Debora, travolta dall'alluvione a Senigallia: “La nostra fuga con la vicina disabile in braccio”
dalla nostra inviata Romina Marceca , dalla nostra inviata Romina MarcecaSENIGALLIA (ANCONA) - Debora Vici guarda le sue galoche col fango ormai secco e alza le spalle rassegnata. Spala da due giorni l’acqua appestata che il fiume Misa ha scagliato contro la sua casa a Senigallia. Debora, il marito Samuele Susannini e il loro beagle Tom sono dei salvati, ma anche dei salvatori.
«Quando abbiamo capito che la nostra abitazione era da abbandonare — racconta Debora — il mio pensiero è andato subito alla mia dirimpettaia, una signora di 90 anni disabile in carrozzina. E allora, prima che l’acqua ci costringesse a salire in alto, ho dato pugni alla porta del suo appartamento. Se non l’avessi svegliata, probabilmente sarebbe morta».
Debora ha 38 anni e può raccontare la notte del 15 settembre, la notte dell’apocalisse marchigiana, anche grazie ai vigili del fuoco che sono arrivati col gommone a recuperare tutti gli sfollati. La cronaca di quella che è stata una tragedia sfiorata, la raccon…
SENIGALLIA (ANCONA) - Debora Vici guarda le sue galoche col fango ormai secco e alza le spalle rassegnata. Spala da due giorni l’acqua appestata che il fiume Misa ha scagliato contro la sua casa a Senigallia. Debora, il marito Samuele Susannini e il loro beagle Tom sono dei salvati, ma anche dei salvatori.
«Quando abbiamo capito che la nostra abitazione era da abbandonare — racconta Debora — il mio pensiero è andato subito alla mia dirimpettaia, una signora di 90 anni disabile in carrozzina. E allora, prima che l’acqua ci costringesse a salire in alto, ho dato pugni alla porta del suo appartamento. Se non l’avessi svegliata, probabilmente sarebbe morta».
Debora ha 38 anni e può raccontare la notte del 15 settembre, la notte dell’apocalisse marchigiana, anche grazie ai vigili del fuoco che sono arrivati col gommone a recuperare tutti gli sfollati. La cronaca di quella che è stata una tragedia sfiorata, la racconta mentre cerca di recuperare quanto più possibile dalla casa di via Settembrini 10, vicino alla foce del fiume Misa. «Alle 2 di notte di giovedì sono stata svegliata da una puzza di fogna insopportabile, ho messo i piedi a terra. Da quel momento è iniziato l’incubo», ricorda mentre tiene in braccio il suo Tom in una rara pausa dai lavori.
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L’acqua alle caviglie nel buio di una casa rimasta senza la luce, saltata in tutta la città, è stato solo l’inizio. Il panico è durato un momento. «Ho svegliato Samuele. L’acqua era già a un metro e mezzo dopo due minuti, l’avevo al petto. Non abbiamo preso nulla, solo il cellulare per chiamare i soccorsi, e siamo usciti di casa con Tom tenuto sopra la testa», racconta con la voce ancora tremante.
I cancelli del residence dove Debora, Samuele e Tom hanno vissuto per tre anni erano bloccati dai detriti. La coppia in pigiama e sotto la pioggia si è ritrovata a scavalcarli. Prima che un’onda del Misa li travolgesse, hanno bussato alla porta di un vicino che ha la madre disabile. «Non potevamo lasciarli lì, sarebbero morti», ripete Debora. Samuele ha preso in braccio l’anziana, lei e il figlio 38enne della vicina hanno iniziato a bussare ai piani alti della palazzina.
Una corsa contro il tempo. Ma non c’era nessuno in quelle case. «Finalmente siamo riusciti a imboccare le scale esterne del condominio e ad arrivare al primo piano mentre il livello dell’acqua saliva pericolosamente. Ho temuto che non ce l’avremmo fatta. Chiamavo i vigili del fuoco e dicevo che l’acqua era arrivata a cinque gradini sotto di noi. Gridavo di fare presto. Ero nel panico ormai», ricostruisce Debora, titolare di un negozio di abiti da sposa. Ma la macchina era già in tilt per le centinaia di chiamate. «Siamo rimasti al freddo per due ore, sperando che non arrivasse un’onda a spazzarci via da quel ballatoio», racconta. «La nostra vicina l’abbiamo messa in carrozzina perché il figlio era riuscito a portarla fuori — continua Debora scavando nelle immagini di quei momenti — e lei mi ripeteva nel suo italiano stentato “Grazie grazie”. È una donna tedesca e con il figlio abitano a Senigallia da sei mesi».
Pochi minuti alle 4 una luce di speranza, quella delle torce dei vigili del fuoco arrivati con un gommone. «Abbiamo iniziato a urlare per farci sentire, avevo dato le indicazioni per telefono ma non sapevo se in quella città stravolta ci avrebbero mai trovati», piange Debora. Tutti sono stati tratti in salvo quando già l’acqua li aveva raggiunti sul ballatoio, a cinque metri di altezza. Sono stati accolti dentro un’ambulanza e visitati. «Da due giorni vivo in casa di mamma e non so se potrò più rientrare nella mia». Debora si guarda attorno e vede solo pareti color marrone fango. Ma lei adora il bianco e si lascia andare a un pianto liberatorio tra le braccia di Samuele.