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Smartphone vietati in una classe su quattro. Ma la scuola si divide

Sempre più licei e istituti diventano phone-free: è l'ultima frontiera per arginare la dipendenza dal piccolo schermo cresciuta nei due anni e mezzo di pandemia ma non tutti i presidi sono d'accordo
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Nel loro laboratorio di falegnameria i ragazzi dell'istituto dei Salesiani sulle colline di Castel de' Britti, nel Bolognese, hanno costruito un armadietto porta cellulare in legno che ora va a ruba nelle scuole. All'arrivo in aula ogni studente lo appoggia nello spazio numerato, l'anta si chiude, il ritiro è permesso durante l'intervallo e all'uscita. Avviene in una scuola superiore su quattro, racconta Studenti.it in un sondaggio.

Non che squilli, chat e messaggi non fossero vietati durante le lezioni, lo sono dai tempi del ministro Fioroni, con linee guida proposte successivamente dalla ministra Fedeli. Ma ora sempre più licei e istituti diventano phone-free: è l'ultima frontiera per arginare la dipendenza dal piccolo schermo cresciuta nei due anni e mezzo di pandemia. Un fenomeno che preoccupa insegnanti e presidi.

La soluzione più drastica, e meno seguita, è arrivata dal liceo paritario Malpighi di Bologna. Ha fatto scalpore: cellulari ritirati per tutto il tempo in cui studenti e prof stanno a scuola, ricreazione compresa. Pochissimi arrivano a tanto. Alle medie la consegna dei cellulari è diffusa, alle superiori si procede in ordine sparso. E ciclicamente il dilemma si ripropone: spegnere del tutto lo smartphone a scuola o insegnare a usarlo in modo corretto? Il divieto significa una scuola che alza bandiera bianca, impossibilitata a un intervento educativo, o unica misura oramai possibile per riportare in aula concentrazione e relazioni guardandosi negli occhi?

La docente Federica Mazzoni racconta degli sguardi che corrono immediati al cellulare ad ogni cambio d'ora, "e li vediamo arrivare stanchi perché magari hanno guardato video o chattato sino a tarda notte. La dipendenza da telefonino è cresciuta in modo esponenziale dopo la pandemia". Anche la preside Alessandra Francucci, voce dell'associazione dirigenti Andis, ha introdotto nel suo istituto tecnico da quest'anno il ritiro dei cellulari durante le lezioni, ma solo nelle classi dalla prima alla terza: "Per i più grandi confidiamo nel senso di responsabilità, ma i 14-16enni, che hanno sviluppato una dipendenza importante negli anni della pandemia, non ce la fanno da soli a staccarsi, vanno aiutati. Ai bambini non basta dire di non guardare la tv, gliela spegni".

Antonello Giannelli dell'Anp punta sull'educazione digitale, più che impedire l'uso dello smartphone. Gli studenti del liceo scientifico Berto di Vibo Valentia ogni mattina lo ripongono in una scatola. "Lo riprendono durante l'intervallo - racconta la preside Licia Bevilacqua - non sono d'accordo nel vietarlo in modo assoluto, meglio regolamentarne l'uso. Durante la pandemia il cellulare, soprattutto in alcune aree del Sud, è stato lo strumento che ha permesso la connessione e il contatto con gli studenti".

All'istituto tecnico Oriani di Faenza ci sono sacche porta cellulari in ogni aula, laboratorio e in palestra già da alcuni anni. "Non basta dire ai ragazzi che non lo possono usare perché è una dipendenza" osserva il preside Fabio Gramellini. "I ragazzi lo accettano, poi c'è sempre qualcuno che fa il furbo". Una lotta quotidiana, che sfocia spesso in casi di cyberbullismo o di professori filmati a loro insaputa mentre fanno lezione. I più raccontano che è difficile staccare i ragazzi dal telefonino, generazione addicted. Dopo due anni di isolamento e Dad, poi, l'impresa è ancora più ardua. C'è che corre ai ripari, lo ha fatto anche l'Istituto tecnico industriale Baldini di Ravenna con la circolare uscita in questi giorni sulla consegna dei cellulari, per "garantire agli studenti la migliore e proficua attenzione, di favorirne la socializzazione e combattere le sempre più diffuse dipendenze da smartphone". E poco importa se alla campanella dell'ultim'ora è tutto uno squillare e un bip-bip di messaggini. Fuori da scuola.

Il preside favorevole

"Non riescono a farne a meno. Solo con il divieto stanno attenti"

Marco Ferrari, 41 anni, prof di Filosofia che a 35 anni entrò della top ten del Teacher Prize ed ora è preside del liceo Malpighi di Bologna, non ha dubbi: "Non vinci la dipendenza da smartphone con la buona volontà".
La scelta che avete fatto è stata giudicata drastica: vietare l'uso dei telefonini per tutto il tempo in cui i ragazzi stanno a scuola. Come la motivate?
"Li vedo i miei ragazzi durante l'intervallo, nemmeno parlano più tra loro. E sappiamo bene quanto si distraggono in aula. La decisione è nata dopo mesi di riflessione, che ha coinvolto neuropsichiatri e insegnanti e dopo un incontro coi genitori per la condivisione".
Vietare o educare?
"Ci siamo accorti che è impossibile chiedere ai ragazzi un distacco dallo smartphone, così ci siamo assunti la responsabilità non di negare loro qualcosa, ma di fare loro un regalo di libertà: permetti loro di riguadagnare l'attenzione e la concentrazione al lavoro in classe, di ritrovare lo sguardo degli altri, il compagno o il docente. Questo è educare, altrimenti eviti i problemi che insorgono e scegli ciò che è più comodo. Chi dice che bisogna insegnare loro a usare uno strumento è un illuso anche se in buona fede: perché siamo noi adulti a dover offrire loro una qualità di tempo diversa e sempre con una proposta didattica che li affascini e li porti a bordo nel percorso e di apprendimento. L'anno scorso si erano verificati casi di cyberbullismo, abbiamo vietato i cellulari e abbiamo visto che i ragazzi resistevano, anzi stavano più attenti".
I suoi studenti più grandi non l'hanno presa benissimo...
"Mi rendo conto che la nostra è una iniziativa drastica, ma coraggiosa. È un tentativo che penso dovrebbero sperimentare tutte le scuole. Ogni mese parlerò coi ragazzi, soprattutto i più grandi. A fine anno misureremo i risultati e vedremo come andare avanti".
Perché il divieto esteso anche ai professori?
"I docenti lo lasceranno in sala insegnanti o nella borsa così i ragazzi vedranno che sono gli adulti per primi a dare l'esempio. Noi adulti sappiamo cosa sia uno spazio della relazione senza smartphone, loro no perché ci sono nati. E nostra responsabilità è anche non lasciarli in balìa dei social media che hanno interessi miliardari e un potere enorme atrattivo e distrattivo. Vinciamo come scuola se e solo se mostriamo che il contenuto della proposta c'entra con la realtà e ha senso per la realtà".

Il preside contrario

"Così ne sono ancora più attratti. Vanno educati all'uso corretto"

"Meno divieti si mettono a scuola, meglio è". Ne è convinto Gianmarco Martelloni, 47 anni, preside dell'Iis Capirola di Leno, in provincia di Brescia, il quarto in Lombardia per complessità: 2.200 studenti, 260 insegnanti, 14 indirizzi, dal liceo al tecnico e professionale.
Perché voi avete fatto la scelta di non ritirare i cellulari?
"Intato sarebbe impossibile con tanti studenti! Ma la sostanza è che per me deve prevalere l'aspetto educativo: è più utile far capire come usare lo strumento che hanno tra le mani tutto il giorno, anche fuori da scuola. Rispetto i colleghi che scelgono altre strade, altrettanto corrette perché è il contesto che conta. Mi verrebbe da usare la frase del libro di George Lakoff "Non pensare l'elefante"".
In che senso?
"Ricordo che in una scuola, prima di questo incarico, i cellulari venivano fatti riporre in una scatola trasparente. Ricordo la corsa forsennata dei ragazzi al momento di riprenderli. Erano diventati oggetto del desiderio, erano ancora più attratti da ciò che avevi tolto loro".
Come vi regolate nel vostro istituto?
"Come da regolamento che è comune a tante scuole: il cellulare non si può usare durante le lezioni se non per scopi didattici. Sono gli insegnanti a decidere, c'è chi lo fa usare con la piattaforma di apprendimento Kahoot, i ragazzi dell'indirizzo geometri lo usano con le App per fare misurazioni".
Riuscite a far rispettare la regola?
"Come sempre dipende dalla relazione che gli studenti hanno con l'insegnante. Siamo arrivati anche a sospendere nei casi gravi che si contano sulle dita di una mano. Non è semplice, d'altra parte è complicato anche per noi adulti staccarci dal telefonino. E non sottovaluto la sbornia nell'uso del cellulare durante la pandemia, credo però che sia più importante scommettere sull'accompagnare i ragazzi ad un uso corretto di uno strumento che ha potenzialità enormi, in positivo e, purtroppo, in negativo. È un equilibrio difficilissimo da trovare, ma ci proviamo. Piuttosto penso ad altri interventi".
Quali?
"Una gita, magari tre giorni in Appennino o all'isola d'Elba, lasciando il cellulare a casa. Sarebbe una bella sfida. Ci proverò".