✕

Nando dalla Chiesa: "Da De Mita a Spadolini mio padre lasciato solo: ho visto il telefono muto, non gli rispondevano più"

Intervista al figlio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa ucciso dalla mafia quarant'anni fa. "Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc, quell'estate dell'82 non si fa trovare anche se eravamo in Irpinia a 30 chilometri di distanza. Mio padre diceva: non possono pensare che io sia contro di loro con quello che ho fatto"
5 minuti di lettura

MILANO - Professor Nando dalla Chiesa, siamo a 40 anni dalla morte di suo padre Carlo Alberto, il generale dei carabinieri ammazzato - 3 settembre 1982 - con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l'autista Domenico Russo da un commando di Cosa nostra. Un omicidio, che insieme a quello di Paolo Borsellino, di Giacomo Matteotti, ammazzato dai fascisti, e di tanti altri, resta uno dei più "annunciati" della storia italiana.

"Su Borsellino non sono così d'accordo che fosse annunciato. L'ho visto l'ultima volta al convegno alla biblioteca di Palermo, ero al tavolo dei relatori, e quando se n'è andato c'è stato un applauso interminabile, con le persone che si alzavano in piedi. Non l'hanno ucciso perché era solo, come mio padre. Magari lui se l'aspettava di finire così, ma a quanto si sa oggi nemmeno la mafia sapeva che l'avrebbe colpito così presto".

Alcune intercettazioni del ca…

MILANO - Professor Nando dalla Chiesa, siamo a 40 anni dalla morte di suo padre Carlo Alberto, il generale dei carabinieri ammazzato - 3 settembre 1982 - con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l'autista Domenico Russo da un commando di Cosa nostra. Un omicidio, che insieme a quello di Paolo Borsellino, di Giacomo Matteotti, ammazzato dai fascisti, e di tanti altri, resta uno dei più "annunciati" della storia italiana.

"Su Borsellino non sono così d'accordo che fosse annunciato. L'ho visto l'ultima volta al convegno alla biblioteca di Palermo, ero al tavolo dei relatori, e quando se n'è andato c'è stato un applauso interminabile, con le persone che si alzavano in piedi. Non l'hanno ucciso perché era solo, come mio padre. Magari lui se l'aspettava di finire così, ma a quanto si sa oggi nemmeno la mafia sapeva che l'avrebbe colpito così presto".

Alcune intercettazioni del capo dei capi, Totò Riina, vanno in questa direzione...

"Pochi hanno capito, ancora adesso, che Cosa nostra voleva evitare che la direzione antimafia, che stava nascendo, potesse andare nelle mani di un grande magistrato come Borsellino. E non solo la mafia temeva questa nomina, ma tutti quelli che immaginavano che una struttura nazionale avrebbe potuto "lavorare" per la legalità senza guardare in faccia a nessuno. Quando Martelli dice "riapriamo il bando", si capisce che il prossimo sarà Borsellino, il quale non s'era presentato per non mettersi in competizione per Falcone. E Cosa nostra, che stava seguendo altri da abbattere, colpisce lui".

Una lettura dei fatti che ha senso.

"Con il tempo ragioni, razionalizzi le cause, capisci quanti sono quelli che si possono sentire coinvolti e minacciati, perché la struttura antimafia era molto simile a quella creata da mio padre per combattere il terrorismo. Quando mi hanno detto di Borsellino e della scorta, per me è stata una dolorosissima sorpresa. Ho pianto 15 minuti appoggiato al telefono pubblico dell'aeroporto di Reggio Calabria. Ma per mio padre era davvero un delitto annunciato. E anche lì ho sbagliato".

In che senso?

"Perché quando sono tornato a Milano dopo le vacanze dell'estate dell'82 - ero stato con lui a Prata Principato Ultra, in Irpinia, nella casa del nonno materno - pensai seriamente che potessero ammazzarlo. Ma mi dissi: non lo possono fare. Si sono talmente esposti che sarebbe un delitto firmato. E ho imparato che possono esistere delitti firmati, basta che esista una società che non voglia leggere le firme".

Un classico del servilismo italiano. Che cosa avvenne?

"Che t'inventi delle storie assurde, come le carte di Aldo Moro. Come si legge nel Piccolo Principe, "l'essenziale è invisibile agli occhi". Dicono: non è vero che era morte annunciata, non è vero che la politica è insorta quando chiedeva più poteri contro la mafia, non è vero che l'hanno lasciato solo. Dicono che c'era qualcosa di segreto. E il segreto toglie il dovere di essere coraggioso".

Lei oggi ha 73 anni e sulla morte del generale ha scritto un libro molto netto, nel quale coinvolge la corrente andreottiana in Sicilia.

"Già, in Delitto imperfetto parlo di loro prima delle udienze del maxi processo e prima del processo a Giulio Andreotti. Ma avevo le pagine del diario di mio padre, in cui c'è scritto che Andreotti lo convoca, senza che facesse parte del governo, e mio padre gli dice: "Non avrò riguardi"".

Dopo quarant'anni, scusi se lo dico, ma è ben visibile, lei è ancora sofferente...

"Venerdì ho raccontato la storia di mio padre ai miei studenti universitari e mentre parlavo mi sono scoperto a commuovermi ancora. Nelle scuole, quando m'invitato a raccontare, cerco di non rispondere mai a domande personali. E se vedo qualche ragazzo che ride, perché a volte gli studenti non arrivano preparati, mi ferisce tantissimo. E mi pento di aver accettato l'invito. Se invece so cosa devo dire, mi controllo. Ma talvolta mi viene in mente qualcosa in più".

Venerdì...

"Venerdì c'era anche don Ciotti, mi è capitato un passaggio imprevisto. Raccontavo storia della lotta al terrorismo, delle balle sul "popolo che insorge", e m'è venuto in mente che mia madre morì di paura e non poté nemmeno avere il funerale in chiesa. Mi ci sono voluti tre bicchieri d'acqua prima di poter ricominciare a parlare. Le ingiustizie patite sono state tante".

Critiche inaccettabili o...?

"Un conto sono i giudizi critici, un conto le menzogne. Mio padre ha fatto la Resistenza nelle Marche, aveva trovato un posto a casa di una donna coraggiosa che aveva visto il marito preso dai tedeschi. Ha lottato contro il banditismo in Sicilia, contro il terrorismo e la mafia, ma c'è sempre qualcuno che può dire le cose più infami senza che magistratura senta dovere di difenderne memoria. Mi lascio prendere da questi sentimenti a distanza di 40 anni dalla morte, faccio sogni a distanza di 40 anni. A mio padre, tutti telefonavano all'epoca del terrorismo. Lo guardavano come un'ancora di salvezza. Ma poi ho visto con i miei occhi i telefoni muti. Non gli rispondevano più".

Chi, ad esempio?

"Ciriaco De Mita, segretario della Dc, quell'estate dell'82 non si fa trovare anche se eravamo in Irpinia a 30 chilometri di distanza. Mio padre diceva: "Non possono pensare che io sia contro di loro, con quello che ho fatto". Eppure, non l'hanno aiutato e i killer mafiosi sono scesi dalle moto dopo le prime raffiche non per finirlo, ma sparargli ancora e sfigurarlo. E sin da subito uno dice che era troppo guascone. E Giovanni Spadolini, che era presidente del consiglio, non consegna la lettera inviata da mio padre, ma l'ho trovata nell'archivio di casa. E il procuratore di Palermo, Vincenzo Pajno, dice a mio zio "Non intendo giocarmi le ferie". Le ferie! Quando avrebbe dovuto parlare di coscienza. Dentro di me è tutto vivo. Compreso il dolore per un calendario dell'Arma, che esce nel 2004".

Perché?

"E' un calendario diviso in sezioni, ripercorre la storia dei carabinieri e mio padre non è nemmeno nominato, Né nella sezione antimafia, né in antiterrorismo. Lui che per l'Arma ha dato l'anima e che dentro l'Arma era amatissimo. Ma adesso sento che il vento è cambiato, mio padre è tornato un simbolo, sono tornati a nominarlo nei discorsi".

Fine della diffidenza?

"C'era riluttanza a nominarlo, ora non più, anzi".

Il generale dalla Chiesa ha avuto successi investigativi clamorosi, ma era affezionato di più a...?

"Diceva "La mia scuola è stata la Resistenza, quando dovevo fami carico di popolazioni intere". Le indagini sull'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto gli erano rimaste qua (segna con la mano la gola, ndr), perché lui li aveva catturati, gli assassini, ma Liggio e gli altri erano stati rilasciati. Era soddisfatto per l'efficienza data all'Arma di Milano, quando nel 66 e 67 gli diedero il comando di tutto il gruppo unificato, città e provincia, e aumentò la capacità di controllo del territorio anche con il sistema delle radiomobili. Dell'esperienza di Palermo restano due cose. Una è il suo lavoro sulla mafia, quello che andò agli atti dell'antimafia, con le genealogie delle famiglie e l'analisi. Una volta gli chiesi: "Papà, ma tu passerai alla storia? Mi rispose: "Mah, forse nella storia dell'Arma sì"".

E l'altra?

"Quando andò via dalla Sicilia, il porto era affollatissimo: erano i suoi sottufficiali, erano andati là per lui, per salutarlo, e non era un saluto ufficiale. Sapevano quello che aveva fatto per seguirli nel lavoro. Ricordavano quando andava a trovarli a sorpresa, vedeva come accoglievano il cittadino, ascoltava i bisogni che avevano. Dove lo trovavi allora - era il '73 - un alto ufficiale che andava anche a Lampedusa? E poi, c'è la lotta al terrorismo".

Pagine sempre terrificanti.

"Era umanamente coinvolto nella fiducia che gli diede Patrizio Peci, pentito fondamentale. E orgoglioso di aver vinto senza mai usare la legge che prevedeva le perquisizioni in blocchi interi di edifici. Ricordo una sua uscita a Milano in piazza Scala, in divisa, senza scorta. Se mi vedono qui, si convincono che l'Italia non deve aver paura, diceva. In tutta la sua vita non ha mai comunicato paura. Una volta gliel'hanno chiesto in una scuola: "Se ho paura me la tengo per me", ha risposto".

La famosa intervista a suo padre di Giorgio Bocca per Repubblica che effetto le fece?

"Mi sembrò grandissima, era un momento storico. In alcune parole c'era la mediazione culturale di Bocca, ma mio padre l'accettò. La fece con lui perché Bocca non lo amava e mio padre aveva sempre interesse a discutere con chi era in contraddittorio. Il giornalista era uno a cui, in nome di interessi superiori, chiedeva aiuto. L'intervista uscì, ma rimase solo lo stesso, l'aiuto non è arrivato ed è andata com'è andata".

Non è facile far pace con queste vigliaccherie...

"C'è un grande groppo. Mia madre, mia moglie Emilia che muore un anno e mezzo fa e mi ha sempre sostenuto, come le mie sorelle, nelle battaglie intraprese. So che cosa può essere vita. Ma sono stato contento, contento tutta la vita, di essere il figlio del generale dalla Chiesa, e non uno che passa, vede e fa altre cose. Non ho voluto. Sì, è vero, in fondo ho cercato di rendergli giustizia".

Ma la storia del generale ha cambiato la sua vita di figlio...

"Senza dubbio. Quando andai in Parlamento dissi due volte no alla Commissione antimafia, la terza chiesi io di andare. E in Università ho imposto questa materia, Sociologia della criminalità organizzata, e diamo valore alle migliori tesi su questo argomento. Ho allievi che sono diventati sindaci, assessori, consiglieri comunali, giornalisti, funzionari bancari esperti di riciclaggio".

Ha seminato?

"Ho provato a proseguire la lotta di mio padre con altri mezzi. E spero che tutto questo, per me fonte anche di grande amarezza, resti radicato nell'università di Milano. Anche se ho imparato che in Italia nulla è scontato".