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"Stromboli, io e la mia famiglia in trappola in casa per la furia del fango e dell'acqua. Così ci siamo salvati"

Il drammatico racconto del nubrifagio che ha devastato l'isola: "I detriti hanno trasformato la stradina in un torrente in piena e hanno distrutto la nostra abitazione. Siamo riusciti a uscire rompendo i vetri delle finestre e siamo vivi per miracolo. Un disastro annunciato, le richieste di mettere i sicurezza la montagna sono rimaste inascoltate" 
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“Qui appena piove vien giù tutto”. Così ci hanno detto gli isolani appena siamo arrivati a Stromboli. Era la mattina del 10 agosto. Io frequento l’isola da una quindicina d’anni, ma loro su questo scoglio sormontato da un vulcano attivo ci sono nati: sentono arrivare il maltempo, intuiscono prima i cambiamenti del mare, annusano i cambi di vento, e conoscono la loro montagna. Il vulcano lo chiamano ‘Iddu’, Lui, come fosse un parente, o una divinità benigna. Non lo temono, ne parlano con l’affettuoso rispetto che si deve a un vecchio zio scorbutico. In effetti nemmeno questa volta è stato Iddu a causare un disastro che era fin troppo annunciato.

Qui a…

“Qui appena piove vien giù tutto”. Così ci hanno detto gli isolani appena siamo arrivati a Stromboli. Era la mattina del 10 agosto. Io frequento l’isola da una quindicina d’anni, ma loro su questo scoglio sormontato da un vulcano attivo ci sono nati: sentono arrivare il maltempo, intuiscono prima i cambiamenti del mare, annusano i cambi di vento, e conoscono la loro montagna. Il vulcano lo chiamano ‘Iddu’, Lui, come fosse un parente, o una divinità benigna. Non lo temono, ne parlano con l’affettuoso rispetto che si deve a un vecchio zio scorbutico. In effetti nemmeno questa volta è stato Iddu a causare un disastro che era fin troppo annunciato.

Qui appena piove vien giù tutto, e tra poco pioverà. Così ci hanno detto. Con me c’erano la mia compagna, nostra figlia di un anno e mezzo, e due ragazze di quattordici anni: la figlia della mia compagna e una sua amica. Siamo arrivati a Stromboli per raggiungere i miei genitori, che qui passano diversi mesi all’anno in una grande casa affacciata su un mare scuro e mansueto.La tragedia era annunciata da fine maggio, quando l’imperizia di una troupe cinematografica ha causato un incendio che ha disboscato il fianco della montagna. Alzo gli occhi a guardarla, mentre ascolto quel presagio di sventura: il profilo del vulcano, una volta verde e frondoso, è arso, nero, sinistro. In più questa estate torrida e troppo asciutta ha reso la terra durissima,  capace di accogliere l’acqua quando arriverà. “Magari pioverà poco…”, azzardo.

 

“Ormai non piove mai poco. Non è più come una volta: d’estate ci sono soltanto siccità o temporali. Speriamo bene…”, mi dice l’isolano, e alza le spalle, con quel modo di fare tipico dei siciliani che sembrano chiamare in causa sempre la provvidenza. La notte successiva, verso le cinque del mattino, il temporale arriva. La nostra stanza, esterna alla casa, affaccia su un vicolo che si butta verso il mare. Un vicolo che segue il letto di un vecchio torrente e che, mentre l’acqua scende dalla montagna caricando detriti lungo il suo percorso, un torrente ritorna a essere.  Nella stanza, sei o sette metri quadri con soltanto una finestrella che affaccia sul vicolo e una porta in legno e vetro che dà sul terrazzo, dormiamo io, Eva, e nostra figlia Alice.

Il rumore della pioggia ci sveglia.   Eva si è sempre vantata di avere avuto una nonna turca che leggeva le carte, una specie di strega buona. L’ho sempre presa in giro, io che non credo a nulla che non possa essere visto e toccato. Comunque Eva si alza e prende la bambina, che dormiva nella culla esattamente sotto la finestrella. “Sta per succedere qualcosa di brutto, la metto nel letto con noi”, così dice. E io ancora sorrido, con quella condiscendenza un po’ vigliacca che i maschi della specie dedicano alle bizzarrie delle donne.

Però Eva ha ragione: i rumori che arrivano da fuori sono sempre più forti e sempre più cupi. Non sono più tuoni quelli che sentiamo, non è ticchettio della pioggia, ma l’incedere sincopato delle pietre che rotolano. Poi arriva un boato. Un boato inspiegabile che capiremo più avanti: la forza del fiume che si sta ingrossando ha sradicato un pezzo di muro, il pezzo di muro ha navigato fino alla fine del vicolo, e lì, incastrato, sta bloccando la discesa al mare dei detriti. Noi ancora non lo sappiamo, ma il livello di quel torrente improvvisato sta iniziando a salire.

Mi alzo, non sorrido più. Dico a Eva che è meglio uscire, andare nel corpo centrale della casa. Sento un grido, mi volto. Dalla finestrella, sulla culla dove dormiva Alice fino a poco prima, sta entrando una cascata di fango. Sale a una velocità che non credevo possibile. In una manciata di secondi è già all’altezza delle mie ginocchia. La porta che affaccia sul terrazzo e bloccata dalla violenza della corrente, il rumore attorno a noi è fortissimo. Eva è in piedi sul letto, la bambina stretta in braccio.

Lei urla: stiamo morendo. Io penso: ecco, allora era questa la fine. Non so perché, ma formulo la frase nella mia testa senza panico, come se fosse una costatazione. Un’intera vita a chiedersi come sarebbe andata a finire, e la fine era un fiume di fango in una notte di agosto. Ci rendiamo conto quasi nello stesso momento, Eva e io, che la parte superiore della porta è di vetro. Non ho nemmeno il tempo di proteggermi, o forse nemmeno penso di farlo. Rompo il vetro prima con un gomito e poi con l’altro, scavalco ed esco, prendo la bambina dalle braccia di Eva, aspetto che scavalchi anche lei, le restituisco la bambina.

Chissà quante volte mi è successo, chissà quante volte succede a tutti, di immaginare catastrofi. Quante volte mi sono svegliato da un incubo con la sensazione di averne vissuta una. Mi sono domandato come avrei reagito, cosa avrei pensato. Ora so che i pensieri non esistono, evaporano. Rimangono frammenti più simili a imperativi, non coniugabili, non concatenati uno con l’altro. Esci. Cammina. Spostati. Apri quella porta.

E’ la sopravvivenza che prende il posto della vita, un tempo supplementare che segue un ritmo differente. L’adrenalina blocca il dolore, rende simili a fantasmi, a sonnambuli. Mentre entriamo in casa e troviamo mia madre il fango sale, ma non veloce come nella nostra stanza. Il fiume arriva lì solo dopo avere trovato uno sbocco verso il fondo del terrazzo che ne ha rallentato l’impeto. Ho due profonde ferite sulle braccia, le vedo ma non le sento. Come se il mio corpo appartenesse a qualcun altro.

Recupero la figlia grande di Eva e la sua amica. Sono spaventate ma intere. Recuperiamo mio padre, che non si è accorto di nulla perché dorme dalla parte opposta della casa. Ripariamo tutti dai vicini al piano di sopra. Lentamente, usando mio padre come bastone, cammino per due chilometri fino alla guardia medica. Le strade sono fiumi di fango, continua a piovere, il cielo è nero anche se l’alba è sorta da un po’. Passo accanto a case distrutte dai detriti (alla fine saranno 44 quelle danneggiate), le sdraio e le sedie del giardino di un ristorante sono in cima a un albero.

Alla guardia medica mi puliscono le ferite, poi mi caricano in elicottero e mi portano all’ospedale di Messina, dove un medico mi ricuce le braccia con settanta punti di sutura. Mi dice che sono stato fortunato: il vetro ha sfiorato arterie e tendini, ma ha tagliato soltanto un muscolo che si riformerà in fretta. Sono stato fortunato anche a trovare lui, il medico, che mi ha rimesso in sesto in un ospedale dove mancavano pure le garze e le bottiglie d’acqua.  Due giorni anche i vigili del fuoco, guardando la stanza dalla quale siamo riusciti a fuggire, ci diranno che siamo stati fortunati: è un cubo di fango e sassi, la rete del nostro letto è schiacciata contro il soffitto. Siamo rimasti sull’isola ancora una settimana dopo la frana. Gli strombolani hanno lavorato senza sosta per salvare la loro isola, per cancellare i segni di quel disastro così facile da prevedere.

L’incendio di maggio ha contribuito a rendere drammatica una situazione che era già difficile da anni, ma non sono tutte dell’incendio le colpe, e non sono tutte dell’uomo. Però ancora una volta le richieste di mettere in sicurezza la montagna sono rimaste inascoltate, si sono ingarbugliate nella burocrazia o nell’assenza di volontà. Stromboli è patrimonio dell’umanità. E’ un’isola bellissima e fragile come spesso è fragile la bellezza. Va protetta, va protetto il resto del paese di fronte all’evidenza che il cambiamento climatico sta sgretolando la terra che abbiamo sotto i piedi. Il presidente della regione Sicilia è arrivato due giorni dopo la frana. Ha stretto mano, ascoltato, fatto promesse. In mezzo ai detriti è sempre il tempo delle promesse. Quando ho avuto di nuovo accesso a internet e giornali, tornato dall’ospedale di Messina, ho scoperto che mezza Italia era assediata da trombe d’aria e nubifragi, frane e smottamenti, alluvioni.

Per questo ho deciso di raccontare questa storia. Perché è una storia come tante. Una storia come tante finita bene. Una storia che forse, con qualche promessa in meno e qualche attenzione in più per il territorio e per il clima, si sarebbe potuta evitare.