I femminicidi di Sarzana e Vicenza potevano essere fermati: la bancarotta della giustizia che non difende le vittime
di Carlo Bonini, di Carlo BoniniIn un desolante incrocio di destini, si scopre ora che Daniele Bedini, indagato a Sarzana per duplice omicidio, e Zlatan Vasilijevic, autore del duplice femminicidio di Vicenza, avrebbero potuto e dovuto essere nelle condizioni di non nuocere.
Il primo, dal febbraio scorso, avrebbe dovuto cominciare a scontare una pena detentiva di tre anni in forza di una condanna definitiva per rapina aggravata. Il secondo, con due procedimenti penali a carico, uno in corso e l'altro definito con una condanna detentiva definitiva per maltrattamenti e violenze domestiche sospesa in appello, avrebbe potuto e dovuto essere allontanato dal suo nucleo familiare originario.
Di Daniele Bedini sappiamo oggi che a garantirgli la libertà è stata la burocrazia del tribunale di Massa dove, per ragioni "in via di accertamento", era stato inghiottito da mesi il suo fascicolo processuale restituito dalla Cassazione e di cui la Procura aveva bisogno per disporre l'ordine di carcera…
In un desolante incrocio di destini, si scopre ora che Daniele Bedini, indagato a Sarzana per duplice omicidio, e Zlatan Vasilijevic, autore del duplice femminicidio di Vicenza, avrebbero potuto e dovuto essere nelle condizioni di non nuocere.
Il primo, dal febbraio scorso, avrebbe dovuto cominciare a scontare una pena detentiva di tre anni in forza di una condanna definitiva per rapina aggravata. Il secondo, con due procedimenti penali a carico, uno in corso e l'altro definito con una condanna detentiva definitiva per maltrattamenti e violenze domestiche sospesa in appello, avrebbe potuto e dovuto essere allontanato dal suo nucleo familiare originario.
Di Daniele Bedini sappiamo oggi che a garantirgli la libertà è stata la burocrazia del tribunale di Massa dove, per ragioni "in via di accertamento", era stato inghiottito da mesi il suo fascicolo processuale restituito dalla Cassazione e di cui la Procura aveva bisogno per disporre l'ordine di carcerazione in esecuzione della pena definitiva. Di Zlatan Vasilijevic sappiamo invece che a riabilitarlo socialmente e, dunque, a far decadere ogni misura di prevenzione cautelare nei suoi confronti, era stato un non meglio precisato "corso di recupero e riabilitazione" (con quali esiti, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti).
Ebbene, questa doppia bancarotta di una giustizia penale ordinaria ridotta ad anodino ingranaggio incapace, da solo, di prevenire anche solo il ripetersi del male, ripropone la lacerazione che, ogni giorno, aliena parte crescente del Paese dal concetto di giustizia tout court, consegnandola al risentimento. Quello su cui banchettano da sempre gli impresari della paura e i teorici della vendetta. Lo stesso che ha trasformato i referendum di domenica prossima in un redde rationem con la magistratura.
L'incapacità di spezzare questa maledizione, l'impotenza di un sistema dove gli strumenti di prevenzione così come i percorsi dell'accertamento delle responsabilità e dell'esecuzione della pena sono in balia di variabili indipendenti, di istituzioni e corpi intermedi che marciano in ordine sparso e nel rimpallo di competenze e responsabilità, non sono altro che l'ennesima pagina di una storia che documenta quella solitudine che è diventata la cifra dell'individuo nel suo rapporto con lo Stato e, dunque, con i propri diritti. A cominciare da quelli di chi, vittima di violenza, di intimidazione, dallo Stato chiede innanzitutto di essere protetto. Prima che sia troppo tardi.