Repubblica al Pride. Così condividiamo i valori Lgbtq+, perché le libertà non siano da una parte sola
di Laura Pertici , di Laura Pertici"Andiamo", ci siamo detti in un giorno di maggio. Partecipare al Pride con uno striscione di Repubblica. Non era mai successo, era tempo invece che il nostro impegno per i diritti civili prendesse forma fisica e il pensiero si modellasse sui nostri corpi. Serviva.
Andare in piazza della Repubblica, a Roma, srotolare sette metri di testata arcobaleno, incrociare braccia e mani e sguardi di persone con cui si ragiona ore e ore tutti i giorni, possibilmente ridendo ma a volte litigando, ha rinnovato, sostanziandola, la volontà del giornale di fare proprie tante battaglie. Siamo stati un piccolo frammento di notizia, che sensazione strana. Fotografati da chi era venuto a sfilare, ripresi con i cellulari, interrogati, sfidati. "Ce l'avete fatta!", "E come mai?", "Che bello, non avevo mai visto un giornale manifestare con le drag queen", "Allora è vero, ci credete", "Grazie", "E adesso salite sul nostro carr…
"Andiamo", ci siamo detti in un giorno di maggio. Partecipare al Pride con uno striscione di Repubblica. Non era mai successo, era tempo invece che il nostro impegno per i diritti civili prendesse forma fisica e il pensiero si modellasse sui nostri corpi. Serviva.
Andare in piazza della Repubblica, a Roma, srotolare sette metri di testata arcobaleno, incrociare braccia e mani e sguardi di persone con cui si ragiona ore e ore tutti i giorni, possibilmente ridendo ma a volte litigando, ha rinnovato, sostanziandola, la volontà del giornale di fare proprie tante battaglie. Siamo stati un piccolo frammento di notizia, che sensazione strana. Fotografati da chi era venuto a sfilare, ripresi con i cellulari, interrogati, sfidati. "Ce l'avete fatta!", "E come mai?", "Che bello, non avevo mai visto un giornale manifestare con le drag queen", "Allora è vero, ci credete", "Grazie", "E adesso salite sul nostro carro se avete fegato". È stata una festa. E questo potrebbe già bastare. Ma il punto è che è stato molto di più.
Trentadue gradi all'ombra, ore 15, appuntamento davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli, qualche spruzzo benedetto rimbalza dalla Fontana delle Naiadi sui vestiti bollenti di sole. Le prime teste spuntano in via Cavour - è lì che inizia la discesa verso il centro di quasi tutte le manifestazioni nazionali - solo due ore dopo. L'avvio del corteo è lentissimo perché c'è da guardarsi e ballare, capire cosa è cambiato, cosa manca oggi perché le libertà non siano di una parte sola, matrimonio egualitario, ripetono tutti, ah sì poi c'è il ddl Zan, ma chi ci crede che passi ora? Eppure, adesso e qui l'importante sembra solo sia non aver avuto altro da fare. Si torna in piazza con il Pride dopo due anni di niente causa Covid, che per Repubblica sono stati come per il resto del mondo: smart working, riunioni a distanza faticose, pochi colleghi in redazione, gli altri a casa o in un altrove. Mescolarsi alle centinaia di migliaia di persone scese in strada piene di colori all'improvviso pare quindi una bellezza, finalmente insieme tanta vita da vivere.
Così dietro allo striscione di Repubblica transitano amici, figli adolescenti, coppie di redattrici con bimba, mariti, mogli, qualsiasi altra cosa possibile e che renda felici. E all'improvviso il taccuino si apre al pensiero di chi ci sta sempre accanto ma che per magia trova il coraggio di dire una cosa diversa dal solito, personale, intimissima, vera. Qual è secondo te il senso di oggi, per noi, per tutti? "È nell'aver detto sì. Sono commosso che il giornale abbia abbracciato questa causa che tocca la mia sfera personale. Non credevo fosse possibile, invece lo trovo straordinario". E tu? Vorrei tanto sapere cosa pensi. "Io credo che sia un segnale importante per i lettori, stiamo dicendo che siamo qui portando in pubblico le loro stesse ragioni". E dimmi, dai, perché oggi ti sembra diverso da ieri? "Perché credo che partecipare al Pride significhi condividere dei valori. Per noi vuol dire anche provare a dare una nuova attenzione al linguaggio, smettere di pensare che chi legge appartenga a un universo fatto solo di eterosessuali e cisgender. Che la realtà Lgbtq+ va rappresentata con cura e con rispetto. Che possiamo lavorare insieme per una Carta deontologica arcobaleno". Sottovoce, forse abbiamo fatto rumore anche noi.
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