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Alle donne meno di un seggio su tre. La parità arretra, FdI all’ultimo posto

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Nel 2018 la rappresentanza femminile era al 35,3%, ora si scende al 32,2%: è la prima inversione di tendenza da vent’anni. Avanti il Terzo Polo (46,7% di deputate fra gli eletti), poi il M5S (45%). Sotto accusa i meccanismi del Rosatellum
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Hai voglia a dire pari opportunità quando nel nuovo Parlamento le donne siederanno in meno di un terzo dei seggi. Al netto degli ultimi aggiustamenti possibili per la cavillosità del Rosatellum, il bilancio non ufficiale restituito dal voto del 25 settembre recita così: 193 elette su un totale di 600 tra senatori e deputati. Il 32,2 per cento, meno della media dei parlamenti europei e meno dei numeri della legislatura uscente.

Se il confronto in termini assoluti non si può fare - prima del taglio i seggi erano 945 e 334 le elette - si possono invece misurare le percentuali: nel 2018 le donne erano il 35,3 per cento, la quota più alta nella storia dell'Italia repubblicana. Il passo indietro è altrettanto storico visto che per la prima volta da circa vent'anni, dalla quattordicesima legislatura del 2001, la percentuale di deputate e senatrici anziché aumentare è diminuita.

Le pagelle dei partiti

Nella mappa di gene…

Hai voglia a dire pari opportunità quando nel nuovo Parlamento le donne siederanno in meno di un terzo dei seggi. Al netto degli ultimi aggiustamenti possibili per la cavillosità del Rosatellum, il bilancio non ufficiale restituito dal voto del 25 settembre recita così: 193 elette su un totale di 600 tra senatori e deputati. Il 32,2 per cento, meno della media dei parlamenti europei e meno dei numeri della legislatura uscente.

Se il confronto in termini assoluti non si può fare - prima del taglio i seggi erano 945 e 334 le elette - si possono invece misurare le percentuali: nel 2018 le donne erano il 35,3 per cento, la quota più alta nella storia dell'Italia repubblicana. Il passo indietro è altrettanto storico visto che per la prima volta da circa vent'anni, dalla quattordicesima legislatura del 2001, la percentuale di deputate e senatrici anziché aumentare è diminuita.

Le pagelle dei partiti

Nella mappa di genere del nuovo Parlamento le maggiori disuguaglianze sono tutte a destra. Sfogliando gli elenchi degli eletti partito per partito, si scopre che tra i big la maglia nera del gender gap va a Fratelli d'Italia, che ha sì una leader donna ma ha riempito con nomi femminili appena 52 caselle su 185 posti totali, il 28,1 per cento. Al contrario la pattuglia del Terzo polo, frutto del patto tra Italia Viva e Azione, è in sostanziale equilibrio con 14 donne e 16 uomini piazzati in Parlamento. Sfiora la parità pure il Movimento 5 stelle (36 donne su 80 eletti). Seguono i Noi Moderati, il Partito democratico, Sinistra Italiana-Verdi. Male anche la Lega e Forza Italia, che nell'ultima legislatura era pure riuscita a infrangere il soffitto di cristallo del Senato con l'elezione di Elisabetta Casellati, prima donna a salire alla seconda carica dello Stato.

Fatta la legge, trovato l'inganno

Eppure la legge elettorale in vigore oggi (come nel 2018) prevede per le candidature l'alternanza uomo/donna nelle liste e la quota di genere sia nelle candidature uninominali che per i capolista dei collegi plurinominali (né uomini né donne possono essere più del 60%). E in effetti le donne erano il 44,3 per cento del totale dei candidati.

La stessa arzigogolata legge consente però di aggirare la rappresentatività di genere nella compilazione delle liste e di distorcerne quindi il principio di parità favorendo di fatto gli uomini. "A cominciare dal meccanismo delle pluricandidature - spiega il deputato di Articolo 1, Federico Fornaro - utilizzate da quasi tutti i partiti a discapito delle donne". E abusate da Fratelli d'Italia. Il Rosatellum prevede che la stessa persona possa essere candidata in un massimo di sei collegi.

Serve un esempio per spiegare cos'è accaduto: Giorgia Meloni era candidata all'uninominale in Abruzzo, dove è stata eletta, e in altri 5 collegi plurinominali come capolista: qui al suo posto sono scattati i secondi in lista, cioè, per la legge dell'alternanza, uomini. Nel campo opposto la dem Patrizia Prestipino, rimasta fuori dal Parlamento, lo dice più diretto: "Nella composizione delle liste del Pd le donne sono state utilizzate come specchietto per le allodole per far entrare un collega uomo".

C'è di più: secondo Fornaro ha inciso anche "la riduzione del numero dei parlamentari che ha di conseguenza ridotto i collegi plurinominali creando uno squilibrio strutturale". Prendiamo la Liguria: il collegio plurinominale era uno soltanto, dunque nessuna necessità di rispettare equilibri di genere tra capolista dei diversi collegi, bastava un solo nome in testa, di un uomo.

Un problema di tutta la politica

Nella classifica dedicata al political empowerment che viene stilata ogni anno dal World economic forum, l'Italia è al 36esimo posto per divario di genere in Parlamento. Se della presidenza del Senato si è detto, da Nilde Iotti a Laura Boldrini sono state solo tre le donne a guidare la Camera in 18 legislature. Fuori da Montecitorio e Palazzo Madama, cambia poco. Meloni sarà, con ogni probabilità, la prima donna a salire a Palazzo Chigi. Come lei nessuna mai. Su oltre 1.550 incarichi di ministro in 67 differenti governi le donne ne hanno ricoperti un centinaio, la metà senza portafoglio. E nessuna ha mai varcato la soglia di via XX Settembre. Su 19 Regioni e due Province autonome, solo in Umbria governa la leghista Donatella Tesei. Poche anche le sindache: circa il 15 per cento.

Sull'orlo di una crisi di nervi a oggi c'è solo il Pd che naviga verso il Congresso nelle acque agitate anche dal dibattito sulla leadership femminile e femminista, ma nonostante l'ipoteca meloniana su Chigi è sempre il centrodestra ad avere la percentuale più bassa di donne pure ai vertici interni: nei ruoli apicali di Fdi, Lega e Fi ci sono solo due donne; negli organigrammi nazionali nove contro 49 uomini. La fotografia del Consiglio federale del Carroccio che ha confermato capo Matteo Salvini è simbolica: i vertici della Lega tra i banchi di un'aula; se non fosse per Marialice Boldi, coordinatrice della Valle d'Aosta, sembrerebbe un'immagine di repertorio, una classe tutta maschile ferma a prima del '63.