✕

9 Ottobre

La ricerca della verità a 40 anni dall'assalto alla Sinagoga a Roma
13 minuti di lettura

"Era una giornata di festa. Dopo la celebrazione, come sempre, eravamo fuori dal Tempio a fare due chiacchiere con gli amici. Avevamo 18 anni, era l'inizio di un'altra bella giornata. A un tratto tutta la spensieratezza di quella mattina è finita in un lampo".

"Un mediorientale mise una mano in una borsa di Tolfa che aveva a tracolla lanciò quello sembrò un grande sasso".

"Chi ci butta i sampietrini?".

"Non era una pietra. Ma una bomba, inesplosa. Ho capito subito che potesse essere un attentato".

"Ho sentito un'esplosione enorme".

"Dopo il botto ho visto due persone che sparavano, vestite di nero".

"È durato 40-50 secondi, forse un minuto".

"Siamo stati colpiti da bombe e raffiche di mitra".

"Ho sentito dei colpi: ta-ta. Poi il silenzio. E le urla".

Quella che raccontiamo in queste pagine è una storia di quarant'anni fa. Alle 11:55 d…

"Era una giornata di festa. Dopo la celebrazione, come sempre, eravamo fuori dal Tempio a fare due chiacchiere con gli amici. Avevamo 18 anni, era l'inizio di un'altra bella giornata. A un tratto tutta la spensieratezza di quella mattina è finita in un lampo".

"Un mediorientale mise una mano in una borsa di Tolfa che aveva a tracolla lanciò quello sembrò un grande sasso".

"Chi ci butta i sampietrini?".

"Non era una pietra. Ma una bomba, inesplosa. Ho capito subito che potesse essere un attentato".

"Ho sentito un'esplosione enorme".

"Dopo il botto ho visto due persone che sparavano, vestite di nero".

"È durato 40-50 secondi, forse un minuto".

"Siamo stati colpiti da bombe e raffiche di mitra".

"Ho sentito dei colpi: ta-ta. Poi il silenzio. E le urla".

Quella che raccontiamo in queste pagine è una storia di quarant'anni fa. Alle 11:55 del 9 ottobre 1982, un commando palestinese, formato da cinque persone, spara e lancia bombe a mano contro la folla di fedeli che esce dalla Sinagoga di Roma. È un giorno particolare per la comunità. È Shabbat ma è anche la festa di Sheminì 'Atzeret, quella che, nella tradizione ebraica, vede il rabbino dare la benedizione a tutti i bambini nel Tempio. Il fuoco dei terroristi uccide Stefano Gaj Taché, 2 anni appena. Trentasette persone vengono gravemente ferite e porteranno per sempre, nel corpo e nell'anima, le cicatrici di quella mattina. Le indagini sulle responsabilità dell'assalto portano all'identificazione di un solo uomo, il palestinese Osama Abdel Al Zomar, che, sette anni dopo, verrà condannato in contumacia e non trascorrerà un solo giorno in carcere in Italia. Riesce infatti a fuggire in Libia poco dopo il fermo, avvenuto al confine tra Grecia e Turchia. E dalla Libia si dileguerà per sempre.

Quel giorno di festa di 40 anni fa annegato nel sangue resta il più efferato attentato antisemita nel nostro Paese del dopoguerra. Soprattutto, resta uno dei più significativi "rimossi" della nostra storia repubblicana, perché, nel contesto politico in cui si consumò quella strage, nell'Italia del lodo Moro percorsa dalla violenza terroristica domestica, vittime e carnefici furono messi sullo stesso piano. Come se la morte di Stefano Gaj Taché e il sangue di quel giorno fossero da consegnare alla Storia come capitolo da inscrivere nel conflitto israelo-palestinese e non nella storia e nella memoria del nostro Paese come atto terroristico nei confronti di italiani innocenti di religione ebraica.

È questa la ragione per cui oggi su quel 9 Ottobre restano ancora aperte tante, troppe, domande. Perché quella mattina fu misteriosamente tolta la sorveglianza dei carabinieri davanti alla Sinagoga, come invece fino a quel momento sempre era avvenuto? Perché l'allora ministro degli Interni, Virginio Rognoni, mentì al Parlamento sostenendo di non aver mai ricevuto richieste di sorveglianza del tempio da parte della comunità ebraica? Perché le indagini furono condotte male e in modo frettoloso, rinunciando ad arrestare al Zomar, a individuare gli altri componenti del commando, addossando la responsabilità dell'attentato al solo gruppo di Abu Nidal addirittura in chiave anti-Olp? E ancora: perché si è dovuti arrivare al 2022, come vedremo, per percorrere una pista investigativa che pure da subito fu chiara: che le mitragliette utilizzate a Roma nel 1982 erano simili, praticamente uguali, a quelle utilizzate in un attentato a Parigi in quello stesso anno?

Detta altrimenti, l'Italia, i suoi apparati di sicurezza, ebbero un ruolo nel coprire prima o dopo l'organizzazione dell'attentato alla Sinagoga di Roma? E perché?

Nel rispondere a questa domanda, Repubblica ha avuto accesso a tutti i documenti sull'attentato desecretati, ora confluiti nella nuova indagine aperta dalla procura di Roma. Ha raccolto la voce di investigatori e testimoni. Ha consultato in anteprima il materiale di ricerca utilizzato per la produzione di un podcast in quattro puntate, "Le schegge dell'anima", scritto e letto da Giancarlo De Cataldo, con le musiche di Nicola Piovani, che da oggi sarà disponibile sul sito di Repubblica e sulla piattaforma One Podcast di Gedi. Un lavoro nato da un'idea di David Parenzo e Shulim Vogelmann e tratto dal "Il silenzio che urla" (Giuntina editore), il libro che Gadiel Gay Taché, il fratello di Stefano, ha voluto scrivere 40 anni dopo. Un podcast che, sempre qui su Repubblica, si potrà da oggi ascoltare gratuitamente insieme alla visione del film documentario "Era un giorno di festa", ideato dall'associazione 9 Ottobre 1982 e scritto da Micol Anticol, Daniel Di Porto, Joseph Di Porto, Ariela Piattelli, Gadiel Gay Taché, Angelo Vivanti, Alex Zarfati, Enea Petrone.

"Era un giorno di festa". Il documentario sull'attentato del 9 ottobre 1982 alla sinagoga di Roma

I carabinieri

È il 9 ottobre del 1982, dunque. Sono da poco passate le nove quando, nel racconto dei testimoni, le prime persone si affacciano al Tempio Maggiore. È la festa di Sheminì Atzeret e per questo la Sinagoga è piena di bambini con le loro famiglie. Come Stefano, appunto. È un giorno di festa gravato tuttavia da un sentimento di inquietudine profonda. Il crescente sentimento antisemita in Europa - che culmina in diversi attentati, a Vienna, a Londra, a Parigi - produce apprensione anche a Roma. Nonostante, fino a quel momento, l'Italia sia stata immune dalla violenza del terrorismo palestinese. I nostri servizi segreti - lo si scoprirà solo 40 anni dopo - hanno ripetutamente suonato al ministero degli Interni il campanello di allarme.

Il Sisde ha avvisato gli organi di polizia di "possibili attentati a obiettivi israeliani". In tre casi (il 25 giugno, il 16 e il 27 settembre 1982) le "segnalazioni sono relative a preavvisi di attentati contro Sinagoghe". Di più. Gli allarmi non si riducono solo a informative interne agli apparati. Nella notte tra il 29 e il 30 settembre, a Milano esplode una bomba in via Eupili 8, proprio di fronte agli uffici della Comunità ebraica, ospitata nella sede del Centro di documentazione ebraica contemporanea. A Roma, un portiere di uno stabile in via del Tempio, nel quartiere ebraico, dove sorge la Sinagoga, racconta che nella seconda metà di settembre, sceso da una Mercedes, targata Bari, un giovane dai tratti mediorientali si era aggirato nei pressi della Sinagoga insieme con altre tre persone. Il portiere di via del Tempio dirà di averli notati per il "fare sospetto". Un'indicazione simile a quella che avrebbero dato ai Carabinieri alcuni addetti della sicurezza della Comunità che osservano "cittadini stranieri impegnati a fare sopralluoghi". Accadde il 20 settembre del 1982, in via di Monte Caprino. In questo caso, l'allarme è tale che ne viene investita immediatamente una pattuglia della polizia penitenziaria di passaggio. La stessa che sollecita l'intervento dei Carabinieri, che fermano due di quei ragazzi. Ai militari, i due forniscono risposte vaghe e a tratti contraddittorie, ma vengono lasciati andare. Del resto, nulla accadde neppure due settimane dopo: il 4 ottobre, in via Arenula, a pochi passi dai giardini di piazza Cairoli, quando arriva una nuova segnalazione di presenze sospette senza che le forze di Polizia riescano a giungere in tempo per effettuare un'identificazione.

Roma, la mostra sull'attentato alla sinagoga: "Dopo 40 anni aspettiamo ancora verità e giustizia"

Eppure la Sinagoga è indicata da tempo come luogo "sensibile". Di più: come uno degli edifici a maggior rischio e dunque a maggiore grado di sorveglianza. Dal giugno del 1982 - segnala la stessa Questura di Roma - tre auto dei carabinieri hanno infatti il compito di vigilare 24 ore su 24 la Sinagoga. Il 22 settembre, poi, dopo l'ennesimo allarme lanciato dal Sisde, viene deciso "un servizio di vigilanza fissa e continuativa" a tutela della Sinagoga dalle 19 alle 7. Servizio che doveva essere esteso in occasione delle festività religiose: dagli appunti della stessa Questura emerge fosse stato predisposto il 17, 18, 19, 24, 26 e 27 settembre.

"C'era sempre una macchina", ricordano tutti ancora oggi.

Perché dunque quel 9 ottobre, mentre nel Tempio si teneva la benedizione dei bambini, la sorveglianza viene interrotta?

La bugia di Rognoni

La domanda viene posta dai rappresentanti della comunità ebraica nelle ore immediatamente successive all'attentato. Interpella il Prefetto e il Questore di Roma. Il Governo e i vertici dei servizi segreti. Nessuno ha argomenti con cui rispondere.

Finché, il 19 ottobre, nell'aula del Senato, in risposta a un'interrogazione parlamentare, l'allora ministro degli Interni, Virginio Rognoni rompe il silenzio.

Così:

"A Roma, in particolare, fin dall'aprile scorso, per la sinagoga e per l'agenzia ebraica di Israele era stata disposta specifica vigilanza mobile, effettuata dalle ore 21 alle ore 7 di ogni giorno, mediante un servizio di autoradio integrato da servizi ordinari. Dal mese di giugno è stata intensificata la sorveglianza sia delle sedi diplomatiche, delle rappresentanze anche commerciali dello Stato di Israele, sia degli edifici che ospitano le organizzazioni culturali e religiose della comunità israelitica romana per un complesso di 30 obiettivi dislocati in varie parti della città. In seguito all'aggravarsi della situazione in Libano, per tutti gli obiettivi sensibili nella capitale, così come per i luoghi assiduamente frequentati dagli israeliti (quali la Sinagoga, il quartiere adiacente, le scuole ebraiche e le sedi dell'agenzia ebraica di Israele), il servizio di vigilanza è stato rafforzato. Nell'arco delle 24 ore sono impegnate tre autoradio del primo distretto, oltre alle pattuglie delle volanti e radio mobili dei carabinieri. Dal 12 settembre, essendo stata segnalata la possibilità di attentati dinamitardi contro le strutture e i simboli della comunità, il servizio notturno a protezione della sinagoga e del quartiere ebraico veniva trasformato in vigilanza fissa e continuativa, dalle ore 19 di ogni giorno alle 7 di quello successivo".

L'impronta insanguinata del palmo di un ferito durante l'attentato alla Sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982 a Roma, Italia. L'attacco è stato un sabato mattina. (Foto di Stefano Montesi/Corbis via Getty Images) 

"Vigilanza fissa e continuativa" dice Rognoni. Il Viminale, dunque, era a conoscenza delle informative del Sisde. Sapeva del rischio attentato nei luoghi simbolo, a partire dalla Sinagoga. E ciò nonostante la mattina del 9 il turno resta scoperto. Dunque e di nuovo: perché?

Ancora Rognoni:

"Devo dire che la celebrazione della "Benedizione dei giovanetti", con la quale si conclude la festa delle "Capanne", non era stata inserita, anche da parte della comunità israelitica, negli avvenimenti per i quali si riteneva necessario disporre un supplemento di vigilanza, forse sembrando inimmaginabile un atto di tale crudeltà durante una cerimonia riservata ai bimbi".

Il ministro degli Interni informa dunque il Parlamento che quella mattina mancava la sorveglianza fissa davanti alla Sinagoga perché la comunità ebraica non l'aveva richiesta.

Ma la circostanza è falsa. A smentirla è una lettera che, il 12 agosto 1982, Tullia Zevi, vice presidente dell'Unione delle Comunità israelitiche italiane, aveva inviato al Viminale. Si legge:

"I recenti episodi di antisemitismo a Parigi non possono non suscitare viva apprensione negli ambienti ebraici italiani. Ed è per questo che mi rivolgo a Lei, signor Ministro, per esternarle la nostra preoccupazione che atti analoghi possano verificarsi contro istituzioni ebraiche in Italia soprattutto in vista delle imminenti festività religiose. Tale preoccupazione ci spinge a chiederle di voler cortesemente dare le opportune disposizioni alle Questure affinché possano essere organizzati servizi di sorveglianza presso le varie istituzioni di cui alleghiamo un quadro riassuntivo circa la loro consistenza e ubicazione".

Nell'allegato non mancava alcuna "ricorrenza" o "festività". "9 ottobre, sinagoga di Roma, Sheminì Atzeret", la benedizione dei bambini.

Perché dunque al Viminale qualcuno non volle vedere?

L'allora ministro Rognoni, scomparso di recente, non ha mai voluto rispondere sul punto. Né all'indomani della strage, né negli anni che seguiranno.

Una Cinquecento colpita dall'esplosione di schegge durante l'attacco del commando palestinese alla Sinagoga di Roma.  (Foto di Stefano Montesi/Corbis via Getty Images)  

La matrice "sbagliata"

La mancanza di una vigilanza fissa alla Sinagoga non è la sola anomalia che accompagna l'assalto.

Nelle ore immediatamente successive, nelle redazioni di alcuni quotidiani arrivano telefonate di rivendicazione. Liquidate subito come tentativi di depistaggio quali, verosimilmente, sono. Il Giornale e il Corriere della Sera verranno contattati da sedicenti militanti dell'Olp, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat, che in quel momento gode di grande credito in Italia tanto da essere accolto, qualche giorno prima dell'attentato alla Sinagoga, al Quirinale dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

La nostra intelligence il 22 ottobre offre intanto un'indicazione e una lettura molto chiare dell'assalto.

"Sulla base delle informazioni sin qui raccolte si possono formulare le seguenti valutazioni circa la matrice dell'attentato.

Si deve escludere la paternità dell'Olp, dato che un episodio di tale gravità si sarebbe rilevato politicamente pericoloso per la "causa palestinese", in particolare dopo la visita di Arafat in Italia.

L'ipotesi più probabile è che la paternità deve essere attribuita alle frange estremiste palestinesi che si identificano probabilmente nel gruppo di "Al Assifa" di Abu Nidal".

Letto oggi, il passaggio sulla matrice è tutt'altro che neutro. A distanza di nemmeno due settimane l'attentato viene attribuito dai nostri servizi agli uomini di Abu Nidal, leader palestinese in contrasto con Arafat. E questo - si argomenta - per mettere il leader dell'Olp in difficoltà agli occhi dell'Europa e dell'Italia.

È possibile che le cose stessero in quei termini. E tuttavia, analizzando gli atti, non si può non segnalare, come del resto fa Gadiel Gay Taché nel suo libro, che siamo di fronte a una circostanza politicamente non neutra.

Dopo settimane di inutili indagini, il 20 novembre 1982 l'inchiesta ha una svolta improvvisa. La polizia greca ferma, al confine con la Turchia, una Mercedes immatricolata a Bari. A bordo ci sono due palestinesi, diretti in Italia. Nel bagagliaio, ben nascosti, trasportano 60 chili di esplosivo. L'auto è di proprietà di uno dei due uomini, Osama Abdel Al Zomar, uno studente di medicina di Bari che aveva ha vissuto per alcuni anni a Perugia dove è stato leader di un movimento studentesco filo palestinese, il Gups, General union of Palestinian students. A incastrarlo è la sua fidanzata dell'epoca, A.S., che racconta dei suoi viaggi prima in Giordania. E poi a Roma. Dell'improvviso cambio del tenore di vita ("era uno squattrinato, all'improvviso arrivò con molto denaro"). Ma soprattutto - stando a un'informativa del Sisde del novembre 1982 - di quando al Zomar le racconta di essere stato incaricato dall'Olp di organizzare l'attentato alla Sinagoga di Roma. Di aver organizzato la parte logistica, lasciando che due suoi amici portassero materialmente a termine la strage. Al Zomar - racconta la sua ex fidanzata - fa anche un'altra confidenza: il viaggio in Giordania, quello durante il quale sarà poi fermato un mese dopo la strage, doveva servire per incontrare alcuni membri dell'Olp.

E dunque e di nuovo: "Che ruolo, per davvero, ha avuto l'Olp in questa vicenda?", chiede Gadiel Gay Taché. "Perché non si è indagato anche in questo senso?".

La bara di Stefano Gaj Taché, due anni, colpito mortalmente alla testa durante l'attentato 

Una risposta non è stata mai fornita, ma è difficile non pensare che in quell'autunno dell'82 non pesò nella risposta dei nostri apparati e della classe politica del Paese quello che sarebbe passato alla storia come il "Lodo Moro". Dalla prigione del popolo, in cui era sequestrato dalle Br, lo statista Dc, nel 1978, aveva svelato infatti l'esistenza di un accordo che garantiva ai palestinesi l'uso del nostro territorio come base logistica per attentati contro obiettivi israeliani in Europa in cambio della garanzia di risparmiare attacchi a interessi e obiettivi "italiani". Un accordo che - come ha scritto Valentine Lomellini nel suo "Il lodo Moro" (Laterza) - "lungi dall'essere una vicenda riservata ai servizi segreti fu una politica dello Stato Italiano". Che sopravvisse a Moro e coinvolse i principali esponenti della Dc e del Psi, da Rumor a Taviani, da Andreotti a Craxi.

La verità inconfessabile, e purtroppo assai plausibile, è che in quel 1982, la Sinagoga di Roma e i fedeli che la affollavano nel giorno della festa, furono ritenuti da chi la colpì e dallo Stato italiano che aveva il dovere di proteggerla, perché parte integrante del nostro Paese, un obiettivo "israeliano". Per dirla con le parole degli avvocati Cesare Del Monte e Joseph Di Porto, che per conto della comunità ebraica di Roma, hanno esaminato le migliaia di pagine di atti sull'attentato, "è evidente quale fosse il clima ideologico dell'epoca. Si mettevano sullo stesso piano le vittime degli attentati con le presunte lotte intestine tra gruppi palestinesi. Senza considerare che l'Olp non era altro che l'ombrello sotto cui si riparavano e agivano diverse sigle terroristiche che perseguivano un unico disegno: la distruzione dello Stato d'Israele e l'uccisione indiscriminata di ebrei".

 

Gli altri uomini

Si spiega anche così la ragione per cui, per usare le parole della signora A.S. intervistata da Repubblica, "per la giustizia italiana, per quell'attacco, ci sia soltanto un colpevole: Al Zomar che era soltanto l'ingranaggio di un meccanismo molto più grande".

Già, chi altro era con lui?

Una risposta potrebbe arrivare da Bari. La città che ospitava Al Zomar. E non solo. In città viveva anche Abu Bakir Jamel Naser, giordano, vicino all'Olp. Un gemello di Al Zomar. Erano arrivati entrambi in Italia nel 1981. Erano passati da Perugia per poi trasferirsi in Puglia. Erano studenti, nel senso che erano iscritti all'università. Ma non sostenevano esami. Erano seguiti dalla nostra intelligence. Ricorda ancora Gadiel Gay Taché che in uno degli appunti del Sisde spunta un incontro a Bari, nelle settimane precedenti all'attentato di Roma, tra Al Zomar, Naser e Youssif Al Awad, anch'egli considerato vicino all'Olp. Al Awad non era un semplice conoscente: era con Al Zomar nei su e giù con la Giordania e l'Iraq prima dell'attentato alla Sinagoga.  Era con lui nei giorni successivi, prima dell'arresto. Al Awad fu però fermato mesi dopo. Con un'altra accusa: ad aprile del 1983 verrà arrestato a Lisbona con l'accusa di aver ucciso un esponente dell'Olp su mandato, dirà, dell'organizzazione di Abu Nidal.

Chi era dunque veramente, allora, Al Awad? Un amico dell'Olp o un killer di Abu Nidal? E soprattutto: perché mai nessuno ha chiesto la sua estradizione, o anche soltanto una rogatoria perché rispondesse a qualche domanda sul 9 ottobre?

Un negozio nel ghetto con il cartello "chiuso per strage" (Foto di Stefano Montesi/Corbis via Getty Images)  

Le nuove indagini

A distanza di 40 anni qualcuno ha ricominciato a lavorare alla ricerca di un bandolo della matassa che consenta di dare risposta a domande sin qui senza risposta. La Procura di Roma ha riaperto l'indagine sull'attentato alla Sinagoga. La Digos sta lavorando da mesi. E ha ritirato fuori dal cassetto una richiesta arrivata dalla Francia qualche anno fa. E mai approfondita. Parigi vuole rendere giustizia alle vittime del massacro al ristorante parigino ebraico Jo Goldenberg. Una strage che porta la data del 9 agosto 1982. Il sospetto è che il commando sia lo stesso. E ad autorizzarlo è una circostanza: le armi utilizzate in Francia sembrano le stesse utilizzate a Roma. Per altro, un'informativa dei nostri Servizi indicava, già 40 anni fa, una serie di coincidenze.

"Il 28 agosto del 1981 a Vienna, attentato contro la sinagoga: è stato utilizzato lo stesso segnale, da parte del commando. Due dita a forma di V. Sono state lanciate due granate e sono state sparate due raffiche di mitragliette Makarow" scrivono in un appunto. "Lo stesso tipo di pallottole - continuano - è stato utilizzato per l'assassinio di Naim Khader, rappresentante della Olp a Bruxelles, commesso in data primo giugno 1981". "A Parigi due gruppi di terroristi indicati come mediorientali, uno operativo, l'altro di supporto, hanno lanciato una granata, costruita in un paese dell'Est. Sparato raffiche di mitraglietta, probabilmente Makarow, di costruzione polacca". Ancora: "Le stesse armi sono state utilizzate a Londra il 3 giugno per l'attentato contro l'ambasciatore israeliano"; "Il 18 settembre del 1982 a Bruxelles, durante l'attentato contro la Sinagoga, l'attentatore ha utilizzato una mitraglietta Makarow". "E la stessa arma sarebbe stata utilizzata per l'assassinio dell'avvocato Cotelo. La vittima sarebbe stata colpita per errore dato che il probabile obiettivo era Max Mazin, presidente della comunità ebraica spagnola".

A Parigi non hanno in mano soltanto coincidenze. Nel dicembre del 2020 hanno arrestato Abu Zayed, un 64enne palestinese che avrebbe fatto parte del commando che ha ucciso a colpi di mitra e granate sei persone e ne ha ferite 21 nel ristorante in rue des Rosiers. Lo hanno fatto sulla base delle dichiarazioni di un pentito. Che ha raccontato come Zayed si sarebbe mosso con la stessa "banda" prima a Parigi e 60 giorni dopo a Roma. Con loro c'era anche Al Zomar? Chi erano gli altri?  Questo scrivevano i giudici italiani 33 anni fa: "Certo è che il 29 agosto 1981 e il 1982, attentati simili furono perpetrati contro la Sinagoga di Vienna (due morti e decine di feriti) e contro un locale parigino frequentato da ebrei (decedettero 6 persone) con impiego di bombe a mano dello stesso tipo e lotto di fabbricazione di quelle usate a Roma, nonché di mitragliatrici Wz 63 calibro 9 X 18 Makarov". Bene: cosa ne è stata di questa vecchia intuizione? 

Gli avvocati Joseph Di Porto e Cesare Del Monte, hanno bussato alla porta del pm titolare dell'inchiesta: "Per quanto riguarda le notizie provenienti da Parigi, la Procura di Roma è molto cauta e, a detta del sostituto designato per le indagini, non sono molto utili. Sembrerebbe, anzi, che gli inquirenti parigini più che offrire informazioni ne chiedano".

Vedremo dove la nuova indagine porterà e se la cooperazione tra Roma e Parigi darà dei frutti. Ma una cosa è certa: quarant'anni dopo, è arrivato il tempo delle risposte.

 

Il podcast "Le schegge nell'anima" ricostruisce, in quattro puntate, la tragica vicenda dell'attentato alla Sinagoga di Roma. Scritto e letto da Giancarlo De Cataldo, con le musiche del Premio Oscar Nicola Piovani, è un'indagine sulla politica e la società del nostro Paese nei primi anni '80, sull'antisemitismo, sul terrorismo internazionale e il Lodo Moro, sui rapporti tra gli ebrei e lo Stato italiano e sul conflitto mediorientale. Una vicenda piena di domande irrisolte che viene qui ripercorsa attraverso le voci di testimoni dell'epoca, tra cui Daniela Gaj e Gadiel Gaj Taché, mamma e fratello del piccolo Stefano.

Il tuo browser non supporta HTML5 audio.
Il tuo browser non supporta HTML5 audio.
Il tuo browser non supporta HTML5 audio.
Il tuo browser non supporta HTML5 audio.

 

Le schegge dell'anima

di Giancarlo De Cataldo

Quando mi è stato chiesto di collaborare al podcast, ho immediatamente accettato. Ricostruire la memoria di quella tragica pagina della nostra storia recente mi sembrava quanto meno doveroso. Mi sono però anche domandato: perché proprio io? Sul momento, non ho saputo trovare risposta.

Ci siamo messi comunque al lavoro. Tutti insieme: il podcast è un gioco di squadra, vive dell'armonia di chi lo scrive, lo pensa, lo filma, lo edita, ma anche della dialettica che, fatalmente, si viene a creare in tutte le collaborazioni collettive. In questo lavoro convivono due anime: una razionale, l'altra emotiva.
Il lato razionale, grazie alla ricostruzione operata dagli storici, dai politici, dai giornalisti, racconta una strage, la sua genesi, le radici dell'antisemitismo, sovente mascherato da antisionismo, i misteri ancora non risolti, e semina la speranza che si riesca, un giorno non lontano, a far luce sui non pochi lati oscuri di questa terribile vicenda.


Quanto al lato emotivo, confesso: sono stato più volte sul punto di esserne travolto, e per conservare l'equilibrio ho dovuto fare appello alle risorse della razionalità. L'emozione ha il volto e la voce delle vittime che ancora conservano nel corpo e nello spirito le schegge che inflissero la ferita indelebile: il loro racconto ci ha immersi nella materia incandescente del dolore, ma ci ha anche fatto toccare con mano la forza tenace della rigenerazione. Si è chiarito così il senso della domanda iniziale: perché io?


Io o un altro non aveva, in fondo, molta importanza. Si trattava di conoscere, studiare, ma soprattutto di "sentire". Mi hanno spiegato che nell'ebraismo c'è un precetto - ciò che dai ti sarà reso - rappresentato graficamente da un'espressione palindroma: da un verso all'altro, e viceversa.


Se le cose stanno così, sono in debito: ciò che ho avuto da questa esperienza è sicuramente molto più di quel poco che ho potuto dare.