Da Davide Rebellin a Luca Marengoni, quei ciclisti nudi di fronte ai pericoli che non difende nessuno
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiLa bicicletta accartocciata di Davide Rebellin è un’immagine antica, racconta una morte in strada che questi nostri tempi che pretendono di volare verso il futuro non riescono a impedire. Oppure la bici del quattordicenne Luca Marengoni, travolto da un tram a Milano all’inizio di novembre, o la handbike di Alex Zanardi (lui, sopravvissuto ma a quale prezzo) contro un tir in quella maledetta discesa di due anni fa, sulle colline senesi. I corridori famosi che abbiamo perduto, come Michele Scarponi nel 2017, insieme ai tanti, ai troppi anonimi che quasi ogni giorno muoiono in equilibrio su quelle due sottilissime ruote: 229 vittime nel 2021, quest’anno siamo a 103 ma 32 erano bambini. Una strage terribile e inerme, perché i ciclisti non li difende nessuno, è già tanto se li soccorrono dopo averli investiti.
In Italia abbiamo appena 2400 chilometri di ciclabili urbane: sembrano tanti ma sono quasi niente, perché il ciclista deve comun…
La bicicletta accartocciata di Davide Rebellin è un’immagine antica, racconta una morte in strada che questi nostri tempi che pretendono di volare verso il futuro non riescono a impedire. Oppure la bici del quattordicenne Luca Marengoni, travolto da un tram a Milano all’inizio di novembre, o la handbike di Alex Zanardi (lui, sopravvissuto ma a quale prezzo) contro un tir in quella maledetta discesa di due anni fa, sulle colline senesi. I corridori famosi che abbiamo perduto, come Michele Scarponi nel 2017, insieme ai tanti, ai troppi anonimi che quasi ogni giorno muoiono in equilibrio su quelle due sottilissime ruote: 229 vittime nel 2021, quest’anno siamo a 103 ma 32 erano bambini. Una strage terribile e inerme, perché i ciclisti non li difende nessuno, è già tanto se li soccorrono dopo averli investiti.
In Italia abbiamo appena 2400 chilometri di ciclabili urbane: sembrano tanti ma sono quasi niente, perché il ciclista deve comunque fare lo slalom tra automobili, furgoni, camion, buche, cantieri e ostacoli di ogni genere, non ultima la maleducazione (eufemismo) di troppi automobilisti. Le strade italiane, mediamente, fanno pena. I sindaci non hanno più i soldi neppure per rattoppare l’asfalto. Torino ha disposto il limite dei 30 chilometri all’ora in molti viali e controviali, però troppo spesso la zona ciclabile resta una porzione di carreggiata con una semplice linea a ridurre la porzione destinata alle auto, sempre vicinissime, dunque mortalmente pericolose.
Eppure il ciclista dovrebbe essere tutelato e protetto come una creatura benemerita. Ogni sua pedalata è un atto d’amore verso il pianeta e l’ambiente, dunque verso il domani. Chi va in bici consegna ai bambini di oggi un mondo più pulito domani, almeno in teoria, ma non può pagare questa virtù con la vita. I costi della crisi e le difficoltà di spostamento spingono sempre più persone a scegliere le biciclette, specialmente quelle elettriche: oggi rappresentano quasi il 15 per cento. Giovani e rider si spostano così, è più agile e meno costoso, oltre che molto più salutare: almeno, fino a quando non si va a sbattere, non si cade o non si viene travolti.
La morte del ciclista sembra appartenere al neorealismo dei movimenti umani, quando le strade erano tutte uno scampanellio e pareva di essere nel cuore del gruppo alla Milano-Sanremo, anche se magari si andava a fare il turno di notte alla Pirelli. Quell’Italia non c’è più, ma chi va in bicicletta muore più di prima, e per lui quel “cavallo d’acciaio” è spesso uno strumento di lavoro. Non basta un caschetto per evitare le tragedie e non tutti lo indossano, i più giovani specialmente. Chi va in bici è fragilissimo, come nudo di fronte ai pericoli, una barchetta di carta nell’oceano. Non è raro, purtroppo, che il ciclista urbano accerchiato cerchi strade alternative, contromano o senza dispositivi luminosi, esponendosi a sua volta a un’insidia moltiplicata. In questo gigantesco e drammatico caos, la presenza non ancora regolamentata come si deve dei monopattini rende la strada una giungla dove il ciclista non ha difese.
La morte in sella di un campione, quasi sempre in allenamento e talvolta anche in gara, come accadde a Fabio Casartelli al Tour, porta in prima pagina un’ecatombe quotidiana e trasforma in notizia quella che sta diventando una triste abitudine. Si parla sempre di un diverso modello culturale, si pensa a paesi come la Danimarca o l’Olanda, dove le biciclette sono regine, oppure a certi borghi emiliani, senza fare troppa strada, dove si pedala con orgoglio a dispetto del pericolo. La battaglia ambientale è ormai centrale, grazie soprattutto alla sensibilità profetica dei ragazzi che pretendono, giustamente, un mondo migliore o almeno che non si faccia scempio di questo, l’unico che abbiamo. Ci sono specie animali in via di estinzione per cui è giusto battersi, ma nelle città italiane la vera foca monaca è il ciclista. Per lui, la differenza tra vivere o morire resta una questione di centimetri.