Il giallo dei due cacciatori: uno ucciso, l’altro suicida. E nei boschi del delitto l’ombra di un terzo uomo
dal nostro inviato Giampaolo Visetti , dal nostro inviato Giampaolo VisettiCELLEDIZZO (PEJO) - La panchina in legno che da una settimana custodisce il segreto crudele che sconvolge Celledizzo, guarda sia il piccolo paese di 340 abitanti in val di Pejo, che le montagne innevate che salgono verso la cima del Cevedale. Qui, al limite dei prati e sull'uscio della lariceta sparsa fino a malga Borche, all'alba di martedì 1 novembre, festa di Ognissanti, ha scelto di uccidersi con una fucilata Maurizio Gionta. Nell'auto, guidata per meno di 300 metri partendo da casa, ha lasciato un biglietto scritto a mano di getto: "Non voglio colpe che non ho". Il cacciatore trentino, 59 anni, ex guardia forestale del Parco nazionale dello Stelvio, alle 7.45 del giorno prima aveva lanciato un disperato allarme. Davanti a lui, sull'erba di un pascolo amato dai cervi in località Corè, poco sopra il paese a quota 1300 metri, giaceva prono il cadavere di Massimiliano Lucietti, 24 anni, compaesano e amico di famiglia. Il giovane cacciato…
CELLEDIZZO (PEJO) - La panchina in legno che da una settimana custodisce il segreto crudele che sconvolge Celledizzo, guarda sia il piccolo paese di 340 abitanti in val di Pejo, che le montagne innevate che salgono verso la cima del Cevedale. Qui, al limite dei prati e sull'uscio della lariceta sparsa fino a malga Borche, all'alba di martedì 1 novembre, festa di Ognissanti, ha scelto di uccidersi con una fucilata Maurizio Gionta. Nell'auto, guidata per meno di 300 metri partendo da casa, ha lasciato un biglietto scritto a mano di getto: "Non voglio colpe che non ho". Il cacciatore trentino, 59 anni, ex guardia forestale del Parco nazionale dello Stelvio, alle 7.45 del giorno prima aveva lanciato un disperato allarme. Davanti a lui, sull'erba di un pascolo amato dai cervi in località Corè, poco sopra il paese a quota 1300 metri, giaceva prono il cadavere di Massimiliano Lucietti, 24 anni, compaesano e amico di famiglia. Il giovane cacciatore, operaio in un'azienda della Val di Sole, "sembrava dormisse, forse colto da un malore". L'atroce realtà, appena girato il corpo: Massimiliano aveva la mandibola dilaniata da un colpo di carabina, calibro Winchester 270.
La pista dell'incidente venatorio
Carabinieri e medici accorsi nel bosco hanno ipotizzato un incidente venatorio. Il ragazzo poteva essere rimasto vittima di se stesso, maneggiando il fucile regalatogli dal padre. Ci ha pensato il medico legale Dario Raniero, dell'Università di Verona, a precipitare Celledizzo nell'abisso che ora lo sconvolge: quello che gli amici volontari dei pompieri chiamavano "gigante buono" era stato centrato da un proiettile alla nuca, "esploso da oltre mezzo metro di distanza". Difficile, per gli specialisti del Ris di Parma, precisare l'arma che ha ucciso: "L'ogiva - chiarisce il rapporto - è troppo rovinata". Senza l'impronta digitale sulla cartuccia, a causare l'omicidio può essere stato un qualsiasi Winchester 270: il calibro del fucile che portava a tracolla Maurizio Gionta quando ha raggiunto la salma di "Max Luce", ma pure quello di un'altra ventina di carabine nelle mani degli altri cacciatori di Celledizzo. Molti di loro, la mattina del 31 ottobre, erano fuori per una collettiva parata di caccia nella stessa foresta.
Un mistero sempre più inquietante
La sfida di Davide Ognibene, pm della Procura di Trento guidata da Sandro Raimondi, è ricomporre le tessere di un mistero ogni giorno più inquietante: chi si è macchiato, per sbaglio, o per un irrefrenabile scatto d'ira, dell'omicidio di Massimiliano? Perché Maurizio, a 24 ore dal suo ritrovamento, si è suicidato gridando di essere innocente, su una panchina a pochi metri da quella dove il giorno prima era rimasto per ore, piantonato e interrogato dai carabinieri non come indagato, ma in qualità di persona informata dei fatti? "Il fatto di non aver retto lo shock di una giornata devastante - dice Andrea De Bertolini, legale della famiglia Gionta - non significa che Maurizio sia colpevole. Anche un innocente può crollare, schiacciato dalla gogna pubblica di un sospetto che da subito ha circoscritto la scena dell'omicidio a pochi metri. Lo sparo fatale, vista la potenza, può essere stato esploso anche da oltre cento metri".
Cruciale l'esito degli esami
Nelle ultime ore, dopo che nel fine settimana il Lucietti è stato sepolto nel cimitero del paese e la salma di Gionta ha ottenuto il permesso per la cremazione, i cacciatori interrogati dai carabinieri nella caserma di Cogolo si moltiplicano. "Le due vittime - trapela dagli inquirenti - il 31 mattina non erano sole in quel bosco. Almeno una terza e un quarta persona, già sentite, erano in battuta poco lontano". Tre i rilievi che potrebbero avvicinare presto alla verità e a una comune idea di giustizia: lo stub, ossia le tracce di esplosivo lasciate sulle mani di chi ha da poco usato un'arma; marca e tipo delle munizioni; la traiettoria del colpo fatale; l'orma dei cellulari agganciati dalla rete telefonica nell'area dell'omicidio. Il 31 ottobre Gionta è stato sottoposto allo stub, i risultati sono attesi a giorni. L'esito degli esami, nelle ultime ore concentrati nello stabilire con precisione traiettoria, distanza e dinamica dello sparo, è cruciale.
Il rancore alimentato dalle chiacchiere
Sentito dai carabinieri, l'ex forestale aveva negato di aver sparato prima di trovare Lucietti, magari mancando una preda. Alla sua famiglia, prima di suicidarsi, ha ricostruito così i fatti: "Ero nella mia postazione su un albero e ho udito uno sparo. Pensando che intorno ogni animale fosse ormai fuggito, ho deciso di raggiungere la strada, per rientrare o cambiare zona. Massimiliano era caduto lungo la via percorsa, altrimenti non l'avrei trovato. Lucietti, rispetto all'appostamento, non era nella mia traiettoria di tiro". Circostanze che le perizie devono verificare, ma così si spiegherebbe la mezz'ora di tempo tra l'esplosione e l'allarme: qualcuno l'ha sfruttata invece per tentare di cancellare prove, coprire qualcuno e alterare la scena del delitto? "Ogni ora che passa tra dubbi opprimenti - dice il sindaco Alberto Pretti - allarga una ferita sociale destinata a mutare per sempre l'armonia di Celledizzo. In valle tutti sono conoscenti, o parenti: va fermato subito il rancore alimentato da chiacchiere senza riscontri".
La ricerca della verità
Per Giuliano Valer, avvocato della famiglia Lucietti, nessuno aveva ragioni per odiare Massimiliano. "Al contrario - dice - era amato da tutti per la sua vocazione al volontariato. L'ipotesi più immediata è che sia stato ucciso per disgrazia, da un proiettile destinato ad un cervo. Il padre Roberto teme però che le cose non siano affatto chiare. Gionta può essere rimasto infine vittima del proprio sconforto, ma sulla morte di Massimiliano non possono restare ombre". Tantomeno un omicida a piede libero: inspiegabile, a quel punto, il suicidio di Gionta. "Era distrutto dalla grave malattia di nostra mamma - la confidenza dei figli Federica e Michele agli amici - il 31 sera è rincasato sconvolto. Alle 9.30 dell'1 aveva appuntamento con l'avvocato a Trento: prima dell'alba ha lasciato invece la fede in camera da letto, è uscito silenzioso e ha raggiunto quella maledetta panchina. Si potevano sequestrare subito tutti i suoi fucili: non è stato fatto, si è potuto sparare, non ha accettato l'aiuto che gli abbiamo offerto". All'orizzonte, un risarcimento danni impegnativo: enorme la differenza, e il diritto alla copertura assicurativa, tra omicidio colposo e volontario. I cacciatori trentini d'ora in poi conserveranno la foto di Massimiliano nei loro zaini. "Il suo sacrificio - dice Gianpaolo Fedrizzi, presidente della sezione della Val di Sole - non deve restare inutile". Affinché l'auspicio non si limiti alla retorica, la gente di Celledizzo chiede "prima e al più presto verità e giustizia".