Suicidio assistito, Fabio e il dolore gridato con gli occhi: “Voglio morire anche per gli altri”
dalla nostra inviata Maria Novella De Luca , dalla nostra inviata Maria Novella De LucaFERMIGNANO - Morirà tra pochi giorni Fabio Ridolfi ma non è così che avrebbe voluto morire. E il suo corpo immobile sotto una coperta, il viso teso allo spasimo nello sforzo di comunicare con un puntatore oculare, le sue lacrime quando racconta quanto soffrirà nel dire addio a Rodolfo e Cecilia, i genitori, ad Andrea, il fratello che è la sua voce, alla sorella e al nipote Liam, sono un testamento che nessuno potrà più ignorare. Si spegnerà per fame e sete, con la sedazione profonda, in più giorni, in un hospice, quando, invece, avrebbe legittimamente potuto mettere fine alla propria vita, in pochi minuti, con il suicidio assistito. “Non ho paura di morire, anzi non vedo l’ora, e spero che il mio gesto serva ad altri come me”.
E’ successo qualcosa di speciale e tragico ieri a Fermignano, nelle campagne tra Pesaro e Urbino, dove Fabio Ridolfi, 46 anni, ex muratore, ex batterista, ha deciso di aprire…
FERMIGNANO - Morirà tra pochi giorni Fabio Ridolfi ma non è così che avrebbe voluto morire. E il suo corpo immobile sotto una coperta, il viso teso allo spasimo nello sforzo di comunicare con un puntatore oculare, le sue lacrime quando racconta quanto soffrirà nel dire addio a Rodolfo e Cecilia, i genitori, ad Andrea, il fratello che è la sua voce, alla sorella e al nipote Liam, sono un testamento che nessuno potrà più ignorare. Si spegnerà per fame e sete, con la sedazione profonda, in più giorni, in un hospice, quando, invece, avrebbe legittimamente potuto mettere fine alla propria vita, in pochi minuti, con il suicidio assistito. “Non ho paura di morire, anzi non vedo l’ora, e spero che il mio gesto serva ad altri come me”.
E’ successo qualcosa di speciale e tragico ieri a Fermignano, nelle campagne tra Pesaro e Urbino, dove Fabio Ridolfi, 46 anni, ex muratore, ex batterista, ha deciso di aprire la porta della sua stanza dove vive immobilizzato da 18 anni, alla stampa e alle televisioni. Per gridare, pur con la voce del computer, insieme al fratello Andrea e a Filomena Gallo dell’Associazione Coscioni: "Grazie al vostro menefreghismo sono costretto a scegliere la strada della sedazione profonda, per evitare di soffrire in modo disumano a causa delle vostre lungaggini burocratiche per ottenere il suicidio assistito”.
Tifosissimo, cuore da sempre giallorosso, tetraplegico dal 2004 per la rottura dell’arteria basilare, “era il 29 febbraio – ricorda Andrea, cinque giorni prima del suo compleanno dei 28 anni”, Fabio ha la stanza che è un inno alle vittorie della Roma, la foto con l’autografo di Francesco Totti, sciarpe, cuori, ma anche la locandina dell’ultimo concerto con la sua band, “Out of signal”. “Lui suonava il basso, io cantavo, facevamo rock duro”, dice Andrea e Fabio accenna un sorriso.
Il silenzio della campagna, un vento sottile, dentro tutto è in penombra. Fabio si mostra e mostra la sua disabilità perché il suo corpo diventi un atto politico. Così come aveva fatto Dj Fabo. E prima di loro Piergiorgio Welby. “No, non credo in Dio e viste le mie condizioni non ho nessuna paura. Ma è ora che in Italia si parli chiaramente di eutanasia. È atroce non poter decidere della propria vita, aspettare dei mesi che altri lo facciano al posto tuo. Scegliere di morire è un diritto di tutti, ripeto di tutti, e spero che tutto questo serva ad aiutare anche quelli che vivranno la mia condizione".
Lentamente Fabio compone le parole sul computer utilizzando gli occhi. Stille di sforzo e fatica. Dietro di lui, in collegamento da Roma c’è Filomena Gallo, avvocata di Fabio e a capo del team di legali dell’Associazione Coscioni che ha fin qui seguito il suo iter giudiziario di contro l’Asur Marche. La condizione di Fabio, così come quella di Mario e Antonio, gli altri due pazienti marchigiani che hanno chiesto all’Azienda Sanitaria Unica della Marche di poter morire con il suicidio assistito, è stata giudicata in linea con quanto afferma la sentenza della Consulta sul caso di Dj Fabo. Sentenza che prevede la depenalizzazione, in alcuni casi, dell’aiuto al suicidio, se esistono certi parametri di sofferenza e ineluttabilità della malattia. Ma all’Asur Marche tutto si è fermato, anzi incagliato quasi due mesi fa, sulle modalità e il farmaco da utilizzare. Due mesi, un'eternità. Per la condizione di sofferenza di Fabio, dice con durezza Filomena Gallo, che parla di “reato di tortura”, “ogni minuto diventa lungo un’ora di dolore, ogni ora un mese". "Vorrei chiedere ai dirigenti dell’Asur di provare a mettersi nei suoi panni anche soltanto per cinque minuti, capirete che cosa state facendo a quest’uomo”.
Un uomo la cui mente lucidissima è prigioniera di uno scafandro inerte. Così, con gli occhi che ogni tanto si riempiono di lacrime Fabio affida al computer la sua disperazione: “E’ assurdo che ci voglia più di un mese per individuare il farmaco mortale, mi hanno volutamente ignorato, trattato da cittadino di serie B. Vorrei dire alle persone che vivono come me di farsi sentire, altrimenti le cose non cambieranno mai”.
Diciotto anni con il corpo immobilizzato, diciotto anni che Cecilia, mamma discreta e infaticabile, ma oggi con più di 70 anni sulle spalle, accudisce, quasi da sola, quel figlio sofferente. Lavarlo, cambiarlo, accarezzarlo, mentre Fabio guarda le magliette autografate dai calciatori della Roma, la bandiera della Giamaica, un acchiappasogni sopra il letto.
Andrea lo segue con amore: “Noi rispettiamo la sua scelta, io la mattina esco e vado a lavorare, lui resta qui con il suo dolore. Certo sarà dura senza di lui”. Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni aggiunge: “Il menefreghismo che denuncia Fabio è lo stesso dei partiti in Parlamento: ora che è stato fatto fuori il referendum, si rifiutano di discutere e decidere sul fine vita”.
Intanto per Fabio è quasi giunta l’ora. Morirà lentamente, ma morirà, in un hospice poco lontano da qui, a Fossombrone, progressivamente non sarà più idratato né nutrito. Ci vorranno giorni. “Tutto è pronto - dice Andrea - tranne il nostro cuore. Così per scherzare e farmi forza gli ricordo che prima di morire ha fatto in tempo a vedere la Roma vincere la Conference League”.