Vite ai margini, terza puntata. Gargano, terra di migranti “Noi, braccianti ora liberi dal giogo del caporalato”
di Karima Moual , di Karima MoualCosa puoi fare quando non sei più una persona ma solo due braccia da sfruttare? Quando hai rischiato la morte per arrivare in un Paese, col sogno di una vita decente, e invece ti svegli in un luogo dove le tue competenze e ambizioni non contano niente perché sei solo braccia e mani; mani d'oro da sfruttare.
La storia che vi raccontiamo in questo nuovo viaggio di "Vite ai margini" è ambientata nei campi agricoli della Puglia. È la storia di uomini che, partendo dalle loro mani, e dal più sfruttato dei lavori, quello del bracciante, provano a rompere le catene dello sfruttamento, lo schiavismo del caporalato. Un fenomeno diffuso capillarmente in Italia ma che colpisce soprattutto le persone più vulnerabili, cittadini italiani ma anche, soprattutto, extra comunitari, preferibilmente irregolari, che vengono impiegati illegalmente nel settore agricolo. Sono più di 400 mila le vittime del caporalato, che si traducono in u…
Cosa puoi fare quando non sei più una persona ma solo due braccia da sfruttare? Quando hai rischiato la morte per arrivare in un Paese, col sogno di una vita decente, e invece ti svegli in un luogo dove le tue competenze e ambizioni non contano niente perché sei solo braccia e mani; mani d'oro da sfruttare.
La storia che vi raccontiamo in questo nuovo viaggio di "Vite ai margini" è ambientata nei campi agricoli della Puglia. È la storia di uomini che, partendo dalle loro mani, e dal più sfruttato dei lavori, quello del bracciante, provano a rompere le catene dello sfruttamento, lo schiavismo del caporalato. Un fenomeno diffuso capillarmente in Italia ma che colpisce soprattutto le persone più vulnerabili, cittadini italiani ma anche, soprattutto, extra comunitari, preferibilmente irregolari, che vengono impiegati illegalmente nel settore agricolo. Sono più di 400 mila le vittime del caporalato, che si traducono in un danno per il Paese quantificabile in oltre 600 milioni di euro. Una cifra enorme, ma è ancora più raccapricciante il fatto che sia visibile anche a occhio nudo lo sfruttamento, con quei corpi che a macchia d'olio si muovono da Nord a Sud della penisola, durante tutto l'anno per le varie raccolte stagionali, svegliati all'alba, ammassati sui furgoncini dei caporali, poi sui campi a spaccarsi la schiena per ritirarsi a sera in baracche di lamiera che ricordano immagini lontane. Di nazioni povere, che vivono nel sottosviluppo o nella guerra, ma che in realtà sono una brutta istantanea scattata nel nostro Paese, nel cuore dell'Europa.
Un'illegalità visibile e minacciosa
Nel ghetto di Rignano Garganico, ad esempio, durante l'anno gravitano 1.300 persone, 500 delle quali sono fisse. Al suo interno vive e matura un'illegalità visibile e minacciosa. È un inferno a cielo aperto, dove caporalato, prostituzione, malavita e droga hanno trovato casa. "Non avrei mai pensato che dall'Africa sarei arrivato in Puglia per fare ... la rivoluzione. È esattamente quello che ci è toccato fare per liberarci dallo schiavismo che vivevamo tutti i giorni nei campi agricoli schiacciati dal caporalato". Latyr Faye, arrivato dal Senegal nel 2007 con tanti sogni nella valigia, si è trovato di fronte a una realtà da incubo. Ad accoglierlo in Italia c'era solo sfruttamento. Per lui come per tanti altri. Uomini stranieri, neri, africani e maledettamente soli, obbligati a combattere per sopravvivere in quello che dovrebbe essere il Paese dei diritti.
Mentre oggi Latyr Faye si racconta dietro una scrivania e un pc, è difficile pensare che solo qualche anno fa quest'uomo elegante, con i colori degli abiti scelti accuratamente, era chino nei campi di pomodoro a riempire più casse possibili per riuscire ad arrivare almeno a 20 euro a giornata dopo più di dodici ore sotto il sole. In Senegal, invece, lavorava in un'agenzia immobiliare. "Sono stato schiavo, e non mi vergogno a dirlo. Ma lo schiavo che non si ribella, merita le sue catene". Oggi è presidente di Casa Sankara, organizzazione di volontariato nata nel 2016 per continuare il lavoro avviato quattro anni prima in modo informale da un gruppo di migranti impegnati nella creazione di una realtà alternativa, dove poter vivere e progettare un percorso legale e dignitoso di inserimento economico e sociale.
Una 'casa' per uscire dalla rete dello sfruttamento
Alcuni di quei braccianti, invisibili e sfruttati, si sono rimboccati le maniche per liberarsi. Da qualche anno gestiscono l'azienda agricola Fortore, in agro di San Severo, in concessione della Regione Puglia. Qui, negli anni, sono riusciti ad accogliere centinaia di migranti. E oggi la struttura è dotata di una foresteria che ospita più di 400 persone. Prefabbricati con quattro letti, aria condizionata, un frigorifero e un tavolo. "Certo - non è un hotel a cinque stelle - spiega Mbaye Ndiaye, uno dei fondatori di Casa Sankara, anche lui uscito dalla rete dello sfruttamento - ma almeno qui i lavoratori trovano un posto dignitoso quando tornano dalla fatica giornaliera. Questa casa è un ponte di approdo per chi non ha nulla. Perché non cadano nelle braccia dei caporali, facciamo noi da intermediari tra i braccianti e i datori di lavoro, gestendo anche i contratti".
Far conoscere i propri diritti
Spezzare il legame tra i caporali, e lo sfruttamento di molti braccianti africani è complicato, mi spiegano. Alcuni non sanno nemmeno di essere sfruttati. Un po' per cultura, un po' per fragilità. Tanti non conoscono i loro diritti e sono abituati a lavori di un giorno con pagamento in contante. Non conoscono i contributi e i diritti. C'è dunque tutto un lavoro di sensibilizzazione e integrazione da fare a monte. Lamine Gueye, anche lui con anni di sfruttamento sulle spalle, oggi dalla sua piccola stanza mi fa vedere sul telefono le foto della moglie e dei figli rimasti in Africa. La figlia già laureata, la seconda che ancora deve finire gli studi e il maschio che ha deciso di fare lo stilista. Tutti sulle sue spalle. E tutti i mesi lui manda loro metà dello stipendio, così come fatto gli altri braccianti.
Mbaye è orgoglioso di mostrare i faldoni che tira fuori dall'armadio, con tutti i documenti e i contratti dei lavoratori che sono in foresteria. La sua emozione è palpabile quando tocca le tessere, le foto con data di nascita, luogo, contributi. Chi dal Ghana e chi dal Senegal, o dal Burkina Faso. "Ci sono almeno 30 nazionalità qui", spiega.
Poi, un filo di commozione nella sua voce, di chi sente di essere arrivato a tanto ma con fatica. "Tutto questo, ha dato tanto fastidio. Abbiamo rotto un pezzetto di sistema mafioso, che frutta molto. Mi sono arrivate minacce di morte, pallottole a casa e qui nella sede, telefonate anonime, intimidazioni, fili del motore della mia macchina manomessi. Mi hanno anche proposto la scorta, ma ho rifiutato".
Gli occhi grandi di Mbaye improvvisamente si fanno lucidi. Ha paura? "Io ho la fede, e chi ha fede non ha paura della morte. Se vogliono ammazzarmi lo facciano pure. Da noi si dice che ci sono due cose che uno non può dare al suo prossimo: la morte e la fortuna".