Amatrice - Un vaso di gerani, uno stendino, una piante di rose gialle. Basta guardare i balconi della palazzina nuova zecca di piazza Augusto Sagnotti per capire che solo tre dei 25 appartamenti consegnati dal Comune ormai da più di due mesi sono abitati, gli altri sono tutti vuoti. E, come gli altri 57 pronti, rischiano di rimanerlo ancora a lungo perché ad Amatrice, a quasi sei anni dal terremoto che ha distrutto il paese facendo 237 vittime, la maggior parte delle persone non ha nessuna premura di abbandonare le “casette”, i piccoli compound di moduli abitativi in legno che gli abitanti hanno trasformato in vere e proprie abitazioni confortevoli. Verande, giardini, orticelli recintati, fiori e piante ad abbellire questi piccoli villaggi, lontano quanto basta dalle macerie che ancora punteggiano quel che resta del centro del paese: insomma a fronte di 82 case riconsegnate solo 7 famiglie hanno lasciato le casette perchè è in questi prefa…
Amatrice - Un vaso di gerani, uno stendino, una piante di rose gialle. Basta guardare i balconi della palazzina nuova zecca di piazza Augusto Sagnotti per capire che solo tre dei 25 appartamenti consegnati dal Comune ormai da più di due mesi sono abitati, gli altri sono tutti vuoti. E, come gli altri 57 pronti, rischiano di rimanerlo ancora a lungo perché ad Amatrice, a quasi sei anni dal terremoto che ha distrutto il paese facendo 237 vittime, la maggior parte delle persone non ha nessuna premura di abbandonare le “casette”, i piccoli compound di moduli abitativi in legno che gli abitanti hanno trasformato in vere e proprie abitazioni confortevoli. Verande, giardini, orticelli recintati, fiori e piante ad abbellire questi piccoli villaggi, lontano quanto basta dalle macerie che ancora punteggiano quel che resta del centro del paese: insomma a fronte di 82 case riconsegnate solo 7 famiglie hanno lasciato le casette perchè è in questi prefabbricati di legno che la gente di Amatrice ha ricostruito in questi cinque anni la propria vita, trovando conforto, amicizia, compagnia nei vicini della “casetta” accanto. E da qui adesso non se ne vuole andare: per il trauma psicologico mai superato che genera la paura di tornare a vivere in una casa di cemento, per il timore di ritrovarsi da soli in una zona poco abitata con vista sulle macerie, ma anche per poter continuare a usufruire degli aiuti di stato, senza pagare bollette, tasse, mutui.
Come già successo nel Belice o a L’Aquila i primi furbetti del terremoto si affacciano anche ad Amatrice. Ed è a loro che il sindaco Giorgio Cortellesi fa giungere il primo garbato avvertimento: «Adesso che finalmente siamo riusciti a far partire i cantieri ( 357 quelli aperti), rischiamo di costruire case che non abbiamo a chi dare. Quelle stesse persone che si sono lamentate della ricostruzione ferma per 5 anni adesso nicchiano. Ho vissuto anche io quella notte, comprendo bene che non c’è psicologo che possa spazzar via il trauma di chi è rimasto intrappolato sotto le macerie e ha visto morire familiari e amici. Ma la condizione di terremotato permanente, l’assistenzialismo non ci aiutano. Chi può rientrare nella propria casa ricostruita con tutti i più moderni criteri antisismici deve farlo. Verrò incontro a chi mi dimostrerà che sta arredando la casa o che ha seri impedimenti per non trasferirisi, ma renderò la vita difficile a chi proverà a fare il furbo. E l’ultima cosa che vorrei fare ma se sarò costretto firmerò gli sfratti».
Parole, quelle del sindaco, che hanno spaccato in due la piccola comunità di Amatrice dove dei 2700 abitanti di prima del terremoto ne sono rimasti meno di un migliaio. Chi ha preso possesso dei nuovi appartamenti condivide l’ultimatum, chi “resiste” nelle casette accusa Cortellesi di non fare gli interessi della comunità. Maddalena Alessandrini, 70 anni, è alla prima domenica nella sua nuova casa. «Sono tornata da quattro giorni e non vedevo l’ora, finalmente casa mia, anche se nelle casette ho lasciato mia figlia e vivo qui da sola in un palazzo in cui al momento siamo solo in due. Io non ho più una sola amica viva ad Amatrice, ma dobbiamo andare avanti. Sono tutte scuse quelle accampate da chi non vuole venir via dalla casette. L’altro giorno una giovane mamma con un bambino di quattro mesi mi ha detto: io non ci vengo, il bambino si traumatizzerebbe. A quattro mesi?». L’altro inquilino del palazzo, Fulvio Aniballi, non va per il sottile: «C’è qualcuno che sta già provando a venderle queste case, provando a rimanere a vivere lì, ma non possono consentirglielo».
Sulla scrivania del sindaco sono arrivati diversi certificati medici: il trauma del terremoto non consente di tornare a vivere in una abitazione di cemento. Nei piccoli compound di moduli abitativi i proprietari degli appartamenti pronti per essere abitati preferiscono non dichiararsi. « Io la casa non ce l’ho ma anche se ce l’avessi i miei bambini a vivere in un palazzo non ce li porterei mai», dice una donna che mette a posto il giardinetto pieno di fiori. « I miei vicini – aggiunge Sebastiano - hanno speso negli anni più di 15.000 euro per ingrandire e abbellire la casetta, hanno fatto una veranda di legno e altre opere. E vuole che ora se ne vadano in una casa da arredare?».
Ma poi ci sono anche quelli come Matteo, 16 anni, uno dei pochi ragazzi rimasti, anzi tornati a vivere ad Amatrice. Lui che lavora all’unico bar del paese aperto, confessa con pudore: «Io non ci tornerei a vivere qui in una casa di cemento, non mi fido di quelli che le costruiscono. E io, con mio padre, non sto neanche in una casetta ma in un piccolo modulo con le ruote: quelle casette sono fighissime, veramente, si sta bene e chi ci dorme non ha paura ogni notte. Qui ad Amatrice i ragazzi come me sono senza forza di fare nulla, senza uno sguardo sul futuro. C’è solo paura e depressione».
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