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L'oncologo Michele Maio: "La nostra sfida al cancro: presto l’immunoterapia potrà sostituire la chemio”

Sabato nelle piazze i cioccolatini della ricerca dell'Airc. Intervista al medico delle Scotte di Siena, che ha portato in Italia il trattamento basato sul sistema immunitario. E che oggi ha iniziato a sperimentare una nuova strategia. Grazie anche ai fondi dell'associazione
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"Aveva un volto familiare. Ero sicuro di conoscerla". La donna che Michele Maio ieri mattina ha incontrato al Policlinico le Scotte di Siena è una sua ex paziente. "Aveva un melanoma devastante, 16 anni fa. Poi ha partecipato a una delle prime sperimentazioni sull'immunoterapia. Da allora non passa anno senza che torni per portarci le sue squisite mozzarelle". 

Sedici anni fa immunoterapia era solo una parola astrusa: una tecnica che consiste nello sbloccare il sistema immunitario spingendolo ad attaccare le cellule del tumore, da parte loro molto abili nell'irretire le nostre difese. Gli stessi medici come Maio, professore di oncologia all'università di Siena e direttore del centro di immuno-oncologia al Policlinico Le Scotte, ammettevano di non capire diversi dei suoi aspetti. Alle sperimentazioni arrivavano solo pazienti all'ultima spiaggia.  

Oggi - e molto in Italia si deve ai fondi della Fondazione Airc, Associazione …

"Aveva un volto familiare. Ero sicuro di conoscerla". La donna che Michele Maio ieri mattina ha incontrato al Policlinico le Scotte di Siena è una sua ex paziente. "Aveva un melanoma devastante, 16 anni fa. Poi ha partecipato a una delle prime sperimentazioni sull'immunoterapia. Da allora non passa anno senza che torni per portarci le sue squisite mozzarelle". 

Sedici anni fa immunoterapia era solo una parola astrusa: una tecnica che consiste nello sbloccare il sistema immunitario spingendolo ad attaccare le cellule del tumore, da parte loro molto abili nell'irretire le nostre difese. Gli stessi medici come Maio, professore di oncologia all'università di Siena e direttore del centro di immuno-oncologia al Policlinico Le Scotte, ammettevano di non capire diversi dei suoi aspetti. Alle sperimentazioni arrivavano solo pazienti all'ultima spiaggia.  

Oggi - e molto in Italia si deve ai fondi della Fondazione Airc, Associazione italiana per la ricerca sul cancro - il panorama è cambiato. Maio, in collaborazione con Fondazione Airc e la Fondazione Nibit, ha iniziato da pochi giorni la sperimentazione di un nuovo metodo di immunoterapia. E Airc sabato festeggia i suoi progressi portando in piazza i cioccolatini della ricerca (è possibile trovarli anche nelle filiali di banco Bpm e su Amazon).  

Perché l'immunoterapia è importante? 

"Prendiamo il melanoma, il primo tumore su cui abbiamo iniziato ad applicarla quasi vent'anni fa. Allora la sopravvivenza a 7 anni dalla diagnosi era del 5%. Oggi, con l'immunoterapia usata spesso come prima scelta di cura, siamo al 60%. Quando il tumore va in remissione, poi, lo fa in modo duraturo". 

Gli altri tumori? 

"Dal melanoma si è passati al polmone. La risposta positiva a lungo termine con l'immunoterapia oggi raggiunge il 35-40%. Da lì si è aperto un mondo: rene, fegato, mesotelioma, esofago, stomaco. La lista dei tumori per cui questa terapia è indicata cresce di mese in mese. Pochi giorni fa si è aggiunto l'endometrio. Le aziende hanno capito che è una strada da seguire. Le autorità regolatorie, dopo la diffidenza iniziale, hanno iniziato ad approvare le nuove terapie con più facilità. E i pazienti si affidano senza grandi paure all'idea di una tecnica che sfrutta il sistema immunitario, cioè una risorsa del loro stesso organismo, e non dà i disturbi della chemioterapia". 

Quanto è diffusa oggi l'immunoterapia? 

"Nel melanoma è molto diffusa, da dieci anni la chemio non si usa praticamente più. Anche in alcuni tipi di tumore al polmone è la prima scelta. Le applicazioni non fanno che aumentare. E' una rivoluzione continua". 

Perché metà dei pazienti circa guarisce e gli altri no? 

"Per anni non abbiamo saputo che rispondere. Ora iniziamo a trovare indizi, ad esempio delle mutazioni nel genoma delle cellule di alcuni tumori, ma resta sicuramente un aspetto complicato". 

E i pazienti che non ricadono nella percentuale fortunata? 

"Sono oggetto degli sforzi di medici e ricercatori in tutto il mondo. Ci sono immunoterapie che non funzionano fin dall'inizio, altre al primo o al secondo tentativo. Lì è necessario cercare formule alternative. Per fortuna oggi le sperimentazioni, le possibili strade nuove, non mancano. Solo a Siena ne abbiamo una cinquantina". 

Fra cui la vostra, appena partita, finanziata anche da Fondazione Airc e coordinata da Fondazione Nibit, alla quale lei crede molto. Di cosa si tratta? 

"E' la combinazione di due strategie. La prima è l'epigenetica: consiste nel modificare la conformazione del Dna delle cellule del cancro per renderle più visibili al sistema immunitario. La seconda è l'immunoterapia vera e propria. Prima si assumono i farmaci epigenetici: 5 giorni di pillole. A quel punto, quando crediamo che il tumore sia diventato ben visibile agli occhi del sistema immunitario, somministriamo l'immunoterapia, con una combinazione di altri due farmaci. Lì è necessario venire in day hospital per l'infusione". 

A che punto è la sperimentazione? 

"Alla fase due. La fase uno si è conclusa nel 2019. Oggi puntiamo ad arruolare circa 200 pazienti per verificare la sicurezza e l'efficacia della terapia. Alcuni sono di Siena e della Toscana, altri ci vengono segnalati dai colleghi nel resto d'Italia". 

Cosa volete dimostrare? 

"Che la cura funziona, certo. Ma vogliamo anche capire il perché dei nostri risultati. Faremo biopsie del tumore per osservarne i cambiamenti dopo il trattamento, osserveremo quali e quante cellule del sistema immunitario sono al suo interno, che differenze ci sono tra prima e dopo la terapia, e che effetto ha il farmaco epigenetico sul microbioma". 

Cioè sui batteri che vivono nell'intestino? Che c'entrano? 

"Sappiamo che giocano un grosso ruolo nel funzionamento del sistema immunitario e vogliamo capire come vengono modificati dai farmaci". 

Lei è il medico che per primo ha usato l'immunoterapia in Italia nei primi anni duemila. Come ricorda quei tempi? 

"Allora credevamo in un sogno. Oggi sta diventando sempre più realtà. E' appena venuto a Siena James Allison, uno dei ricercatori che hanno inventato l'immunoterapia negli anni 90, Nobel per la medicina nel 2018. Mi raccontava dei risultati strabilianti che vedeva nei topi, eppure tanti colleghi per anni hanno continuato a ridere dei suoi sforzi. Penso poi ai primi pazienti, che si sono sottoposti a una sperimentazione senza avere la minima idea che potesse funzionare. Molti oggi sono ancora qui, e tornano sempre a trovarci".

Maio con James Allison (a sinistra)