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La tribù italiana del 161 che chiede ancora al telefono la verità sull'ora esatta

La tribù italiana del 161 che chiede ancora al telefono la verità sull'ora esatta

La Francia manda in soffitta l'orologio parlante. Nel nostro Paese invece sono ancora migliaia ogni mese le persone che si rivolgono al servizio Tim, via cellulare o fisso. Fenomenologia di un popolo di resistenti al dominio del digitale

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Gli ultimi mohicani sono cortesi con gli sconosciuti, tengono in tasca una scheda per utilizzare il telefono pubblico e se, incrociandoli per strada, domandi loro: “Scusi, sa che ora è?” corrono al primo apparecchio, compongono il 161 e ti danno la risposta ufficiale. Mentre in Francia chiude l’analogo servizio, in Italia sopravvive perché c’è ancora chi ne fa uso e in modo sufficiente a renderlo redditizio per chi lo fornisce in cambio di 30 centesimi a chiamata (ma 190 dal fisso). L’ora esatta non è un’opinione, è un fatto. E se chiunque ormai può esprimere un’opinione, pochissimi conoscono i fatti. Quando le risposte contano, contate su quelli che non le sbagliano. O rischiate di arrivare tardi all’appuntamento con la verità.

Naufraghi dell'analogico nell'onda del digitale

La sopravvivenza di una “tribù del 161” può essere considerata una scoperta antropologica pari a quella dei discendenti dai naufraghi sull’isola di Tristan da Cunha. Tra le ondate della marea digitale è esistita dunque una zattera analogica capace di non sfasciarsi nell’impatto. L’ora esatta è stata un mito, una leggenda, talvolta del tipo metropolitano. È esistito un tempo in cui quando due persone avevano indicazioni diverse dai rispettivi orologi si ricorreva a quel numero come a un giudice supremo, perfino in forma di scommessa o semplicemente mettendo in palio la credibilità del proprio accessorio da polso. Azzeccarla era motivo d’orgoglio. C’era questa curiosa fiducia in una voce metallica, come se fosse quella della precisione o, almeno, della sua versione ufficiale.

Quando non si googolava

Altri tempi, altra idea di credibilità. Capitava, nelle redazioni dei giornali, di ricevere telefonate da un sedicente “lettore” o addirittura “abbonato” che chiedeva “per dirimere una discussione in famiglia”: “Quanti anni ha Andreotti?” o “Dove giocava Furino prima di venire alla Juve?”. L’ordine di servizio imponeva di metterlo in attesa e chiamare l’archivio (anche si fosse pensato di sapere la risposta), poi dargliela con estrema gentilezza. Alle casse del cinema si poteva vedere l’addetta sollevare la cornetta (perché di questo si trattava) e rivelare al potenziale spettatore il titolo del film in proiezione, aggiungendo, a richiesta, anche un parere sulla sua validità. Ora si googla e stiamo tutti sereni. Ma Wikipedia sarà affidabile? Di certo è impersonale e ci sono generazioni abituate a una forma di relazione, anche rapida, anche a senso unico, a un residuo materico della comunicazione: gente che scrive lettere a mano, lecca il francobollo, imposta. “Scusa Alexa, che ora è?”, davvero vogliamo regolarci sulla risposta data da un gigante che ha stroncato le librerie e ci controlla la casa? O ci fidiamo dello schermo di quel cellulare che tutto sa di noi e può, per dispetto o per mandato, farci cadere un alibi in bilico sui secondi? Vuoi mettere quando ti garantiscono che a dare i numeri è “l’orologio atomico”? Non sai che cosa sia, ma t’impressiona.

La leggenda (metropolitana) della fidanzata tradita

Esisteva una leggenda metropolitana secondo cui una fidanzata tradita si era vendicata dell’ex partito in vacanza con la nuova fiamma entrandogli in casa, componendo dal fisso il numero del servizio ora esatta in Brasile e lasciando attiva la chiamata fino al ritorno dell’uomo, che avrebbe pagato una bolletta stratosferica. Improbabile, ma ingegnoso. Le vendette di cui si occupano le cronache sono più banali e ferali. Tutto si costruisce (e distrugge) in fretta, anche una reputazione. Si viene bollati come nostalgici diffidando di quel che il convento passa per affidabile. Eppure ciò che non richiede né uno sforzo né un costo non può che destare un sospetto: perché ce lo regalano? Non c’è nulla di più analogico che battersi per conquistare lo spazio, nulla di più digitale che mirare al controllo del tempo.