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"Cinquemila assegnisti espulsi dall'università", l'allarme dei ricercatori precari pronti allo sciopero

L'effetto indiretto del decreto legge che modifica il reclutamento universitario. Oggi un'assemblea nazionale alla Sapienza per chiedere più fondi necessari a coprire i nuovi contratti con maggiori tutele e retribuzione
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Un terzo degli assegnisti di ricerca in Italia rischia di sparire. Sono cinquemila i posti a rischio, effetto collaterale del decreto Pnrr bis (articolo 14) approvato nel luglio scorso che modifica le norme sul reclutamento universitario senza però stanziare nuove risorse.

Una riforma a costo zero che se da un lato ha il meritorio effetto di ridurre le forme contrattuali precarie e la galassia dei contratti dall'altra rischia di escludere migliaia di aspiranti studiosi. Il decreto cancella infatti l'assegno di ricerca sostituendolo con il contratto di ricerca che prevede maggiori tutele (ferie, malattie, tredicesima e la più ricca Naspi come sussidio di disoccupazione al posto della Dis-coll) e una maggiore retribuzione (1.600 euro al mese invece di poco più di 1.400 euro, soggetto alla contrattazione collettiva).

Questo significa però che i contratti saranno più onerosi anche perché si vieta esplicitamente agli atenei una spesa supe…

Un terzo degli assegnisti di ricerca in Italia rischia di sparire. Sono cinquemila i posti a rischio, effetto collaterale del decreto Pnrr bis (articolo 14) approvato nel luglio scorso che modifica le norme sul reclutamento universitario senza però stanziare nuove risorse.

Una riforma a costo zero che se da un lato ha il meritorio effetto di ridurre le forme contrattuali precarie e la galassia dei contratti dall'altra rischia di escludere migliaia di aspiranti studiosi. Il decreto cancella infatti l'assegno di ricerca sostituendolo con il contratto di ricerca che prevede maggiori tutele (ferie, malattie, tredicesima e la più ricca Naspi come sussidio di disoccupazione al posto della Dis-coll) e una maggiore retribuzione (1.600 euro al mese invece di poco più di 1.400 euro, soggetto alla contrattazione collettiva).

Questo significa però che i contratti saranno più onerosi anche perché si vieta esplicitamente agli atenei una spesa superiore alla media degli ultimi tre anni per questi neo-contratti di ricerca. E se non vengono stanziati nuovi fondi inevitabilmente sarà il numero dei contratti a essere tagliato.

A lanciare l'allarme è Re-Strike, il neonato coordinamento nazionale di ricercatrici e ricercatori precarie e precari che si riunirà oggi, 4 novembre, per la prima assemblea nazionale alla facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma.

"Secondo le stime se un assegno di ricerca costa oggi alle università circa 25 mila euro l'anno, i contratti di ricerca, che dovranno almeno essere biennali, costeranno circa 40 mila euro l'anno - spiega Antonio, assegnista di ricerca con contratto appena scaduto al Cnr - Ecco perché, da gennaio del prossimo anno, si teme l'espulsione di un terzo degli attuali 15.300 assegnisti di ricerca, circa cinquemila appunto". A meno da non sostituire parte degli attuali assegni con borse di ricerca o contratti di collaborazione occasionale, ben più precari di oggi, e al termine dei quali non è previsto nessuno sussidio di disoccupazione: un danno e una beffa. "E chi sarà più colpito? - aggiunge Antonio - Gli atenei del Centro e Sud Italia e i dipartimenti umanistici e sociali, quelli in cui c'è minore disponibilità di fondi".

In parallelo, spiega ancora, "c'è il rischio per i dottorandi e borsisti di trovarsi davanti un collo di bottiglia visto che il loro numero è destinato ad aumentare grazie alle iniezioni di investimenti in progetti di breve termine e straordinari ma al tempo stesso, senza risorse aggiuntive, sarà più complesso proseguire la propria strada all’interno delle università". 

Il decreto è stato approvato a luglio e prevede un periodo transitorio di 6 mesi, fino a dicembre, per bandire gli ultimi assegni di ricerca. Da gennaio si passerà ai contratti di ricerca a tempo determinato. Il coordinamento e l'assemblea di oggi chiederanno quindi l'aumento della durata del periodo transitorio previsto dalla legge 79 per evitare l'espulsione dei 5 mila assegnisti e più fondi per poter coprire l'aumento dei costi del lavoro. In particolare i ricercatori chiedono "l'aumento di oltre 1,5 miliardi del Fondo di finanziamento ordinario; il reclutamento straordinario di 5.000 strutturati l'anno per 4 anni per riequilibrare il sistema, dopo l'emorragia di 20.000 strutturati dal 2008 a oggi; il reclutamento ordinario programmato di 5.000 strutturati all'anno per bilanciare i pensionamenti e far crescere l'organico, al fine di raggiungere il rapporto ricercatori/popolazione europeo; un rapporto fisso fra numero di contratti di ricerca e numero di ricercatori tenure track, per evitare che si costituisca una bolla di precarietà; l'abolizione della forma della docenza a contratto, forma ultima di sfruttamento dei/delle precari/e della ricerca".

"Questa iniziativa di mobilitazione si pone anche l’obiettivo di generare nell’università e nel paese quel dibattito pubblico e quel coinvolgimento dei soggetti interessati che avrebbe dovuto precedere e non seguire la riforma, denunciando nel contempo il ricorso sempre più generalizzato alla tecnica della decretazione d’urgenza che compromette irrimediabilmente la partecipazione democratica alle decisioni sulle nostre vite", spiegano da Re-Strike, pronti a "organizzare, quanto prima, uno sciopero della ricerca, della didattica, degli esami".