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Suicidio assistito, malato di Parkinson muore in Svizzera: "L'Italia ci nega questo diritto"

Il signor Romano, 82 anni, non ha potuto farlo nel nostro Paese perché, come Elena Altamira, scomparsa ad agosto in una clinica elvetica, non dipendeva per vivere da una macchina. La figlia: "Lui voleva spegnersi nel suo letto". Cappato (associazione Coscioni): "Parlamento inerte, mi autodenuncio"
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MILANO -  "Mio papà ha appena confermato la scelta di morire. Io sono rientrata dalla California, dove questa scelta è legale e dove una persona colpita da una malattia come la sua avrebbe potuto morire in casa, circondata dalla sua famiglia. Spero che presto anche in Italia tutti possano fare liberamente questa scelta". Francesca, in un video diffuso ieri pomeriggio, ha reso pubblica la morte medicalmente assistita in una clinica svizzera di suo padre Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario, toscano residente a Peschiera Borromeo nel Milanese, dal 2020 paralizzato e costretto a letto da un Parkinsonismo atipico.

Ad accompagnarlo all'estero assieme alla moglie è stato Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, che da quasi vent'anni si batte per spingere il Parlamento ad approvare una legge che regoli il "fine vita", come sollecitato due volte dalla Corte costituzionale. "Ho accettato la richiesta d…

MILANO -  "Mio papà ha appena confermato la scelta di morire. Io sono rientrata dalla California, dove questa scelta è legale e dove una persona colpita da una malattia come la sua avrebbe potuto morire in casa, circondata dalla sua famiglia. Spero che presto anche in Italia tutti possano fare liberamente questa scelta". Francesca, in un video diffuso ieri pomeriggio, ha reso pubblica la morte medicalmente assistita in una clinica svizzera di suo padre Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario, toscano residente a Peschiera Borromeo nel Milanese, dal 2020 paralizzato e costretto a letto da un Parkinsonismo atipico.

Ad accompagnarlo all'estero assieme alla moglie è stato Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, che da quasi vent'anni si batte per spingere il Parlamento ad approvare una legge che regoli il "fine vita", come sollecitato due volte dalla Corte costituzionale. "Ho accettato la richiesta d'aiuto di Romano - dice Cappato - per evitargli un accanimento insensato e violento, sollevando i famigliari da conseguenze legali. È indegno per un Paese civile continuare a tollerare l'esilio della morte in clandestinità".

Questa mattina, sabato 26, in una stazione dei carabinieri a Milano, l'ennesima autodenuncia e Cappato: rischia fino a 12 anni di carcere per "aiuto o istigazione al suicidio". Nei giorni scorsi era stato già sentito dai pm del pool milanese guidato dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Cappato è indagato perché ai primi di agosto ha accompagnato a morire, in una clinica di Basilea, Elena Altamira, trevigiana di 69 anni, colpita da un tumore ai polmoni in fase terminale. Anche a lei, come a Romano, mancava uno dei quattro requisiti previsti dalla Consulta che nel 2019, a fronte "dell'inerzia del legislatore", con la sentenza 242 ha depenalizzato l'aiuto al suicidio assistito. Cappato, dopo quella sentenza, tre anni fa è stato assolto nel processo per la morte di Dj Fabo.

Elena e Romano non erano "tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale", ossia non erano "dipendenti da una macchina". Sono stati però fino all'ultimo, come fissato dai giudici costituzionali, "pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli", erano "affetti da una patologia irreversibile", fonte di "intollerabili sofferenze fisiche e psicologiche".

"Mio marito - ha detto la moglie di Romano pochi istanti prima dell'addio - è affetto da una grave malattia neurovegetativa. Gli ha paralizzato completamente gli arti: lo avrebbe portato a breve all'alimentazione forzata. Per questo, a inizio luglio, ha espresso il desiderio di porre fine a questa sofferenza. Dopo un viaggio lungo e molto faticoso siamo stati costretti a venire in Svizzera perché in Italia ancora non esiste un quadro legislativo chiaro sulla scelta del fine vita, che è un dritto fondamentale della persona".

La lotta per la "libertà di scegliere" accomuna migliaia di malati terminali: oltre duemila le richieste d'aiuto quest'anno, il doppio rispetto al 2021. "L'incubo di tutti - dice Filomena Gallo,  dell'associazione Coscioni e legale di Cappato - è non essere più in grado di esprimere una decisione consapevole nel momento del passaggio alla dipendenza da un trattamento di sostegno vitale. La maggioranza muore prima di vedersi riconoscere i requisiti fissati dalla Consulta, che ha offerto al Parlamento la base per una buona legge. L'Italia, per mancanza di volontà politica, accetta così una vera e propria crudeltà: le regole per il fine vita non sono nemmeno citate nel programma del governo".

Nel giugno scorso, grazie alla sentenza costituzionale, il marchigiano Federico Carboni, tetraplegico dipendente da una macchina, ha potuto accedere al suicidio assistito in Italia. Fabio Ridolfi, pure marchigiano, ha optato invece per la sedazione profonda. Altre tre persone, malati terminali accertati dal servizio sanitario nazionale e dai comitati etici, sono in attesa del suicidio assistito: tra loro anche il veneto Stefano Gheller, colpito da distrofia muscolare.

"Ho dovuto rispondere al grido d'aiuto di Romano - dice Cappato - perché come ci ha insegnato Fabiano Antoniani, (Dj Fabo ndr), solo la disobbedienza civile nel nostro Paese può riconoscere legalmente la dignità del fine vita. È una nuova disobbedienza, tesa a far superare le attuali discriminazioni tra persone malate, anche se non tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale". Diversi i disegni di legge che da anni giacciono in Parlamento, presentati anche in estate. Il testo approvato in marzo dalla Camera è fermo però al Senato. Sono così passati quattro anni da quando, per la prima volta, la Consulta ha chiesto invano alle Camere di "intervenire in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale", offrendo "ogni opportuna riflessione e iniziativa".

Molte, anche oggi, le reazioni politiche. Per Alfredo Antoniozzi, vice capogruppo alla Camera di FdI ed esponente della maggioranza del governo Meloni, "il fine vita resta un argomento delicato. L'ultima provocazione di Cappato per l'ennesima eutanasia è eccessiva e nasconde il rischio di una deriva che porta a forme sostitutive di suicidio". Critico anche Jacopo Coghe, portavoce dell'Onlus Pro Vita&Famiglia: "Uccidere - dice - non è un diritto civile". Tra chi nel centrosinistra sollecita invece l'approvazione "al più presto di una legge chiara sul fine vita", c'è Luana Zanella, capogruppo alla Camera dell'alleanza Verdi-Sinistra.