Abusi sessuali: “Io, vittima di un prete negli anni '60, dico che la Chiesa ora deve aiutare le vittime”
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziGiorgio – il nome è di fantasia – ha 65 anni, tutti vissuti in un piccolo paese del nord Italia. Quando era bambino venne molestato sessualmente da un prete. Un trauma inconfessabile che ha lasciato in lui tracce profonde, al punto che quando aveva 18 anni tentò il suicidio. Solo a sessant’anni suonati ha deciso di denunciare il dolore che lo ha accompagnato tutta la vita. Il sacerdote è ancora vivo, ormai anziano, e non ha mai pagato il danno inflitto. “La Chiesa è colpevole – dice Giorgio in questa intervista concessa, per la prima volta in vita sua, mentre la Conferenza episcopale italiana pubblica il suo primo report nazionale sugli abusi – e deve aiutare le vittime”.
Giorgio – il nome è di fantasia – ha 65 anni, tutti vissuti in un piccolo paese del nord Italia. Quando era bambino venne molestato sessualmente da un prete. Un trauma inconfessabile che ha lasciato in lui tracce profonde, al punto che quando aveva 18 anni tentò il suicidio. Solo a sessant’anni suonati ha deciso di denunciare il dolore che lo ha accompagnato tutta la vita. Il sacerdote è ancora vivo, ormai anziano, e non ha mai pagato il danno inflitto. “La Chiesa è colpevole – dice Giorgio in questa intervista concessa, per la prima volta in vita sua, mentre la Conferenza episcopale italiana pubblica il suo primo report nazionale sugli abusi – e deve aiutare le vittime”.
Non ne parlavate a casa?
“Qualcuno forse sì, so di un mio compagno che ne parlò ai genitori e il padre andò dal parroco a dirgli di smetterla, ma era un’eccezione. Le famiglie erano contente di questo giovane parroco molto attivo, erano la generazione della guerra, persone molto riservate. Se avessimo raccontato cosa succedeva, sarebbe stato messo a tacere. Ognuno sapeva che c’era qualcosa che non andava bene, però non se ne parlava. Tra noi ragazzi per lo più ne parlavamo scherzando. Ma in me questa esperienza – l’ho capito ora facendo terapia – ha sviluppato un enorme senso di vergogna”.
Cosa le successe negli anni successivi?
“A quattordici anni sono andato a studiare le superiori in città. E’ stato un periodo bruttissimo per me. Ricordo un giorno in cui ho avuto paura di stare in mezzo alla gente. Avevo sempre enormi problemi di mostrarmi davanti alla classe, la mia autostima in quel tempo era catastrofica, avevo un forte senso di inferiorità. Non dico che fosse solo colpa sua: non ero un ragazzo molto stabile. A 18 anni ho tentato il suicidio. Sono stato ricoverato e i preti che c’erano all’epoca non mi hanno aiutato. Avevo paura degli adulti, e infatti poi sono diventato insegnante: i bambini non potevano farmi male, in classe ero a casa mia, mi sentivo al posto giusto. Non è stato l’unica causa ma una causa dei miei problemi. Quando sei un bambino sei fragile, ti possono distruggere, e se lo fanno in modo sottile e manipolatorio è ancora peggio. Tutto questo l’ho capito a posteriori”.
Quando ha deciso di parlare?
“Nel 2018 sono stato ricoverato alcuni giorni in ospedale per un disturbo uditivo. Stavo lì con la flebo e all’improvviso ho avuto l’impulso: adesso voglio portare quello che ho dentro in superficie. Il disturbo era psicosomatico, è cresciuto in me il coraggio: devo fare qualcosa per me. Mi sono detto: la Chiesa ora deve saperlo, devo dirlo ai colpevoli – e per me la chiesa è colpevole. Devo lasciare la colpa ai colpevoli. Una mia amica conosceva un sacerdote che lavora con le vittime di abuso, mi ha convinto ad andare a parlare con lui. Io tra me e me mi dicevo che quello che avevo subito non era così grave, ma lui mi ha confermato che avevo subito un abuso, e che dovevo curare la mia anima. Per questo ho iniziato una terapia con una psicologa che mi ha aiutato. Adesso mi sento più libero, sono un po’ più forte, più me stesso”.
Ha ancora fede?
“Cerco la verità nella mia vita, ci sono momenti in cui vado in chiesa e mi sento bene, vado volentieri a una messa dove il Vangelo è raccontato bene. Mi fido del sacerdote che mi ha aiutato. C’è anche un padre benedettino che mi segue e di cui mi fido. Ma della Chiesa come istituzione non mi fido molto”.
Secondo lei perché le ci sono voluti così tanti anni per parlare?
“Credo che la Chiesa non fosse pronta a riconoscere questa colpa, e allora anche le vittime non hanno trovato strade per denunciare. Solo lentamente in tutta Europa si è mosso qualcosa, la Chiesa ha perduto la sua onnipotenza, sono iniziati a venire fuori casi. Anche io avevo sentito in televisione che venivano alla luce dei casi del passato, questo sicuramente ha influito sulla mia decisione di parlare”.
Che fine ha fatto quel prete?
“Andò via dopo dieci anni, si trasferì dall’altra parte della provincia. Ha continuato il suo lavoro. Vive ancora, ormai ha 94 o 95 anni. Ho chiesto se conoscono altri casi di vittime e mi hanno detto di sì. Non so se sono stati denunciati. So che lui non è mai stato sanzionato”.
Non ha mai pensato di denunciarlo ai carabinieri?
“No, per me la priorità era risanare la mia anima, non denunciare alla giustizia. Ma la Chiesa come istituzione deve rendere conto. Io sono andato da loro a denunciare, ora loro hanno il dovere di aiutare le vittime. Per me è stato importante avere un aiuto psicoterapeutico, non so se altri vogliono un risarcimento: ma comunque la Chiesa ha il compito di aiutare i sopravvissuti, senza se e senza ma”.