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Il medico Andi Nganso: "Minacciato al pronto soccorso per la mia pelle, i colleghi mi hanno abbracciato. Ma in Italia il razzismo è come la peste"

Parla il dottore trentaquattrene, originario del Camerun e in Italia da quando ha 19 anni. Ha raccontato l'aggressione al pronto soccorsi di Lignano sui social e ora sporgerà denuncia
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"Bastardo", "schifoso", "preferivo due costole rotte che farmi visitare da un dottore negro", "non toccarmi che mi attacchi le malattie". Sono le 4 di notte al punto di primo soccorso di Lignano (Friuli Venezia Giulia) quando arriva in ambulanza un paziente sessantenne con lesioni multiple. Davanti a lui c'è Andi Nganso, medico di 34 anni, originario del Camerun. Ed è lì che partono gli insulti, le offese, le bestemmie: un'aggressione verbale violenta, l'ennesima.

Quattro anni fa una paziente a Cantù le rivolse frasi razziste ("Io da un negro non mi faccio visitare"), tre anni fa le scrissero insulti sulla macchina a Roma. E adesso una nuova aggressione, cosa prova?

"Una grande rabbia, molta frustrazione, ma anche dispiacere per un Paese che ha deciso di non evolversi, che gioca con questi argomenti ma non va oltre, non supera la retorica antirazzista. Questo è l'ennesimo episo…

"Bastardo", "schifoso", "preferivo due costole rotte che farmi visitare da un dottore negro", "non toccarmi che mi attacchi le malattie". Sono le 4 di notte al punto di primo soccorso di Lignano (Friuli Venezia Giulia) quando arriva in ambulanza un paziente sessantenne con lesioni multiple. Davanti a lui c'è Andi Nganso, medico di 34 anni, originario del Camerun. Ed è lì che partono gli insulti, le offese, le bestemmie: un'aggressione verbale violenta, l'ennesima.

Quattro anni fa una paziente a Cantù le rivolse frasi razziste ("Io da un negro non mi faccio visitare"), tre anni fa le scrissero insulti sulla macchina a Roma. E adesso una nuova aggressione, cosa prova?

"Una grande rabbia, molta frustrazione, ma anche dispiacere per un Paese che ha deciso di non evolversi, che gioca con questi argomenti ma non va oltre, non supera la retorica antirazzista. Questo è l'ennesimo episodio ma non sarà l'ultimo: scene così fanno parte della quotidianità, non solo la mia, ma di chi vive come persona nera, razzializzata".

Cosa è successo esattamente?

"Nella notte del 17 agosto, mentre ero di turno, ho subito la violenza verbale razzista più feroce della mia vita: dopo aver ricevuto le consegne dall'infermiera che lo aveva soccorso, ho provato a partare con un paziente con fratture multiple a causa di una rissa in centro e da lì è iniziata una brutale e violenta valanga di insulti e minacce razziste di ogni tipo. Sono stato più volte definito sporco e schifoso. Invece non c'è niente di sporco né di schifoso nel coraggio del 19enne che sono stato di decidere di voler venire a studiare in Italia, nella mia laurea in Medicina e chirurgia, nei miei anni passati a lavorare con la Croce rossa italiana, nella scelta di voler proseguire il mio percorso professionale nel salvare vite nonostante la delicata complessità della medicina d'urgenza. È tutto limpido e splendido nella mia nerezza e nelle mie radici Bamileke di cui sono profondamente orgoglioso".

Lei come ha reagito?

"Ho solo chiamato le forze dell'ordine. Il ruolo che abbiamo ci chiama a essere al di sopra della nostra stessa rabbia. Sono stato fortunato: accanto avevo una splendida squadra di colleghi, ci siamo stretti in un abbraccio silenzioso davanti alla violenza che stavo subendo. Non sempre accade, spesso c'è tanta indifferenza".

Sporgerà denuncia?

"Sì, ho deciso con il mio legale, perché credo che dato che non si muove nulla forse con l'aiuto di un altro pezzo di Stato, con la Giustizia, si possa provare a cambiare qualcosa. Non lo faccio per desiderio di una giustizia unicamente personale, ma per manifestare un atto di resistenza all'odio e al razzismo. Posso pure accettare che le persone coltivino dei pensieri personali, anche i più beceri, ma pretendo rispetto, le aggressioni verbali o fisiche non possono essere ammesse, tanto più nei confronti degli operatori sanitari che oltre a lavorare in un contesto di emergenza non possono continuamente doversi anche difendere dalla violenza di chi attraversa gli ospedali. E invece nelle corsie di violenza ce n'è e moltissima".

Le sembrano aumentati ultimamente gli episodi di razzismo?

"io il razzismo lo descrivo come la peste, è endemico, a volte è silenziato, sembra che non esista, invece quel che raccontiamo sono le manifestazioni più violente che diventano visibili in occasioni di alcuni appuntamenti, quando qualcuno si sente tutelato da organizzazioni politiche che si trovano in situazioni di forza".

Si riferisce alla campagna elettorale a destra?

"Accade oggi ed era accaduto lo stesso, a me, nel 2018. Credo sia lecito farsi infuocare gli animi dalla passione di una campagna elettorale ma non possiamo permettere che i nuovi fascismi, che questi sentimenti meschini e vergognosi, emergano incensurati e diventino qualcosa di socialmente accettato. Però vorrei dire che anche le forze di sinistra hanno le loro responsabilità".

In che senso?

"Hanno fatto poco. Sul piatto ad esempio c'era un tema enorme come quello della cittadinanza e sono state timide. Proprio perché non tutti sono uguali, chi ha la responsabilità di governare richiamandosi a certi valori deve prendersela tutta quella responsabilità. C'è bisogno di grande sensibilizzazione, di una diversa narrazione mediatica, educativa, politica. Invece questo Paese non vuole fare davvero i conti con il razzismo strisciane che si respira quotidianamente: le nostre vite valgono meno di una campagna elettorale. Nessuno dei leader della politica nazionale era a Civitanova Marche per chiedere giustizia per Alika, nessuno sarà domani a fare picchetto davanti alla piscina di Asti dove le famiglie nere vengono segregate e tenute fuori. Nessuno domani sarà a Lignano".

Ha paura?

"Il timore, per tutti e tutte noi, è di essere il prossimo Alika. Viviamo nello stress e nella paura, dall'uscita la mattina al ritorno la sera. È brutale vivere in un Paese che ognuno di noi chiama casa con la sensazione di doverci difendere. Di abitare luoghi ostili, comunità che hanno valori non inclusivi, non accoglienti, non ispirati al vivere comune. Con la paura anche di essere aggrediti nell'indifferenza dei vicini".