Lo psichiatra Tonioni sulla scelta di Fedez: "Quella paura condivisa sui social fa sentire meno solo chi soffre"
ROMA - "È facile cadere nella tentazione di pensare a una strumentalizzazione della malattia, a una trovata per ottenere centinaia di migliaia di like, cosa che ovviamente Fedez sa fare benissimo, ma non credo proprio sia questo. L'angoscia della morte ce l'abbiamo tutti e lui ha deciso di sublimarla così". Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, è uno dei maggiori esperti di dipendenze da Internet, una realtà virtuale su cui sempre di più si esprimono disagi ed emozioni anche legati alla sfera personalissima.
La scelta di Fedez di pubblicare su Instagram le registrazioni dei suoi colloqui con lo psicologo subito dopo la diagnosi della malattia sta facendo molto discutere. Lei come la legge?
"Io credo che, anche inconsapevolmente, Fedez abbia voluto provare a vincere il terrore della morte con cui è davvero complicato convivere. La decisione di pubblicare quei colloqui, avvenuta comunque solo dopo ave…
ROMA - "È facile cadere nella tentazione di pensare a una strumentalizzazione della malattia, a una trovata per ottenere centinaia di migliaia di like, cosa che ovviamente Fedez sa fare benissimo, ma non credo proprio sia questo. L'angoscia della morte ce l'abbiamo tutti e lui ha deciso di sublimarla così". Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, è uno dei maggiori esperti di dipendenze da Internet, una realtà virtuale su cui sempre di più si esprimono disagi ed emozioni anche legati alla sfera personalissima.
La scelta di Fedez di pubblicare su Instagram le registrazioni dei suoi colloqui con lo psicologo subito dopo la diagnosi della malattia sta facendo molto discutere. Lei come la legge?
"Io credo che, anche inconsapevolmente, Fedez abbia voluto provare a vincere il terrore della morte con cui è davvero complicato convivere. La decisione di pubblicare quei colloqui, avvenuta comunque solo dopo aver saputo che la sua diagnosi sembra migliore del previsto, è una sorta di processo di normalizzazione della malattia che, per una persona giovane come lui, è stata un fulmine a ciel sereno. Io sposerei senz'altro l'umanità di questo gesto. Penso che non debba suscitare alcuna polemica, mi sento senz'altro di collocarlo in una dimensione profonda da rispettare".
Da medico trova normale, condivide la registrazione del colloquio tra medico e paziente?
"No, la registrazione non è normale ma quello di Fedez con lo psicologo è un colloquio di sostegno a chi ha avuto un trauma, non un'analisi. Quindi non si è instaurato quel rapporto di intimità, non c'è la storia d'amore tra analista e paziente che è assolutamente privata. E poi c'è da dire che probabilmente uno come lui vive una vita dove la linea di confine tra pubblico e privato è molto sottile".
Fedez si dice convinto che il suo gesto possa aiutare chi tra i suoi follower vive lo stesso dramma. È d'accordo?
"Sì, un personaggio pubblico che condivide le proprie emozioni, che fa sentire il proprio pianto stimola sicuramente tante persone in difficoltà a chiedere aiuto, che è una cosa fondamentale in chi deve affrontare una malattia. Tenere tutto dentro non aiuta, fa somatizzare".
Girando sui social ci si rende conto come il numero di persone comuni che vive una malattia o una perdita in filo diretto è sempre più alto. Anche questo è un segno dei tempi?
"Sicuramente sì. Prima la malattia era uno stigma, si viveva con vergogna e la si nascondeva. Metterla nella piazza virtuale è l'antistigma e questo è un aspetto evolutivo positivo dei social. Capisco che può sembrare strano, ma cosa c'è di male nel condividere la paura o il dolore? Si ricevono parole di conforto anche da sconosciuti, si amplia la familiarità, si instaura una forma di contatto anche con personaggi famosi che ti fanno entrare nelle loro vite. È una rappresentazione mediata delle emozioni, online non si diventa rossi per il pudore, ma funziona in attesa di un abbraccio fisico di una persona cara che non sempre c'è".
Insomma, alla fine, questa condivisione ha un valore?
"Sì, soprattutto in una sanità come la nostra che è fatta più di numeri che di persone e non a caso le aziende sanitarie si chiamano aziende".