Il ciclista estremo Omar Di Felice: “Da solo in bici al Polo Sud: così racconto come il caldo sta sciogliendo i ghiacci”
di Livia Ermini , di Livia ErminiLa traversata dell'Antartide in solitaria sulle due ruote. Non è nuovo a imprese oltre il limite Omar Di Felice, ultra-ciclista romano di 40 anni che, dopo L'Everest e l'Artico, a inizio novembre partirà per la sua avventura più estrema. Destinazione: Polo Sud. Un'impresa "Bike to 1.5°C - Antarctica Unlimited" a metà tra sport e impegno per l'ambiente, portata avanti con il sostegno dell'Agenzia spaziale europea e la Ong Italian Climate Network, per documentare da vicino, in due mesi di viaggio, il ritiro dei ghiacci per colpa del cambiamento climatico.
Cosa la spinge ad affrontare l'Antartide, il continente più ostile al mondo?
"Questa impresa fa parte del più ampio progetto che sto portando avanti per raccontare come i nostri comportamenti sbagliati provochino danni irreversibili all'ambiente. Chiunque fa esplorazione sogna l'Antartide. Io, poi, la sognavo fin da bambino quando divoravo…
La traversata dell'Antartide in solitaria sulle due ruote. Non è nuovo a imprese oltre il limite Omar Di Felice, ultra-ciclista romano di 40 anni che, dopo L'Everest e l'Artico, a inizio novembre partirà per la sua avventura più estrema. Destinazione: Polo Sud. Un'impresa "Bike to 1.5°C - Antarctica Unlimited" a metà tra sport e impegno per l'ambiente, portata avanti con il sostegno dell'Agenzia spaziale europea e la Ong Italian Climate Network, per documentare da vicino, in due mesi di viaggio, il ritiro dei ghiacci per colpa del cambiamento climatico.
Cosa la spinge ad affrontare l'Antartide, il continente più ostile al mondo?
"Questa impresa fa parte del più ampio progetto che sto portando avanti per raccontare come i nostri comportamenti sbagliati provochino danni irreversibili all'ambiente. Chiunque fa esplorazione sogna l'Antartide. Io, poi, la sognavo fin da bambino quando divoravo i libri su Ernest Shackleton, il primo uomo ad aver tentato di raggiungere il Polo Sud".
Come si svolgerà il viaggio?
"I primi di novembre andrò in Cile dove farò una settimana di quarantena e poi con un volo mi porteranno sulla costa dell'Antartide. Dovrò percorrere oltre 4 mila chilometri, con una bici speciale a ruote larghe e chiodate, per arrivare da Hercules Inlet, alla base di Leverett Glacier. L'unico punto in cui incontrerò altri esseri umani sarà la base scientifica permanente presente al Polo Sud. Oltre a pedalare per circa 10 ore al giorno, avrò con me una slitta di 80 chili con tutte le scorte alimentari e il carburante per il fornellino, che sarà la mia unica fonte di energia con cui sciogliere la neve da bere".
Sarà lì con il supporto dell'Esa. Che tipo di lavoro farà?
"Cercheremo di raccontare le dinamiche dell'Antartide dove c'è il 70% del ghiaccio del pianeta. Il problema fondamentale è la fusione del ghiaccio, che quando sarà totale provocherà un innalzamento del livello dei mari con impatti devastanti. Se vogliamo guardare solo all'Italia, Paese fortemente urbanizzato sulle coste, l'aumento del mare farà sì che molti luoghi verranno abbandonati. Avrò drone e telecamera per inviare video e testimoniare cosa vedo. Al ritorno ci sarà un docufilm e dibattiti con scienziati ed esperti".
E la sua sicurezza?
"Avrò un dispositivo satellitare che segnalerà la mia posizione ogni 30 minuti su una mappa. Ogni 36 ore dovrò comunicare con l'Agenzia che gestisce la sicurezza in Antartide, che qualora non ricevesse mie notizie attiverà la macchina dei soccorsi. Per il salvataggio con il loro aeroplanino potrebbero volerci anche 10 giorni per via del meteo, perciò anche una banale caduta può essere fatale".
Di che natura sono gli ostacoli peggiori che incontrerà?
"Sicuramente è grande il rischio crepacci e poi in Antartide ci sono i venti più forti del pianeta, i venti catabatici, che quando iniziano a spirare vanno ben oltre il nostro immaginario, oltre gli 80-90 chilometri orari. Sono venti per cui ti devi chiudere nella tenda e sperare che non ti portino via".
Tra le sue emozioni ci sarà anche la paura?
"C'è soprattutto la paura. La paura è colei che ti consente di regolare quello che stai facendo. Se io mi immagino sessanta giorni lì da solo dovendo soddisfare ogni mia necessità, fisica e mentale è normale che mi assalga la paura. Ci saranno giorni in cui le bufere saranno così forti per cui non potrò nemmeno uscire dalla tenda. Ci saranno giorni in cui proverò un forte sconforto".
Lei è reduce dall'Artide a febbraio. Quali sono le differenze da questa nuova impresa?
"L'Artico mi ha messo a dura prova. Ma lì è comunque tutto più facile. I soccorsi sono più immediati, ogni tanto trovi villaggi e comunità locali. L'Antartico, invece, non ti lascia spazio per nulla se non per la tua solitudine"