Giornata mondiale contro Hiv e Aids. Claudia Balotta: "Diagnosi in calo ma solo perché si fanno meno test, soprattutto tra le donne. La sfida è ancora aperta"
di Viola Giannoli , di Viola Giannoli"Il trend delle nuove diagnosi di Hiv è in diminuzione da qualche anno, ma guai ad abbassare la guardia: la sfida è ancora aperta e l'aspetto più preoccupante oggi è l'aumento di diagnosi tardive". Claudia Balotta, infettivologa, docente della Statale di Milano, a capo del team che isolò il coronavirus e prima ancora il virus della Sars, commenta così, in occasione della giornata mondiale contro l'Aids, i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità sulle diagnosi di Hiv in Italia, 1770 nel 2021.
Più di un terzo delle persone con nuova diagnosi Hiv la riceve quando ha già i sintomi dell'infezione o di patologie correlate e 8 persone su 10 con Aids hanno scoperto di essere Hiv positive nei sei mesi precedenti. Come mai le diagnosi arrivano così tardi?
"Perché le persone che hanno avuto un rapporto a rischio consapevole o inconsapevole non fanno il test. O, invece di far…
"Il trend delle nuove diagnosi di Hiv è in diminuzione da qualche anno, ma guai ad abbassare la guardia: la sfida è ancora aperta e l'aspetto più preoccupante oggi è l'aumento di diagnosi tardive". Claudia Balotta, infettivologa, docente della Statale di Milano, a capo del team che isolò il coronavirus e prima ancora il virus della Sars, commenta così, in occasione della giornata mondiale contro l'Aids, i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità sulle diagnosi di Hiv in Italia, 1770 nel 2021.
Più di un terzo delle persone con nuova diagnosi Hiv la riceve quando ha già i sintomi dell'infezione o di patologie correlate e 8 persone su 10 con Aids hanno scoperto di essere Hiv positive nei sei mesi precedenti. Come mai le diagnosi arrivano così tardi?
"Perché le persone che hanno avuto un rapporto a rischio consapevole o inconsapevole non fanno il test. O, invece di farlo il prima possibile, lo fanno in ritardo. E non si fa nemmeno all'esordio della propria vita sessuale, quando, soprattutto in presenza di partner che non conosciamo, sarebbe importante uno screening".
Come mai si fanno ancora pochi test?
"Le ragioni sono molte: c'è una resistenza di carattere personale a testarsi. C'è poca informazione e dunque poca consapevolezza della malattia. E c'è ancora uno stigma sociale che circonda questo virus dagli anni Ottanta".
Chi si testa di meno?
"Possiamo ipotizzare le donne. Parlando genericamente sono meno promiscue o pensano di esserlo, hanno rapporti più stabili, hanno più fiducia nel partner che hanno scelto e possono essere meno consapevoli del rischio davanti a un nuovo partner. Molte donne, erroneamente, pensano che il virus non possa toccarle".
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La pandemia ha influito nel "nascondere" i casi?
"Il lockdown iniziale e la maggiore attenzione nei rapporti credo abbiano influito positivamente sulla diminuzione del numero di casi, però la pandemia ha anche certamente spostato l'attenzione sul coronavirus rispetto a tutti gli altri virus e alle infezioni sessualmente trasmissibili".
Cosa significa fare un test in ritardo?
"Trascurare una condizione sulla quale si può intervenire immediatamente ed evitare il deterioramento del sistema immunitario che il virus causa, portando a conseguenze importanti come le infezioni opportunistiche che comportano l'Aids. Mentre i vantaggi di un test fatto in tempo sono enormi: se si risulta positivi è possibile iniziare immediatamente una terapia antiretrovirale che cambia radicalmente la prospettiva. Se il trattamento è avviato precocemente l'aspettativa di vita di una persona è comparabile, a parità di altre patologie, con quella di una persona che non ha l'infezione, a una vita normale".
Perché ancora non c'è questa consapevolezza?
"Perché manca del tutto l'informazione, di Hiv non si parla più. Non si è consapevoli del fatto che se la terapia funziona il virus diventa non rilevabile, il che equivale a dire non trasmissibile. Il positivo, purtroppo, continua ad avere il virus, non essendoci al momento una cura definitiva, ma può avere anche concepire un figlio senza il rischio di trasmettergli l'Hiv. E invece di Hiv non si parla più".
Cosa bisognerebbe fare?
"Bisognerebbe rendere obbligatoria l'educazione sessuale nelle scuole, informare i giovani che hanno una minore percezione del pericolo, incentivare l'uso del profilattico, incentivare i test dopo i rapporti a rischio, far procedere spedita la ricerca sulla sua strada, viste le importanti conquiste degli ultimi anni con terapie che possiamo definire ottimali e di lunga durata. E poi utilizzare eventualmente la PrEP come profilassi (un protocollo medico che previene l'HIV prendendo una compressa prima e dopo aver fatto sesso, ndr)".
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In Italia la PrEp è a pagamento. In Europa ci sono almeno 14 Paesi in cui è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale.
"Dovrebbe esserlo anche da noi, anche se oggi il Ssn non è in buone condizioni. Nel caso in cui si sappia che si avranno rapporti a rischio, indipendentemente dal fatto che andrebbero sempre protetti, almeno si può assumere un farmaco che preserva dalla trasmissione del virus. E' la nuova frontiera, per questo bisognerebbe abbattere lo scoglio del costo".
Lei è la responsabile del Forum di Anlaids, la prima associazione italiana, nata nel 1985, per la lotta all'Hiv. La campagna di quest'anno si chiama 'Hiv: tu cosa fai per sconfiggerlo?'. Ecco, cosa possiamo fare noi?
"Parlarne, proteggere i rapporti, testarsi nelle situazioni in cui si percepisce di aver avuto un potenziale rischio. Meglio un test in più che uno in meno, diciamo noi: ci sono laboratori in tutte le città o autotest da fare a casa al costo di 20 euro".