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"Non hanno più voglia di vivere", la guerra in Ucraina porta in Italia la sindrome da rassegnazione dei bambini

Colpisce i ragazzini in fuga dalla guerra. Dopo il caso del piccolo Samir, cresce il numero dei giovanissimi che si isolano e smettono di parlare, nutrirsi e interagire col mondo. La psicologa Maria Pontillo del Bambino Gesù: "Succede soprattutto ai piccoli profughi ucraini: serve un sostegno psicologico, prima ancora della cittadinanza" 
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Ricorda la storia di Arhon Appelfend lo scrittore ebreo scampato alla Shoa e del suo "Il ragazzo che voleva dormire". Stessa età, 17 anni, stessa storia di fuga dalla guerra. Oleg (nome di fantasia) però al contrario di Erwin, il protagonista del libro, non vuole dormire, ma si rifiuta di parlare e di mangiare. Arrivato in Italia nel marzo 2022, dopo esser fuggito dalla guerra in Ucraina, il giovane soffre della sindrome da rassegnazione. Un disturbo provocato da una sofferenza talmente grande da "spegnere" il cervello e far ritirare l'individuo in se stesso. La patologia era già venuta alla luce negli 2007 in Svezia, dove alcuni rifugiati siriani e della ex Jugoslavia, a cui era stata negata la cittadinanza, erano caduti in un sonno profondo e duraturo.

La sindrome da rassegnazione arriva anche in Italia

Con la guerra russo-ucraina alcuni casi hanno cominciato ad arrivare in Italia e sono stati intercettati dal servizio di Neuropsichiatr…

Ricorda la storia di Arhon Appelfend lo scrittore ebreo scampato alla Shoa e del suo "Il ragazzo che voleva dormire". Stessa età, 17 anni, stessa storia di fuga dalla guerra. Oleg (nome di fantasia) però al contrario di Erwin, il protagonista del libro, non vuole dormire, ma si rifiuta di parlare e di mangiare. Arrivato in Italia nel marzo 2022, dopo esser fuggito dalla guerra in Ucraina, il giovane soffre della sindrome da rassegnazione. Un disturbo provocato da una sofferenza talmente grande da "spegnere" il cervello e far ritirare l'individuo in se stesso. La patologia era già venuta alla luce negli 2007 in Svezia, dove alcuni rifugiati siriani e della ex Jugoslavia, a cui era stata negata la cittadinanza, erano caduti in un sonno profondo e duraturo.

La sindrome da rassegnazione arriva anche in Italia

Con la guerra russo-ucraina alcuni casi hanno cominciato ad arrivare in Italia e sono stati intercettati dal servizio di Neuropsichiatria dell'età evolutiva dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma. "Sono bambini che non rispondono agli stimoli vitali - racconta la dottoressa Maria Pontillo che li ha in cura - Bisogna esser molto cauti perché i sintomi sono molteplici: dal mutismo, al rallentamento, alla difficoltà ad alimentarsi e ad espletare le funzioni fisiologiche; solo nei casi più estremi si può riscontrare coma o ipersonnia come in Svezia". La malattia è una fattispecie del disturbo post traumatico da stress ed è strettamente legata alle esperienze di guerra vissute oltre al fatto che colpisce soprattutto i più giovani proprio per la loro minore capacità di resilienza al dolore.

Se ne parla poco

"I casi sono ancora pochi anche perché se ne parla poco, non abbiamo dati scientifici perché il campione è ancora piccolo" prosegue la psicoterapeuta del Bambino Gesù che già negli anni passati aveva curato Samir, un piccolo profugo siriano con continui colpi di sonno e ritiro sociale e che oggi ha in cura anche altre due vittime della guerra. Due gemelli russi di 17 anni con vulnerabilità psichiatrica, difficoltà sociale e relazionale. "Le loro cartelle sono incredibilmente speculari - spiega Pontillo - con sintomi di chiusura, scarsa risposta agli stimoli, rifiuto della scuola, probabilmente dovute al senso di smarrimento e di incertezza sul futuro".

In tutti i pazienti il nodo è quello della guerra e i ricordi collegati: fuga dalle bombe, rumore degli spari, sparizione dei genitori. Non è un caso se in letteratura se ne trovano esempi nei detenuti in campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. "L'esperienza di essere cacciati in una fase cruciale della crescita - prosegue la psicologa - di aver vissuto in terra di origine il rischio di incolumità ha un'influenza drammatica su questi ragazzini che poi rimangono vulnerabili per tutta la vita".

Il sostegno psicologico prima della cittadinanza

E dunque come intervenire non solo con i profughi ucraini ma con i giovani migranti reduci da traversate infernali, violenze, minacce? "Tra i servizi che diamo quando facciamo accoglienza - suggerisce Pontillo - andrebbe previsto un sistema di monitoraggio psicologico e una continua comunicazione tra le associazioni e gli ospedali di terzo livello come il nostro". Molto spesso il problema non emerge perché nessuno dei familiari è in grado di riconoscere i sintomi, i rifugiati hanno mille problemi, una scarsa preparazione e vite rocambolesche.

"Io non condivido nemmeno - chiosa la dottoressa - la 'soluzione' propugnata dalla Svezia di fornire il documento di soggiorno o di cittadinanza. Si tratta di traumi psicologici per i quali è imprescindibile l'intervento di elaborazione postraumatico condotto dallo psicologo e la riabilitazione medica e solo successivamente l'integrazione sociale".