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Ritorno sulla Marmolada, che riapre cinque mesi dopo la strage: "Ma lo sci deve attendere"

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Decine di crepacci in eredità dall'estate. "Per riempirli serve che cada un altro metro e mezzo di neve". Viaggio sulla montagna dove il 3 luglio scorso una slavina ha ucciso undici persone
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PUNTA ROCCA (MARMOLADA) – Crepacci neri tagliano il ghiacciaio bianco, sospeso tra la nebbia che risale le rocce sopra il lago Fedaia e il sole che scende dai 3342 metri di Punta Penia. La cima rosa della Marmolada resta vuota, isolata nel cuore delle Dolomiti, coperta da meno di un metro di neve che nemmeno i dieci gradi sottozero riescono a proteggere dal vento che la spazza via, accumulandola nei canali scavati dalle pietre e dal gelo. Anche questa inedita solitudine forzata, come il permafrost che ormai fatica a sostenere la terra verticale, sta però per finire.

Sono passati cinque mesi esatti dal crollo di una parte della calotta sommitale sotto Punta Rocca, a quota 3269: alla vigilia dell’inverno, il massiccio italiano più alto delle Alpi orientali viene riaperto ad alpinisti e sciatori. Domenica 3 luglio i massi di ghiaccio e l’immensa frana di sassi hanno travolto e sepolto deci…

PUNTA ROCCA (MARMOLADA) – Crepacci neri tagliano il ghiacciaio bianco, sospeso tra la nebbia che risale le rocce sopra il lago Fedaia e il sole che scende dai 3342 metri di Punta Penia. La cima rosa della Marmolada resta vuota, isolata nel cuore delle Dolomiti, coperta da meno di un metro di neve che nemmeno i dieci gradi sottozero riescono a proteggere dal vento che la spazza via, accumulandola nei canali scavati dalle pietre e dal gelo. Anche questa inedita solitudine forzata, come il permafrost che ormai fatica a sostenere la terra verticale, sta però per finire.

Sono passati cinque mesi esatti dal crollo di una parte della calotta sommitale sotto Punta Rocca, a quota 3269: alla vigilia dell’inverno, il massiccio italiano più alto delle Alpi orientali viene riaperto ad alpinisti e sciatori. Domenica 3 luglio i massi di ghiaccio e l’immensa frana di sassi hanno travolto e sepolto decine di escursionisti che scendevano lungo la via normale, precipitando poco sopra i due rifugi, eretti ai piedi della morena riemersa dall’ultima glaciazione. Sono morte undici persone, otto i feriti: irripetibili coincidenze fortunate, il coraggio e la generosità dei soccorritori, hanno scongiurato un bilancio ancora più tragico.

Da allora il versante nord della montagna, in territorio trentino, è rimasto inaccessibile zona rossa: troppo alto il rischio di altri crolli degli incombenti seracchi aperti da mesi di siccità, settimane di temperature sempre sopra zero, torrenti di scioglimento che hanno formato un lago sommerso, scollando il ghiaccio dalla roccia. Dopo la sciagura, per la prima volta dalla fine della prima guerra mondiale, la scorsa estate e nell’autunno sulla Marmolada hanno camminato solo i camosci. Il gelo è infine tornato, l’acqua si è ritrasformata in una densa gelatina prima e quindi in solido ghiaccio. Rocce, detriti e ghiaioni sono di nuovo fissi, cristallizzati dal freddo. “Con queste condizioni – dice Giovanni Bernard, sindaco di Canazei – tenere chiusa l’intera montagna non ha senso”. Grazie alla sua ordinanza, a un accordo tra Veneto e Trentino, alla pressione del comune di Rocca Pietore, proprietario del versante Sud da cui sale la funivia, siamo così a primi a rimettere i piedi sul maledetto ghiacciaio in agonia: a scendere con gli sci nella neve fresca, lungo i dodici chilometri e i 1823 metri di dislivello della pista che collega la vetta con il fondovalle di Malga Ciapela.

“Abbiamo sperato invano - dice Stefano Sorarù, da quarant’anni in quota sul gatto delle nevi – di aprire funivia e pista questo fine settimana. Per riuscirci serve un altro metro e mezzo di neve: se il cielo ci aiuta la Marmolada aperta sarà il nostro regalo di Natale”. La discesa sugli sci, a est del vallone sconvolto dal collasso di luglio, chiarisce le ragioni. Sul ghiacciaio centinaia di crepacci restano aperti e scoperti. L’estate più calda da un secolo, dopo un inverno asciutto, ha allargato le fessure storiche, aprendone di nuove. La prima neve non è bastata per colmarle e per chiuderle. “La fusione si è interrotta – dice il glaciologo Cristian Ferrari – ma i seracchi restano instabili. In inverno i crolli sono improbabili, non impossibili. Il caldo eccezionale dell’estate ha consumato lo strato gelato che in media scompare in otto stagioni. Anche il ghiacciaio della Marmolada è allo stremo: sciare fuori pista, prima che si accumulino alcuni metri di neve fresca, significa rischiare la vita”.

L‘ordinanza che ha riaperto la montagna impone così limiti severi. “Le lingue di ghiaccio attorno alla calotta precipitata – dice Raffaele De Col, capo della protezione civile del Trentino – restano chiuse e in zona rossa. Per gli scialpinisti che risalgono dal basso con le pelli, l’accesso ai versanti è libero, come sempre a proprio rischio e pericolo. Per gli sciatori che arrivano in vetta in funivia c’è invece l’obbligo di non uscire dalla pista battuta. I rifugi Pian dei Fiacconi e Capanna Ghiacciaio resteranno chiusi: dovranno essere spostati e ricostruiti fuori dalla traiettoria di altri possibili crolli. Entro l’estate la via alpinistica normale per Punta Penia seguirà un nuovo tracciato, disegnato dalle guide nei prossimi mesi”.

Per gli scienziati questo ghiacciaio, ridotto da 450 a meno di 140 ettari in poco più di un secolo, sparirà entro il 2050. “Già oggi però – dice Eric Scussel, una vita lungo i tre tronchi della funivia aperta nel 1967 – è irriconoscibile. Ricordo un mare unico e profondo al punto da rendere dolce il pendio: prima delle nevicate restano piccole chiazze gelate ai piedi delle rocce in ombra, il versante scoperto è fessurato e verticale”. Sugli sci, dopo il primo dosso che proietta verso un largo crepaccio riempito dai battipista, l’inclinazione ora sfiora così i 30 gradi e i gattisti scendono assicurati al verricello. Ogni anno lo spessore si assottiglia di 2 metri: ne restano una trentina. “Presto il pericolo – dice Maurizio Dellantonio, capo nazionale del Soccorso alpino – qui saranno le valanghe. La pista, a ridosso della cresta e protetta dalle rocce, è sicura: i versanti sono invece sempre più esposti. La colata, scavata in luglio dal crollo di parte della calotta, è ancora più fragile. Gli impiantisti dovranno scoraggiare il free ride con le reti, esponendo chiari cartelli di divieto”.

A preoccupare sono gli sciatori che, da Malga Ciapela o deviando dal Sellaronda, si apprestano a salire in vetta con la funivia solo per il brivido di uno dei fuoripista più spettacolari delle Alpi. Difficile distinguere i discesisti dagli scialpinisti. “I free riders sono oltre la metà del totale – dice Patrick Pomarè, direttore dell’impianto – e non possiamo schierare l’esercito per fermarli. Faremo il massimo per ostacolare l’uscita dal tracciato e avvisare del pericolo: solo la responsabilità personale questa volta può proteggere ciò che resta del ghiacciaio e scongiurare nuove tragedie”.

La prima discesa dopo la strage contribuisce a spiegarne le cause, circoscritte all’accelerazione del surriscaldamento climatico. A quota 2700, per un centinaio di metri, la roccia ancora occupa la pista solcata da crepacci. I cannoni che sparano neve artificiale sono saliti sempre più in quota, fermandosi però a 2500. Impossibile oggi, dove un tempo si sciava anche in estate su neve naturale, produrre d’inverno fiocchi programmati in quantità tale da coprire le pietre e chiudere fessure larghe oltre un metro. “Anch’io – dice Luca Toldo, gestore del rifugio Capanna Ghiacciaio – sono vittima della natura che distruggiamo. Dopo il 3 luglio ho dovuto chiudere: avevo debiti, mi hanno promesso aiuto e invece mi hanno lasciato solo. Scopro dai giornali che il mio rifugio sarà demolito”.

A rischio, con il ghiaccio della Marmolada, l’intera economia turistica del Bellunese. “Viviamo qui grazie alla neve di questa montagna – dice Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore – Senza di lei torneremo ad emigrare e le valli alpine diventeranno un deserto: a qualcuno interessa?”. Servono quaranta minuti per sciare tra il vento freddo di Punta Rocca e le foreste calde ai piedi del vallone di Antermoja. Tutto spiega perché a inizio estate il ghiacciaio è collassato: perché conoscere luogo e istante del crollo fosse impossibile, ma prevedere un prossimo distacco fosse elementare. Il primo ritorno in una Marmolada sconvolta, con il pensiero a chi cinque mesi fa l’ha abbracciata con il suo ultimo sguardo, conferma che presto, giorni così belli e pesanti di rimpianto, non sorgeranno più.