Il disagio dei giovani in Dad: "Stanchi dello schermo che rifletteva sempre il nostro viso"
di Viola Giannoli , di Viola Giannoli“Detestavo la mia immagine. Detestavo essere obbligata a vederla davanti a me ogni giorno, per 4, 5 o 6 ore. Detestavo l’idea di guardarmi, di non piacermi, di passare il tempo a preparami, ad aggiustarmi per poi specchiarmi diversa da come mi immaginavo. Detestavo questo molto più che mostrarmi agli altri, farmi vedere dai miei compagni, sentirmi accettabile per loro senza dovermi per forza guardare”. Laura (il nome è di fantasia) racconta a parole sue un disagio diffuso, comune, più di quanto si creda, a ragazzi e ragazze.
Deficit di autostima
Non si tratta di esoptrofobia, il nome tecnico dell’angoscia di specchiarsi. Qui si parla di accettazione di sé, del proprio corpo, del proprio aspetto. Si tira in ballo l'insicurezza, la fiducia, l'autostima, presunti canoni con cui viene imposto di confrontarsi. Sembra un paradosso per una generazione iper connessa, ma un conto è…
“Detestavo la mia immagine. Detestavo essere obbligata a vederla davanti a me ogni giorno, per 4, 5 o 6 ore. Detestavo l’idea di guardarmi, di non piacermi, di passare il tempo a preparami, ad aggiustarmi per poi specchiarmi diversa da come mi immaginavo. Detestavo questo molto più che mostrarmi agli altri, farmi vedere dai miei compagni, sentirmi accettabile per loro senza dovermi per forza guardare”. Laura (il nome è di fantasia) racconta a parole sue un disagio diffuso, comune, più di quanto si creda, a ragazzi e ragazze.
Deficit di autostima
Non si tratta di esoptrofobia, il nome tecnico dell’angoscia di specchiarsi. Qui si parla di accettazione di sé, del proprio corpo, del proprio aspetto. Si tira in ballo l'insicurezza, la fiducia, l'autostima, presunti canoni con cui viene imposto di confrontarsi. Sembra un paradosso per una generazione iper connessa, ma un conto è scegliere la propria foto, il proprio momento, studiare l'outfit e la coreografia per TikTok, mettersi in posa, prepararsi per un massimo di 59 secondi di performance, un'altra cosa è passare ore ogni mattina davanti a se stessi perdendo inevitabilmente il controllo di quel che si sta fa, della propria postura, dell'atteggiamento, delle espressioni. E questo è un disagio che è cresciuto durante la pandemia, quando la Dad e i rapporti virtuali hanno obbligatoriamente sostituito in gran parte la scuola in presenza e le comitive di amici, ma che si trascina ancora oggi.
"Quel maledetto schermo!"
Quasi uno studente su due (il 47%, vale a dire 14.100 studenti e studentesse) ha ammesso in una maxi-indagine che a marzo ha coinvolto 30 mila liceali e universitari di avere difficoltà a vedere la propria immagine riflessa nello schermo. Il rapporto - titolo: “Chiedimi come sto” - è stato promosso e ora presentato dalla Rete degli studenti medi, dall’Unione degli universitari e dal sindacato dei pensionati Spi-Cgil e condotto dall’Istituto di ricerca Ires Emilia Romagna. “In aula non ci fissavano su quel maledetto schermo osservando fino alla nausea tutte le faccine dei compagni che ci permettono di rilevare particolari fastidiosi che prima normalmente ci sfuggivano”, si è sfogata qualche mese fa Aurora.
"In classe non ti vedi riflessa"
Accendere o non accendere lo schermo non era, per molti, questione di mancato rispetto, di distrazione, il volersi fare i fatti propri. “Quelle strumentazioni – ha spiegato ancora la ragazza – mettono angoscia, disagio, a me compresa, che sto affrontando un percorso per superare tutto questo”. “A scuola, in classe - continua - era diverso. In presenza, seduta su un banco, non ti vedevi riflessa in nessuno schermo come sei realmente. Prima di recarmi a scuola, mi alzavo prima, mi truccavo, mi preparavo, dedicavo il tempo necessario per apparire accettabile agli occhi degli altri, ma nessuno mi obbligava a mostrare il mio viso in primo piano a tutti per tutta la durata della lezione. A scuola non ti vedevi riflessa al contrario, storta e magari diversa da come ti vedi allo specchio, lungo e duro lavoro sul quale perdevi tanto tempo per renderti decente”.
Paura del fermo immagine (su una smorfia)
“Detestavo – spiega invece di nuovo Laura – pure l’idea che qualcuno potesse catturare la mia immagine a mia insaputa. Che quello schermo si bloccasse e bloccasse il mio viso in una smorfia o in una posizione che nella vita reale assumevo magari solo per una frazione minima di secondo. Avevo paura di diventare un meme”. Alla preoccupazione sul proprio aspetto per molti si è aggiunta poi l’impressione “che tutti mi guardassero tutto il tempo”. E questo ha provocato, per reazione, "una sorta di fuga dalle occasioni pubbliche". Le finestre dello schermo, al contrario dei banchi, tengono i riflettori degli altri sempre accesi su ogni volto. E in chi ha qualche difficoltà, anche di apprendimento, aumenta il rischio di sentirsi inadeguati.
... fino alle esperienze di autolesionismo
Il fastidio di vedersi riflessi non è però l’unico disagio legato al proprio corpo che i ragazzi, nella lunga indagine, riportano di avere. Il 28% di loro ha dichiarato di avere disturbi alimentari, il 16% dei quali innescati dalla pandemia. Il 14,5% ha avuto esperienze di autolesionismo, la metà in coincidenza del periodo pandemico. E poi c'è un altro 37% che ha curato meno il proprio aspetto fisico. Ma non per una rivoluzione culturale. E senza guadagnarne in serenità.
Gli altri temi del rapporto: dall'alcol ai videogiochi
Il rapporto racconta poi molto altro ancora: il 10% dei giovani racconta di aver assunto sostanze e il 12% di aver abusato di alcol. Dicono che a crescere , nel corso dell’emergenza sanitaria , sono state soprattutto le emozioni negative: la noia (68%), la demotivazione (66%), la solitudine (62,7%), l’ansia (60%), la paura e la rabbia (46%). Allo stesso tempo sono diminuite quelle positive e in particolare il senso di libertà (62%), la voglia di fare (60%), la serenità (56%) e l’allegria (55%). La pandemia ha prodotto anche un cambiamento dei comportamenti e delle abitudini, con l’aumento dell’uso dei social (78%), dei videogiochi (30,7%) e del fumo (18%). Mentre il 64% ha subito un cambiamento dei ritmi del sonno.
E il futuro? Il 60,3% degli studenti guarda in prospettiva con criticità molto elevata alla propria salute mentale. Il 90% degli studenti ritiene utile e richiede che vi sia un supporto psicologico nella propria scuola e università. Di questi il 35% non lo ritiene solo utile ma vorrebbe usufruirne. Uno su quattro lo ha già fatto, si è già rivolto a un servizio di supporto psicologico nel corso dell’emergenza sanitaria, sia esso pubblico, privato o un mix tra i due. E dirlo fa molta meno paura.