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La sommelier che si era ribellata alla gonna: "Denunciata per il mio sfogo contro il sessismo"

Nicole Hesslink, fotografa metà giapponese e metà americana residente nelle Marche, aveva protestato sui social contro l'obbligo di lavorare con la gonna. Ora deve affrontare una causa in tribunale per diffamazione
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Un'uniforme obbligatoria con la gonna? No, grazie. Si era ribellata per questo Nicole Hesslink, fotografa di padre americano e mamma giapponese residente a Fermo, nelle Marche, ex aspirante sommelier e ora diplomata. Una tradizione sessista secondo lei che ora dovrà vedersela in tribunale. La sua protesta social per il diritto al tailleur con pantaloni è stata bollata come diffamazione.

La vicenda iniziata a febbraio quando, durante una lezione della fondazione con la quale lavorava, a Nicole come alle altre era stato spiegato che le donne avrebbero dovuto indossare per forza una gonna. Lei si era lamentata: "Perché questo comportamento vecchio stile?". Le era stato risposto: "È per ragioni estetiche. Se non ti piace, vattene". E così Nicole ha fatto, cercando un'altra strada per quella passione per il vino che l'aveva portata in Italia.

Ma la storia non è finita lì, perché la sua protesta &…

Un'uniforme obbligatoria con la gonna? No, grazie. Si era ribellata per questo Nicole Hesslink, fotografa di padre americano e mamma giapponese residente a Fermo, nelle Marche, ex aspirante sommelier e ora diplomata. Una tradizione sessista secondo lei che ora dovrà vedersela in tribunale. La sua protesta social per il diritto al tailleur con pantaloni è stata bollata come diffamazione.

La vicenda iniziata a febbraio quando, durante una lezione della fondazione con la quale lavorava, a Nicole come alle altre era stato spiegato che le donne avrebbero dovuto indossare per forza una gonna. Lei si era lamentata: "Perché questo comportamento vecchio stile?". Le era stato risposto: "È per ragioni estetiche. Se non ti piace, vattene". E così Nicole ha fatto, cercando un'altra strada per quella passione per il vino che l'aveva portata in Italia.

Ma la storia non è finita lì, perché la sua protesta è finita sui social e poi sui giornali: su Instagram aveva denunciato quella prassi sessista, senza però mai citare l'organizzazione che le aveva imposto un dress code femminile. "Mi sono chiesta se stessi esagerando - spiegava nel video inviato a Repubblica - Dovrei restare zitta e indossare la gonna? No. Trovo assurdo che nel 2022 dobbiamo ancora parlare di questo. Spero che tutti, uomini, donne, persone transgender, non binarie, possiate sentirvi a proprio agio nel vostro ambiente di lavoro”. Ne era seguita attenzione, interesse, interventi. E ora anche una denuncia perché, come ricostruito dal Quotidiano nazionale, la Fondazione italiana sommelier ha deciso di portarla in tribunale per diffamazione a causa di tutta quella pubblicità sgradita.

A raccontarlo è ancora una volta su Instagram Nicole stessa, in un lungo post accanto alla foto che la ritrae con il diploma della Federazione italiana sommelier, la nuova "scuola" a cui si poi era rivolta per riuscire a prendere la qualifica. "Speravo davvero che non si riducesse a questo, ma mi stanno portando in tribunale per diffamazione", scrive Hesslink. "Il giorno della premiazione da sommelier, invece di festeggiare con i miei nuovi compagni di classe della Fisar nazionale, ero a un incontro con i miei avvocati per discutere quali fossero i miei prossimi passi", aggiunge.

La prima udienza avrebbe dovuto avere luogo a fine luglio, ma è stata posticipata. Intanto la Federazione italiana sommelier, ha raccontato la ragazza a QN, l'ha lasciata libera di indossare anche i pantaloni e così ha deciso di completare il suo percorso. Ma ora teme gli strascichi giudiziari. "Pensare che potrei perdere la causa - dice ora - mi preoccupa. Tuttavia non ho rimpianti per quello che ho fatto. Credo di essere stato civile nel non nominarli. Cosa perderò? Denaro, non la mia dignità".

"Questo incidente - conclude con una riflessione amara la fotografa - mi ha fatto capire che vivo in un paese (per scelta, sì, lo so) in cui non posso esprimermi liberamente o semplicemente parlare di un'esperienza orribile discriminante. Questo è ciò che veramente mi preoccupa e mi terrorizza. Alcuni giornalisti mi avevano chiesto se pensavo di citare in giudizio l'organizzazione. Ho detto di no. Non mi è nemmeno passato per la mente. Forse avrei dovuto fare la prima mossa. Ma mi chiedo: è possibile vincere una causa sul sessismo in un paese come l'Italia?".