✕

Alluvione Marche, la lotta al dissesto e quei 18 miliardi che l’Italia non spende

Ascolta l'audio

L'atto di accusa del presidente dei geologi delle Marche Piero Farabollini: "Il Misa doveva essere messo in sicurezza già nel 2009 ma i finanziamenti sono stati sperperati. Manca un sistema avanzato e integrato di monitoraggio e previsione"
3 minuti di lettura

ROMA - "Sbigottiti ma non sorpresi e non parliamo di sfortuna. Questo disastro si sarebbe potuto mitigare con un adeguato lavoro di prevenzione. In particolare a Senigallia dove il fiume Misa ha esondato di nuovo dopo il 2014: l'innalzamento degli argini a monte del centro abitato così come il dragaggio del fiume a valle erano interventi assolutamente necessari per mettere in sicurezza il territorio. Sono passati otto anni e tutto questo non è stato ancora realizzato".

L'atto d'accusa di Piero Farabollini, presidente dei geologi delle Marche colpisce nel segno in un'Italia dove di soldi stanziati per frenare il dissesto idrogeologico ce ne sono e non da ora: 14,3 miliardi di risorse nazionali e comunitarie da spendere entro il 2030, 2, 5 miliardidel Pnrr da spendere entro il 2026, 1,2 miliardi a disposizione della protezione civile. Ma nel paese che conta i due terzi delle frane censite in tutta Europa e in cui il 94 % dei Comuni è …

ROMA - "Sbigottiti ma non sorpresi e non parliamo di sfortuna. Questo disastro si sarebbe potuto mitigare con un adeguato lavoro di prevenzione. In particolare a Senigallia dove il fiume Misa ha esondato di nuovo dopo il 2014: l'innalzamento degli argini a monte del centro abitato così come il dragaggio del fiume a valle erano interventi assolutamente necessari per mettere in sicurezza il territorio. Sono passati otto anni e tutto questo non è stato ancora realizzato".

L'atto d'accusa di Piero Farabollini, presidente dei geologi delle Marche colpisce nel segno in un'Italia dove di soldi stanziati per frenare il dissesto idrogeologico ce ne sono e non da ora: 14,3 miliardi di risorse nazionali e comunitarie da spendere entro il 2030, 2, 5 miliardidel Pnrr da spendere entro il 2026, 1,2 miliardi a disposizione della protezione civile. Ma nel paese che conta i due terzi delle frane censite in tutta Europa e in cui il 94 % dei Comuni è a rischio idrogeologico, il problema è proprio in quell'"entro". In Italia - denuncia la Corte dei Conti - "la capacità progettuale delle Regioni, la carenza di profili tecnici unitamente alla scarsa pianificazione del territorio, restano criticità ancora non risolte. Le numerose strutture di indirizzo e gestionali (strutture dimissione, cabine di regia, segreterie tecniche, task force centrali e regionali) non hanno contribuito fino ad oggi al necessario cambio di passo verso una gestione ordinaria ed efficace del contrasto al dissesto idrogeologico". E anno dopo anno, i territori e i Comuni definiti ad alto rischio aumentano.

Il Misa e quei soldi sperperati

Prendiamo proprio il Misa come esempio: già nel 2009 un documento della Regione Marche indicava la messa in sicurezza del fiume come intervento "urgente e prioritario", un lotto riguardava Pianello di Ostra, una delle zone più colpite ieri. Negli anni la responsabilità cambia più volte: prima tocca alla Provincia, poi alla Regione, infine al Consorzio di bonifica. Ma tutto resta immobile, l'azienda che si aggiudicata i lavori con un ribasso del 30 % ottiene variante su variante, aumentando i guadagni. Fino a quando nel 2014 un'alluvione provoca l'esondazione del Misa e tre morti. Si stanziano altri due milioni. A maggio 2018 vengono bandite due gare d'appalto per la manutenzione del fiume per complessivi 2,5 miliardi: ci sono da rifare gli argini, togliere i detriti, adeguare scarichi e paratie. Un anno e mezzo dopo i cantieri consegnano i lavoro solo in quattro chilometri del fiume, il grosso del progetto si ferma per una serie di procedure di impatto ambientale non previste. Tanto che ad agosto del 2021 la Regione, per non perdere 930.000 euro stanziati, rimodula il finanziamento per un progetto esecutivo del Genio civile che deve innalzare gli argini a monte e dragare il tratto di fiume nel centro abitato. Ma o non è stato fatto o è stato fatto male visto che anche sull'assegnazione degli appalti per il Misa a giugno si accendono i riflettori della Procura di Ancona in un'inchiesta che porta ad otto arresti di funzionari pubblici ed imprenditori per corruzione e turbativa d'asta. Risultato 4,5 milioni spesi per opere banali quanto urgenti, senza riuscire a fermare il disastro annunciato.

La burocrazia che uccide

Niente prevenzione, niente manutenzione ordinaria, niente interventi strutturali: niente di tutto quello che andrebbe fatto per una gestione ordinaria del dissesto idrogeologico "Manca una governance di spesa, manca la capacità progettuale delle Regioni, mancano i profili tecnici adeguati e manca innanzitutto la capacità di pianificazione del territorio". Lo dice la Corte dei Conti in una impietosa relazione firmata dalla consigliera Rossana Rummo ad ottobre scorso sullo stato di attuazione del "Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico, il ripristino e la tutela della risorsa ambientale", che può contare su 14,3 miliardi destinati a Regioni ed enti locali stanziati nel 2018 e da spendere entro il 2030. Sono passati già quattro anni e poco nulla è stato fatto per impiegare questi fondi a cui si aggiungono le risorse previste dal Pnrr nella "missione rivoluzione verde e transizione ecologica" che destina a questa emergenza 2,487 miliardi da spendere entro il 2026. Di questi 1,287 sono di competenza del ministero della transizione ecologica per progetti già esistenti e risorse in bilancio. E il primo ambito riguarda proprio la realizzazione di un sistema avanzato e integrato di monitoraggio e previsione, quello che è mancato ancora ieri nelle Marche. E poi ci sono 1,200 miliardi a disposizione della Protezione civile, 800 dei quali di risorse aggiuntive.

"Per ogni euro che si potrebbe spendere in prevenzione se ne spendono cinque in interventi di emergenza. Al netto dei costi in vite umane e devastazione del territorio". A presentare il conto della non gestione del dissesto idrogeologico in Italia è Massimo Gargano, direttore dell'Anbi, l'associazione nazionale dei consorzi di bacino. "Negli ultimi 10 anni, secondo i dati della Protezione civile, il costo medio dei danni da dissesto idrogeologico è stato di 7 miliardi all'anno, senza contare le perdite in vite umane. Si stanziano risorse, e poi le si affidano a una burocrazia che impedisce di fare le cose. L'Italia è un paese fatto di vincoli, basta un vincolo e un corpo dello Stato ti blocca. E poi il prezzo lo pagano i cittadini".