Caso Shalabayeva: "Tutti assolti gli imputati"
di Antioco Fois , di Antioco FoisPERUGIA - Assolti in appello dopo quasi dieci ore di camera di consiglio, cinque mesi di processo e nove anni dai fatti, i superpoliziotti Renato Cortese e Maurizio Improta, a giudizio per la vicenda che culminò con l’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia di sei anni Alua, nel maggio 2013.
Con loro la corte d’appello di Perugia, presieduta da Paolo Micheli, ha assolto gli altri quattro poliziotti Francesco Stampacchia, Luca Armeni, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni, che erano stati condannati in primo grado, nell’ottobre 2020, per sequestro di persona e reati di falso che erano stati contestati a vario titolo. Assoluzione anche per la giudice di pace Stefania Lavore.
Lacrime di gioia per Renato Cortese e Maurizio Improta e gli altri poliziotti presenti in aula, intorno a loro molti colleghi e amici arrivati nell’aula Goretti del Palazzo del capitano del popolo di Perugia, arrivati da più regioni per portare solidar…
PERUGIA - Assolti in appello dopo quasi dieci ore di camera di consiglio, cinque mesi di processo e nove anni dai fatti, i superpoliziotti Renato Cortese e Maurizio Improta, a giudizio per la vicenda che culminò con l’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia di sei anni Alua, nel maggio 2013.
Con loro la corte d’appello di Perugia, presieduta da Paolo Micheli, ha assolto gli altri quattro poliziotti Francesco Stampacchia, Luca Armeni, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni, che erano stati condannati in primo grado, nell’ottobre 2020, per sequestro di persona e reati di falso che erano stati contestati a vario titolo. Assoluzione anche per la giudice di pace Stefania Lavore.
Lacrime di gioia per Renato Cortese e Maurizio Improta e gli altri poliziotti presenti in aula, intorno a loro molti colleghi e amici arrivati nell’aula Goretti del Palazzo del capitano del popolo di Perugia, arrivati da più regioni per portare solidarietà nel giorno della sentenza.
“Il fatto non non sussiste” ha recitato il presidente Micheli per il capo più pesante di imputazione, sequestro di persona.
Non ha voluto rilasciare dichiarazioni Renato Cortese, mentre l’avvocato Ester Molinaro, che lo ha difeso assieme al professor Franco Coppi, a margine dell’udienza ha parlato di “pagina di grande giustizia, ma che dimostra come questo processo non si sarebbe nemmeno dovuto celebrare”.
Non trattiene le lacrime Maurizio Improta: “È stata riconosciuta la regolarità della nostra attività. Sono contento per la polizia, per la mia famiglia, per mia madre che ha 90 anni. Si chiude un discorso aperto nove anni fa, forse troppo frettolosamente. È stata un’esperienza dura, che insegna che se una persona non ha fatto nulla alla vedrà emergere la verità”.
Intrigo internazionale o corto circuito?
All’ipotesi dell’intrigo internazionale da notte della Repubblica. Al “rapimento di Stato”, come l’aveva definito il tribunale di Perugia nella condanna di primo grado, ha prevalso la tesi del corto circuito della giustizia, che ha mandato a processo e condannato in prima istanza gli uomini in divisa e la giudice di pace che si occuparono della vicenda Shalabayeva.
L’espulsione di Alma Shalabayeva, moglie dell’ex banchiere e dissidente Mukhtar Ablyazov, allora ricercato per truffa e associazione criminale, e della figlia Alua allora di soli sei anni, dal maggio 2013 ha fatto discutere per anni, arrivando a lambire la soglia del Viminale, con le dimissioni dell’allora capo di gabinetto del ministro Angelino Alfano. Una vicenda entrata in un turbinio di pareri e contropareri sulla correttezza dei presupposti e delle procedure per il rimpatrio della donna kazaka e sull’autenticità di quel passaporto centroafricano che la identificava come Alma Ayan e che le era stato contestato come falso. Uno scontro alimentato dall’antitesi tra la pesantissima sentenza inflitta dalla corte di primo grado di Perugia, il 14 ottobre del 2020, e lo stato di servizio dei poliziotti che erano stati condannati assieme alla giudice di pace.
La notte di Casal Palocco
Ablyazov era l’uomo destinatario di un mandato internazionale d’arresto dell’Interpol, che nella notte tra il 28 e 29 maggio 2013 i poliziotti della squadra mobile di Roma pensavano di trovare nella villa di Casal Palocco e dove invece c’erano Shalabayeva e la figlia Alua, poi espulse e rimpatriate. “Deportate”, si legge nelle motivazioni della sentenza dell’ottobre 2020. Secondo l’accusa, le due avrebbero al contrario dovuto godere delle tutele di rifugiate nel Regno Unito di cui allora avrebbe beneficiato Ablyazov. Status che però non sarebbe mai stato inserito nelle banche dati dell’Interpol e quindi impossibile da conoscere da parte della polizia che consultava quegli archivi informatici.
Due giorni dopo l’ingresso della polizia nella villetta di Roma è stata firmata l’espulsione e le due sono state rimpatriate. Shalabayeva e la figlia sono poi tornate in Italia e nell’aprile 2014 alla donna è stato riconosciuto l’asilo politico.
Sentenza pesantissima in primo grado
Pesantissime le pene comminate in primo grado agli uomini in divisa: cinque anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici a Cortese e Improta, per sequestro di persona e vari reati di falso. Cinque anni anche per i poliziotti Stampacchia e Armeni, mentre per Tramma la condanna era stata a quattro anni e per Leoni a tre anni e sei mesi. Due anni e sei mesi per falso ideologico alla giudice di pace Lavore - il cui ingresso nelle indagini comportò il trasferimento del procedimento da Roma a Perugia - che aveva presieduto l’udienza di convalida del trattenimento della donna, poche ore prima che venisse messa su un aereo per Astana noleggiato dall’ambasciata kazaka.
Il collegio presieduto da Giuseppe Narducci aveva inflitto pene raddoppiate rispetto alle richieste allora sollecitate dal pubblico ministero. Un macigno le motivazioni della corte di primo grado, che descriveva una “extraordinary rendition” passata sopra diritti umani e procedure, in cui uomini dello Stato “servirono gli interessi” della “dittatura kazaka” nel caricare su un aereo e rispedire in tutta fretta al Paese d’origine la moglie e la figlia di Ablyazov. Una ricostruzione contestata dalle difese degli imputati e una sentenza che le difese hanno puntato a ribaltare in cinque mesi di processo d’appello.
Poliziotti riabilitati dal ministero dell’Interno
A tre giorni dall’inizio del processo d’appello, sull'affaire Shalabayeva governo e magistratura si sono posizionati agli antipodi. A gennaio scorso, in risposta a un’interrogazione del deputato dem Carmelo Miceli, il sottosegretario Nicola Molteni aveva affermato che quell’espulsione fu gestita nel rispetto delle regole e, in sostanza, la donna kazaka, che portava con sé un passaporto falso, non aveva rivelato la sua vera identità, oltre a non avere chiesto di beneficiare della protezione internazionale.
La procura generale: Shalabayeva era un’esca
“Il clima in questo processo è cambiato, e noi dobbiamo rimanere con il baricentro sui fatti”, aveva scandito in aula il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani. E cioè che “il sequestro di persona c’è stato” ha sostenuto nella sua requisitoria il sostituto Claudio Cicchella. Alma Shalabayeva, invece, sarebbe stata usata come un’esca, per attirare Ablyazov, scampato alla cattura della squadra mobile. Il trattenimento e l’espulsione della moglie di Ablyazov si sarebbero quindi configurate come azioni per compiacere il Kazakistan che voleva mettere le mani sul dissidente. Un gioco al quale gli uomini in divisa avrebbero partecipato con un atteggiamento omissivo, al fine di portare a termine l’espulsione della donna.
Per la procura generale vi erano “molti elementi che potevano portare a capire che questa donna non era Alma Ayan ma Alma Shalabayeva. “Possibile che funzionari di esperienza - è stato l’interrogativo dell’accusa - non si siano posti dei dubbi?”.
Tutto invece sarebbe stato portato avanti in modo da “non vedere e non far vedere” le situazioni di dubbio così spianare l’iter “anomalo, eccezionale” che ha portato al nulla osta per l’espulsione. “Questi funzionari hanno voluto compiacere quello che veniva chiesto dall’ambasciata kazaka” e il nostro ministero dell’Interno, secondo l'accusa, sarebbe stato alla finestra a seguire la vicenda, “sul pezzo fino all’ultimo momento”.
“Il perché lo abbiano fatto non lo sappiamo. Shalabayeva - ha detto Cicchella - non era ricercata, non aveva commesso nulla, non c’era nulla suo conto, era una madre con una bambina. Era interesse fare in modo che questa donna servisse per la cattura del marito”.
Dopo la propria requisitoria, la procura generale ha quindi chiesto la condanna a quattro anni di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per Cortese, Improta,Stampacchia e Armeni, per il reato di sequestro di persona. Tutte pene inferiori di un anno rispetto a quelle comminate nel primo grado di giudizio, in seguito alla richiesta della procura generale di non luogo a procedere per i reati di falso, ormai giunti a prescrizione. Per Tramma, invece, era stato richiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche, e una pena di 2 e 8 mesi, rispetto ai 4 decisi in primo grado. Sollecitata, invece, l’assoluzione, per Leoni, e per la giudice di pace Lavore, perché il fatto non costituisce reato.
Di abusi di potere e palesi inganni, hanno invece parlato Rosa Conti e Diana Iraci Borgia, le due legali di parte civile di Alma Shalabayeva. “Come si fa a dire che questa procedura di espulsione era addirittura doverosa? Riteniamo che non ci sia stato nulla di legittimo. Queste generalità false sono state usate dagli imputati per dare una parvenza di legittimità all’espulsione”.
Le difese: espulsione corretta
Nel corso delle udienze del processo di secondo grado, le difese degli uomini indivisa hanno contestato la ricostruzione della procura generale, ribadendo la correttezza delle procedure di espulsione di una persona che si presentava con un documento giudicato falso da un parere della Polaria. I magistrati romani che si occuparono del fascicolo aperto su quel passaporto, invece, non sarebbero stati “tratti in inganno”, dalla polizia per consentire l’espulsione della moglie di Ablyazov, come aveva invi sostenuto la sentenza di primo grado.
“Nessuna pressione” da Renato Cortese ha assicurato in aula l’ex procuratore di Roma e attuale presidente del tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, chiamato assieme al pm Eugenio Albamonte e l’ex aggiunto Nello Rossi sul banco dei testimoni in seguito alla riapertura della fase dibattimentale, richiesta e ottenuta dai difensori degli imputati.
“Resto convinto della falsità del documento. E non ho mai capito - ha detto Pignatone - perché quel giorno gli avvocati non abbiano mai chiesto asilo politico”.
Cortese: rispetto per la mia carriera
A trent’anni e qualche giorno dalla morte di Giovanni Falcone, il superpoliziotto entrato nella storia della lotta alla mafia ha preso la parola in aula in una delle ultime udienze, dopo avere seguito tutto il processo chiuso in un silenzio marziale. Distinto, austero, sguardo impassibile dietro gli occhiali dalla montatura leggera, il funzionario che ha arrestato Bernardo Provenzano e fermato con le manette le mani del boss Giovanni Brusca, l’uomo che aveva premuto il telecomando che azionò la bomba di Capaci, è intervenuto per contestare quella sentenza “che ingiustamente mi ha condannato”.
“L’unico stato d’animo che intendo portare all'attenzione della Corte - ha detto davanti ai giudici - è quello suscitato in me dall’affermazione della sentenza con la quale avrei tradito il giuramento di fedeltà alla Costituzione italiana”.
“Credo - ha aggiunto - che tutta la mia vita e tutta la mia carriera forse avrebbero a loro volta meritato un minimo di rispetto”.
Un concetto rimarcato dal professor Franco Coppi, che difende Cortese insieme all’avvocato Ester Molinaro. “La vostra sentenza - aveva detto il penalista - cadrà quasi in coincidenza con gli anniversari delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, e in questi giorni si è sottolineato come con la cattura di Bernardo Provenzano ci fu svolta nella lotta alla mafia, e il merito va a Renato Cortese e a tutti gli uomini che lavorarono per quella cattura, un che non ha mai tradito il giuramento di fedeltà fatto”.
“Se parliamo di un sequestro di persona - ha sottolineato durante le repliche Coppi - è necessario che tutto l’ufficio immigrazione lo abbia deciso e si siano messi d’accordo con la squadra mobile e la digos”.
Nel corso del processo “si è confermato quanto già emerso nel 2013, che le procedure sono state corrette", ha ribadito in aula l’avvocato Molinaro, che ha definito la vicenda giudiziaria come “una pagina di profonda ingiustizia”.
“Sono profondamente amareggiato - ha detto Improta nelle sue dichiarazioni davanti ai giudici - per come sono stato definito: mi è stato detto che ho scaricato sugli altri, definito vigliacco e traditore di un giuramento fatto come funzionario di polizia e servitore dello Stato. Tutto questo non l’accetto da nove anni. Mi dispiace sentirmi dire che non ho avuto dubbi su quello che in quel momento stavo facendo in qualità di dirigente di un ufficio con trecento uomini, con cinque funzionari”.
“Non c’e’ stata alcuna pressione per espellere Alma Shalabayeva. Una donna che aveva un documento falso, non una povera migrante venuta dall’Africa senza documenti in cerca di asilo: aveva un documento e quel documento era falso”. Così nel corso delle repliche l’avvocato Bruno Andò, difensore di Maurizio Improta.
“Non c’e’ stato nulla di anomalo - ha sottolineato l’avvocato -. Se Alma Shalabayeva non fosse stata la moglie del dissidente le cose non sarebbero cambiate perché era una clandestina con passaporto falso”.
È stata Alma Shalabayeva a depistare la polizia giudiziaria, la squadra mobile, la digos, l’ufficio immigrazione - ha sostenuto l’avvocato Stefano Tentori Montalto, difensore di Armeni -. È lei l’unica responsabile della propria sciagura e di quella della figlia. Lei ha avuto più occasioni per poter svelare la sua identità e non l’ha fatto”.