Cronaca

'Ndrangheta, la verità sul cold case Grazia Alvaro: "Mia madre uccisa e fatta sparire per fermare la faida”

'Ndrangheta, la verità sul cold case Grazia Alvaro: "Mia madre uccisa e fatta sparire per fermare la faida”
Giuseppe Penna racconta alla nipote di quando ha assistito all'omicidio della madre ufficialmente scomparsa nel '90, ammazzata dal suocero e seppellita in un bosco
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"Uccidimi pure, tanto io i miei figli li ho persi. Ma voglio dirti una parola. Tu vecchio, leggi questa lettera davanti a tutti". Le ultime parole di Grazia Alvaro sono state una sfida. Ma non era un'eroina o una vittima. Ma una donna di 'ndrangheta pronta a pagare anche con la vita pur di placare la propria sete di vendetta. 

Nonostante avesse capimafia storici nel pedigree, la donna il 3 dicembre del 1990 era sotto processo davanti al tribunale dei clan. Capo di imputazione: "sbirra".  

Glielo sibila Carmine Penna, il suocero e boss, prima di condannarla, lo ricorda il figlio della donna Giuseppe Penna - uomo di spicco dei clan di Sinopoli, come tale arrestato dalla Dia nell'ambito dell'inchiesta "Propaggine" delle procure antimafia di Reggio Calabria e Roma-  che a quella "udienza" interminabile ha assistito. "E' durata dalle 8 di mattina alle 8 di sera" racconta in dettaglio alla nipote in una notte alla villetta al mare a San Cesareo.  

Le ambientali piazzate dagli investigatori sono attive, ascoltano, registrano e quelle parole intercettate oggi rivelano la sorte di una donna che da oltre trent'anni ufficialmente è solo scomparsa. Nessuno fra inquirenti e investigatori ci ha mai creduto.  

Grazia Alvaro è da decenni una voce nel lungo elenco delle vittime di lupara bianca, gli "spariti" ammazzati e sepolti chissà dove perché il loro omicidio avrebbe fatto troppo rumore, per sfregio alla famiglia o perché è cosa di famiglia. I motivi possono essere i più diversi, il risultato è identico: un elenco di fantasmi, sepolti in tombe senza nome, nei boschi, nei campi, nelle fondamenta di palazzi. 

Spesso le famiglie ne reclamano i corpi. Quella di Grazia Alvaro no, mai. Perché tutti sapevano perfettamente che fine avesse fatto.  

"Dopo che ha letto questa lettera - racconta il figlio, rievocando le immagini di quella sera - non gli ha detto nulla. Si è alzata. Lui era a capotavola seduto. L'ha guardata e le ha detto 'o vai e ti butti (ti suicidi ndr) o non esci viva da qui'. E poi "sparando lui si è fatto (ha ucciso ndr) mia madre". 

Qual era la colpa che Grazia Alvaro doveva espiare? Il figlio non lo dice. "È stato un errore di mafia - si limita a mormorare - diciamo così". L'ipotesi più facile, quasi un cliché nelle storie di 'ndrangheta, è che di mezzo ci fosse un tradimento, una storia clandestina con un altro uomo. Ma in passato, tra le pieghe di alcune indagini si era ipotizzato che la morte della donna fosse legata all'omicidio del fratello. Forse in quella lettera la "sbirra" Grazia Alvaro aveva rivelato nomi di mandanti ed esecutori? Era una vendetta contro chi le aveva strappato un pezzo di famiglia? 

Di certo c'è che quelli erano anni di faida fra i monti dell'Aspromonte. Anzi, "di guerra" dice Giuseppe Penna. Un conflitto feroce, che mirava a cancellare anche il ricordo di un ceppo di famiglia. "Anche le cappelle al cimitero gli hanno fatto saltare".  

 

E questo perché "la pace nel mondo, non c'è la pace in Calabria" mastica. All'epoca, spiega, a Sinopoli e nelle contrade vicine "c'erano più di 1.500 soldati, picciotti. Ci sono state due guerre, siamo parenti. Più di 1.500 persone armate. Ma non ragazzi, uomini di 50-60 anni. Tutte insieme in mezzo a quei monti, 300 persone hanno ammazzato".  

Sinopoli è un pugno di case in mezzo alle montagne dell'Aspromonte. Ma da lì, in tanti sono partiti fin dagli inizi del '900 per "l'Altitalia" o altri continenti. "Un'imbasciata di qua, un'imbasciata di là, un'imbasciata in America, in un giorno e  mezzo arrivano tutti" spiega Penna, che da "capofila, insomma braccio destro di mio nonno" sapeva tutto. E inerte ha assistito all'omicidio della madre.  

Sangue che per ordine del boss che l'ha ammazzata ha suggellato una pax fra quei monti. Almeno per un po'. Dopo l'omicidio, racconta Penna, il nonno Carmine "ha detto 'Oggi ho pulito, tu hai ucciso suo fratello. Non parlo solo nel mio interesse. Tutte le guerre di mafia, non ne voglio più sentire. Tutte le guerre di droga, non ne voglio più sentire. Perché se io sento a Sinopoli, prima di morire, vi ammazzo a tutti". 

Promessa di boss, che almeno per un po' ha tenuto. "Il 100% erano con mio nonno, volevano tutti la pace con mio nonno" spiega Penna junior alla compagna "e poi, pure se non volevi ti ammazzavano i tuoi stessi".  

L'ordine per un po' è stato rispettato. Ma il vecchio patriarca Carmine Penna paga con la vita quell'omicidio. Finisce ammazzato anni dopo, per mano - emerge dalle carte di indagine - del padre della donna che ha ucciso, ennesimo grano di un rosario di sangue che attraversa i decenni. Ma in quel dicembre del '90,  il boss ha il potere e l'autorità per emettere sentenze, eseguirle e ordinare anche dove seppellire la donna condannata a morte. 

"Chiantamula (seppelliamola ndr) per là" dice nei ricordi del nipote. "Là" è un campo appena fuori il paese, "è nascosta dove ha deciso lui, per là, così la possiamo vedere lo stesso" spiega il giovane boss, che della famiglia ha ereditato gradi e potere e del clan tramanda il credo. Quello che gli permette di giustificare persino l'omicidio della madre perché "così si sono salvate milioni di persone"