Missione sulla Luna, Parmitano: “Sogno in grande, su quel suolo voglio camminare”
di Matteo Marini , di Matteo MariniLuca Parmitano è arrivato a Cape Canaveral da Orlando, poco tempo per prepararsi, si è infilato la tuta blu dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ed è andato ad assistere al lancio della prima missione del programma Artemis, la nuova avventura che riporterà nei prossimi anni gli astronauti sulla Luna. Il lancio di Artemis I è stato rinviato per dei problemi a un sistema di raffreddamento, l’astronauta italiano (che è stato in orbita due volte) sottolinea proprio l’importanza di questo primo test, al quale seguiranno missioni con equipaggio. Anche lui sogna “di essere allacciato a quei sedili, per arrivare fino al punto più lontano in cui l’umanità si è spinta fino ad ora”. Sarà un primo passo che ci porterà su Marte, un’occasione per l’Europa di inserirsi nello scacchiere geopolitico del futuro e trarre beneficio dal progresso scientifico e tecnologico per le prop…
Luca Parmitano è arrivato a Cape Canaveral da Orlando, poco tempo per prepararsi, si è infilato la tuta blu dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ed è andato ad assistere al lancio della prima missione del programma Artemis, la nuova avventura che riporterà nei prossimi anni gli astronauti sulla Luna. Il lancio di Artemis I è stato rinviato per dei problemi a un sistema di raffreddamento, l’astronauta italiano (che è stato in orbita due volte) sottolinea proprio l’importanza di questo primo test, al quale seguiranno missioni con equipaggio. Anche lui sogna “di essere allacciato a quei sedili, per arrivare fino al punto più lontano in cui l’umanità si è spinta fino ad ora”. Sarà un primo passo che ci porterà su Marte, un’occasione per l’Europa di inserirsi nello scacchiere geopolitico del futuro e trarre beneficio dal progresso scientifico e tecnologico per le proprie industrie. E di cooperazione internazionale, indispensabile per arrivare più lontano. Anche, perché no, assieme a Russia e Cina.
Parmitano, è nato nel 1976, non ha vissuto in diretta le emozioni del programma Apollo. Che sensazioni ha avuto nel trovarsi di fronte il razzo più potente sulla rampa 39B, che sta per volare verso la Luna?
Anche se non abbiamo mai visto l’esplorazione lunare di persona ho un rapporto molto stretto con le missioni Apollo, ho avuto il privilegio di incontrare Buzz Aldrin ed Eugene Cernan (rispettivamente il secondo e l’ultimo uomo a camminare sulla Luna, ndr). E ho comunque la sensazione di una memoria collettiva, che ha avuto un grande impatto. Quella che viviamo ora è la perfetta continuazione, ovvero poter assistere a un evento che sarà storico, perché questo nuovo cammino verso la Luna ha un sapore del tutto diverso. C’è molta più cooperazione internazionale e molta più volontà di farlo in maniera duratura, un’operazione di esplorazione organizzata in maniera coerente, allargata e sostenibile. È emozionante.
Si sente pronto per partire per la Luna? Quando potrebbe accadere?
Lo ammetto, da astronauta, è l'occasione per sognare di essere legato a quel sedile un giorno, di poter sentire l’accelerazione e viaggiare lontanissimo, fino al punto più lontano in cui l’umanità si è spinta fino ad ora. Con il giusto addestramento sono pronto e molto contento di essere parte di questo progetto. Non abbiamo ancora date di assegnazione per la mia classe astronauti, ci sono in programma tre voli, gli astronauti europei sono sette, è difficile avere un momento preciso. Da parte mia c’è una fortissima volontà di contribuire qualunque sarà il mio ruolo, il successo della missione Artemis I permetterà di sognare di trovarsi all’interno di quella capsula.
C’è anche la possibilità di vederla camminare sulla Luna?
Inizialmente credo che gli accordi tra Esa e Nasa non prevedano l’esplorazione di superficie per noi europei. Ma tutto in questo può cambiare, è tutto da decidere. Quindi la mia risposta è perché no? Se dobbiamo sognare, tanto vale sognare in grande. Ma qualunque sarà la destinazione dei prossimi voli, per noi europei sarà comunque una prima volta, un grande successo e un enorme contributo all’esplorazione spaziale.
Cosa ci aiuterà a capire questa missione?
Questa missione è al cento per cento destinata alla sperimentazione e al collaudo di tutti i sistemi, gli occhi sono puntati alla fase di ascesa: il vettore, lo Space launch system, con i booster e lo stadio centrale, l’accensione e la salita saranno sperimentate per la prima volta con un sistema completo, sono fasi delicate che possono generare problemi. La capsula Orion è estremamente complessa, parliamo di un sistema che deve portare quattro astronauti per un lungo periodo di tempo, fino a 21 giorni. Ha un supporto alla vita molto complesso per il filtraggio dell’atmosfera, la pressurizzazione, in modo che possano vivere nel massimo del comfort in spazi ristretti per un periodo lungo. Sistemi che sperimenteremo in questo primo viaggio, con la consapevolezza qualsiasi cosa succederà sarà un momento di apprendimento, vogliamo spingere i sistemi al di là di quella che sarà una missione “nominale”, per sottoporli a uno stress test.
Questa volta la Nasa non va da sola, come negli anni ‘60. È un grande salto?
Per noi europei è un momento particolarmente importante perché ricordiamo che il modulo servizio che genera l’atmosfera ed energia elettrica è stato costruito in Europa, frutto della collaborazione tra Esa e Nasa, ed è anche un prodotto della nostra industria, anche italiana, perché deriva direttamente dalla Atv, la navetta cargo dell’Esa, la più grande della flotta. Quel primo esercizio ingegneria europea adesso ha il suo frutto finale nel modulo servizio che darà agli astronauti europei la possibilità di volare su una missione Artemis.
Ci sono tanti sensori per le radiazioni. Un tema importante, per un viaggio oltre la protezione del campo magnetico terrestre.
Le missioni Apollo prevedevano tre giorni per arrivare in orbita attorno alla Luna, l’allunaggio e quelle che di fatto erano poche ore sulla superficie, poi il rientro. Una durata media di circa dieci giorni. Con Artemis vogliamo partire con missioni molto più ambiziose che prevedono anche l’estrazione sulla superficie. Significa trascorrere molto tempo fuori dal campo magnetico terrestre, essere esposti a radiazioni cosmiche a livelli diversi dalle missioni Apollo e con precauzioni più spinte, anche grazie alle conoscenze che abbiamo oggi dopo 20 anni a bordo della Stazione spaziale internazionale (Iss). In futuro la navetta Orion avrà anche sistemi per l’esercizio fisico per permettere agli astronauti di permanere a lungo in microgravità e la necessità di comprendere bene qual è il tipo di assorbimento di radiazioni in questo tipo di missioni.
È il primo passo verso Marte?
Assolutamente sì, così come l’orbita bassa terrestre è stata la piattaforma che ci ha permesso di realizzare molta della tecnologia che vedremo applicata nelle missioni Artemis, ora tutto il processo di sviluppo delle missioni attorno a Luna e sulla superficie è il necessario passaggio intermedio per arrivare molto, molto più lontano. L’orbita bassa terrestre, dove si trova la Iss, è a 400 chilometri di distanza, la Luna è mille volte più lontana dall’orbita bassa, Marte è mille volte più lontano della Luna. La complessità aumenta in maniera esponenziale, quindi bisogna fare passi progressivi per fare esplorazione in sicurezza e nel frattempo avremo creato nuova tecnologia le cui applicazioni sono poi sempre di ritorno industriale sulla Terra.
Cosa ci insegna la collaborazione internazionale nello spazio?
Ci sono due punti da sottolineare. Il primo è che oggi abbiamo consapevolezza che più vogliamo andare lontano, più è indispensabile la cooperazione tra nazioni, come sulla Iss. Artemis è la prova che se vogliamo davvero fare esplorazione è necessario un grande sogno e una spinta. Un sogno che deve avere una cooperazione globale, vorremmo che tutti partecipassero. Il secondo punto è che noi, come Esa e cittadini europei, abbiamo l’opportunità di dare il nostro contributo, e il ritorno sarà molto più ampio: a fronte della scienza e della tecnologia con le quali contribuiremo, avremo la nostra partecipazione a un progetto così grande e, nello scacchiere politico strategico ed economico spaziale, un posto in prima fila, essere conduttori e non solo passeggeri di questo progetto. È una cosa mai vista prima e dovremo essere orgogliosi di spingere al massimo per essere sempre più partecipi e in prima linea per attingere a tutti i benefici che vengono dall’esplorazione e, in futuro, dall’utilizzo delle risorse.
Anche Russia e Cina?
È un aspetto con tante sfaccettature. C'è la parte industriale, quella politica e quella strategica. Posso dire che abbiamo dei semi di speranza dallo spazio. Solo alcune settimane fa la collega e amica Samantha era fuori per un’attività extraveicolare (la “passeggiata spaziale”, ndr) a operare assieme a Oleg Artemyev, un russo, ex militare, con un retaggio molto complesso. Se pensiamo a ciò che succede sulla Terra, è difficile immaginare una cooperazione più stretta di quando si svolge un’attività extra-veicolare. Un segnale di speranza al quale aggrapparsi con l’augurio che sia replicabile anche in maniera più profonda e integrata. Mi piace pensare che il sogno dell’esplorazione spaziale possa unirci più di quanto la paura riesca a separarci.