Protetto da documenti falsi, guidava tranquillo per Castelldefels, piccolo paesino della Catalogna, vicino all’aeroporto di Barcellona. Ma un controllo stradale di routine ha fatto saltare la sua copertura.
A due anni dalla sua sparizione, è finita la latitanza di Vincenzo Raso, boss della ‘Ndrangheta che ha messo radici a Torino e fra i professionisti del traffico di droga. A individuarlo la stradale di Castelldefels, che ieri sera lo ha fermato ad un normale posto di blocco.
Agli agenti che si sono avvicinati, il boss ha dato i documenti senza fare troppe storie, ma si mostrava nervoso. In più, in quella patente c'era qualcosa di strano. Elementi buoni per convincere i due poliziotti a fare controlli più approfonditi. Appena inserite nel sistema le sue impronte digitali, la recita di Raso è saltata. L'uomo è stato identificato come pericoloso latitante con all'attivo condanne e ordini di cattura. Immediatamente è finito in manette ed è stato trasferito al commissariato di Gaivà, dove rimarrà agli arresti fino al trasferimento in carcere.
Lì avrebbe dovuto starci da almeno due anni, ma per due volte è riuscito a dribblare la detenzione. Condannato a vent'anni di carcere in Italia nel 2019, era riuscito a far perdere le proprie tracce e riparare in Spagna, dove è stato arrestato circa un anno dopo. Ma grazie a un clamoroso errore era riuscito a sparire prima dell’estradizione in Italia.
Dopo l'arresto, il Tribunale lo aveva liberato ritenendo che non ci fossero elementi sufficienti per farlo rimanere in carcere. Curiosamente, sul mandato d’arresto compariva esclusivamente l’accusa di estorsione e non la lunga lista di capi di imputazione – associazione mafiosa e traffico di droga – per i quali era stato già condannato a in Italia. Risultato, Raso era stato liberato e subito era sparto prima che in tribunale ci si accorgesse dell’errore.
Da allora, per due anni è diventato un'ombra, ma secondo fonti investigative non avrebbe mai rescisso i legami con il suo clan, la famiglia guidata dai boss Adolfo e Aldo Cosimo Crea, che dalla Piana di Gioia Tauro ha messo radici a Torino. Del resto, del gruppo non era elemento di fila. Investito della carica del Vangelo, era uno degli uomini di punta dell’organizzazione.
Per loro, è emerso nelle inchieste delle procure antimafia di Genova e Torino, non solo ha importato enormi carichi di marijuana e hashish dalla Spagna, ma è stato anche coinvolto in un giro di usura ed estorsioni gestito insieme alle mogli dei fratelli Crea.
Quando per il traffico di droga è arrivata la prima condanna a 20 anni, Raso è sparito dall’Italia. Per mesi, inutilmente gli investigatori hanno cercato le sue tracce, salvo poi individuarlo seguendo la tela tessuta dalla famiglia Crea.
Troppe volte uomini più o meno direttamente legati al clan partivano per la Spagna. È così che è stata individuata la pista che portava al boss, prima a Malaga, quindi a Barcellona. Raso, hanno scoperto gli investigatori, viveva in un lussuoso grattacielo nel quartiere Diagonal Marc, anche se stava progettando di non restarci a lungo. Progettava di raggiungere il Brasile a bordo di un anonimo cargo.
La nave era stata individuata dagli investigatori, che lì lo attendevano, pronti ad arrestarlo. Ma all’imbarco non si è mai presentato. Dopo quel passaggio a vuoto, ci sono voluti altri mesi di ricerche, culminate poi nell’arresto a Barcellona, subito vanificato dalla curiosa scarcerazione decisa dal tribunale. E per due anni, Raso è tornato ad essere un’ombra.
Ma le indagini su di lui non si sono mai fermate. Né in Italia, né all’estero. Nel gennaio scorso, all’interno di un anonimo garage a Nichelino, è stato scovato il suo tesoro: 400 mila euro in contanti, oltre a orologi Rolex e gioielli per un valore di 200 mila euro. Stava tutto in un vero e proprio forziere, chiuso con catena e lucchetto, nascosto in un’intercapedine ricavata dietro un muro di cemento armato.
A tradire Raso, l’arresto dei due uomini a cui aveva affidato la custodia dei suoi beni. In un cassetto avevano conservato il contratto d’affitto del garage in cui era nascosto il tesoro e quando sono stati fermati per spaccio, quel pezzo di carta è saltato fuori. Insieme ad adesivi e timbri usati per “firmare” la droga contrabbandata che per Raso erano “marchio di qualità” e sono stati la sua rovina.