico, né del vicino"
di Gianpaolo Sarti , di Gianpaolo SartiTRIESTE – Il dna maschile rilevato sul cordino che legava i sacchetti di nylon al collo di Liliana Resinovich non appartiene a nessuno dei campioni su cui finora si sono focalizzati gli accertamenti della Polizia scientifica. Dunque né al marito Sebastiano Visentin, né a Claudio Sterpin (l’ottantaduenne con cui Lilly aveva una relazione) e neppure al vicino di casa, Salvatore Nasti. Nelle scorse settimane la Polizia aveva prelevato il dna a queste persone, che la donna frequentava di più nell’ultimo periodo, in modo da confrontarlo con quello maschile scoperto sul laccio. Si trattava comunque di una traccia genetica ritenuta “debole”. Sul cordino è presente invece Dna di Liliana.
“Sul caso non ci sono novità investigative – afferma il procuratore di Trieste Antonio De Nicolo – altrimenti mi sarebbero state riferite. Se ci saranno novità parlerò attraverso comunicati stampa, come ho sempre…
TRIESTE – Il dna maschile rilevato sul cordino che legava i sacchetti di nylon al collo di Liliana Resinovich non appartiene a nessuno dei campioni su cui finora si sono focalizzati gli accertamenti della Polizia scientifica. Dunque né al marito Sebastiano Visentin, né a Claudio Sterpin (l’ottantaduenne con cui Lilly aveva una relazione) e neppure al vicino di casa, Salvatore Nasti. Nelle scorse settimane la Polizia aveva prelevato il dna a queste persone, che la donna frequentava di più nell’ultimo periodo, in modo da confrontarlo con quello maschile scoperto sul laccio. Si trattava comunque di una traccia genetica ritenuta “debole”. Sul cordino è presente invece Dna di Liliana.
“Sul caso non ci sono novità investigative – afferma il procuratore di Trieste Antonio De Nicolo – altrimenti mi sarebbero state riferite. Se ci saranno novità parlerò attraverso comunicati stampa, come ho sempre fatto. Le illazioni le lascio fare agli altri”.
L’esito dell’esame rafforza l’ipotesi che la sessantatreenne Resinovich, scomparsa a Trieste il 14 dicembre e trovata morta il 5 gennaio nel bosco dell’ospedale psichiatrico di San Giovanni, a un paio di chilometri da casa, possa essersi effettivamente suicidata. Le indagini della Squadra mobile e della Polizia scientifica, coordinati dal pm Maddalena Chergia, ormai stanno andando in questa direzione. A tre mesi dalla scoperta del cadavere nessuno figura nel registro degli indagati. E, va ricordato, l’autopsia e la Tac non avevano individuato alcun segno di violenza sul corpo della vittima.
La donna si sarebbe allontanata dalla propria abitazione per poi addentrarsi nel parco dell’ospedale psichiatrico, un luogo che frequentava assieme al marito. E lì, nascosta dalla fitta vegetazione boschiva, avrebbe infilato la testa in due sacchetti di nylon, stretti alla gola con il cordino così da impedire il passaggio dell’aria. Poi si sarebbe avvolta in due sacchi neri delle immondizie aspettando la morte. Quando gli investigatori hanno scoperto il cadavere, il 5 gennaio, Lilly era in posizione fetale.
La Scientifica ha rintracciato “grandi quantità” del dna di Liliana, oltre che sul laccio, sui sacchetti di nylon e sui sacchi neri.
Nei giorni scorsi è emerso anche l’esito dell’esame tossicologico effettuato sul corpo della sessantatreenne: gli accertamenti biologici hanno escluso che la donna possa aver ingerito sostanze di qualsiasi tipo, come farmaci o droghe.
Dopo l’autopsia, la Takmlc, il dna e il test tossicologico, si attende ora l’esito dell’esame istologico: un accertamento al microscopio sui tessuti del corpo, a iniziare dai polmoni. Un’analisi di questo tipo è in grado di fornire elementi utili a livello cellulare per rilevare un’eventuale asfissia. Si potrà così capire se il decesso da “scompenso cardiaco acuto”, queste le conclusioni dell’autopsia, è stato causato da un soffocamento.