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Abusi nella Chiesa, la suora all'origine dell'inchiesta francese: "Anche in Italia serve una commissione indipendente"

La religiosa Véronique Margron risponde alle perplessità espresse dai vescovi italiani. “Dire a una vittima che la risposta ad ogni peccato è la misericordia è profondamente inappropriato perché la persona non è stata vittima di un peccato, ma di un crimine”
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I pregiudizi non ce li hanno gli altri, “i pregiudizi ce li abbiamo noi”: suor Véronique Margron è la donna all’origine della commissione indipendente che ha scoperchiato la crisi degli abusi sessuali in Francia con un’inchiesta che ha suscitato perplessità tra i vescovi italiani. La religiosa domenicana difende però il metodo adottato Oltralpe, e spiega quali possono essere le trappole di un’analisi che non si affida ad uno sguardo esterno.

“Noi abbiamo deciso di dare vita ad una commissione indipendente, guidata dal giudice Jean-Marc Sauvé, per diversi fattori”, spiega la teologa a capo della Conferenze dei religiosi e delle religiose di Francia, in questi giorni a Roma. “Bisogna ricordarsi che in Francia erano i tempi del caso Preynat, denunciati dalla prima grande associazione di vittime, La parole liberée, che faceva una pressione mediatica, necessaria, che ha avuto un ruolo. Il tema cominc…

I pregiudizi non ce li hanno gli altri, “i pregiudizi ce li abbiamo noi”: suor Véronique Margron è la donna all’origine della commissione indipendente che ha scoperchiato la crisi degli abusi sessuali in Francia con un’inchiesta che ha suscitato perplessità tra i vescovi italiani. La religiosa domenicana difende però il metodo adottato Oltralpe, e spiega quali possono essere le trappole di un’analisi che non si affida ad uno sguardo esterno.

“Noi abbiamo deciso di dare vita ad una commissione indipendente, guidata dal giudice Jean-Marc Sauvé, per diversi fattori”, spiega la teologa a capo della Conferenze dei religiosi e delle religiose di Francia, in questi giorni a Roma. “Bisogna ricordarsi che in Francia erano i tempi del caso Preynat, denunciati dalla prima grande associazione di vittime, La parole liberée, che faceva una pressione mediatica, necessaria, che ha avuto un ruolo. Il tema cominciava a far parte del dibattito pubblico nella Chiesa, cosa che non avveniva dieci anni prima. Inoltre abbiamo ricevuto testimonianze di persone che non conoscevamo ed erano stati vittime di religiosi. C’è stata, insomma, una somma di eventi. Ci siamo messi a ragionare, dapprima nella conferenza dei religiosi, su cosa avremmo dovuto fare. All’inizio abbiamo pensato di fare formazione per i superiori maggiori, poi velocemente ci siamo convinti che era necessario collaborare con altri perché molti di noi si accorgevano che saremmo stati presto subissati di denunce. Abbiamo riunito magistrati, giuristi, psicologi, sociologi, antropologi e durante una riunione, alla quale ha partecipato anche il segretario generale della conferenza episcopale, ci siamo posti la questione: cosa fanno le istituzioni che hanno dovuto affrontare delle crisi di fiducia? C’erano rappresentanti di un’impresa farmaceutica che ha messo sul mercato una medicina che ha provocato la morte di alcune persone, rappresentanti dell’esercito, che in Francia è stato accusato di molestie morali e sessuali, persone che avevano lavorato in un campo per rifugiati dell’Onu dove si erano verificati casi di prostituzione forzata. Ascoltando tutte queste persone è risultato chiarissimo che la sola cosa che potevamo fare era nominare una commissione indipendente e darle i poteri per non essere noi al tempo stesso giudice e parte. Non potevamo ritrovare la fiducia perduta indagando noi stessi, bisognava per così dire dare le chiavi a un presidente o a una presidente che organizzasse la commissione come meglio ritenesse, limitandosi a darle una una road map e una scadenza. Il presidente della conferenza episcopale dell’epoca, monsignor George Pontier, si è convinto molto velocemente dell’opportunità di questa scelta. Quel che ci ha convinto, insomma, è stato ascoltare le altre istituzioni dire che avremmo – forse! – ritrovato la fiducia lasciando lavorare gente competente, totalmente indipendente, della cui indipendenza e competenza nessuno potesse avere dubbi”.

L’obiezione che viene sollevata è che una commissione indipendente, composta da persone che magari non fanno parte della Chiesa cattolica, non sarebbe capace di capire la Chiesa cattolica, potrebbe addirittura avere pregiudizi ostili…

“Al contrario, i pregiudizi li abbiamo noi. Perché possiamo essere troppo duri, per dimostrare che siamo liberi e che non vogliamo fare compromessi, o possiamo essere totalmente compiacenti. Siamo noi che abbiamo un filtro, per forza di cose. Quando invece si affida questo genere di lavoro ad un professionista, che per definizione non fa parte dell’istituzione, farà un lavoro indipendente perché è il suo rigore scientifico che lo obbliga. Questa era la questione: avere un gruppo di persone nominate dal presidente in ragione della loro competenza e non dell’appartenenza ecclesiale o della non appartenenza ecclesiale”.

Lei pensa che l’appartenenza ecclesiale possa rendere ciechi sugli abusi?

“Sì certo perché può introdurre un filtro. Le faccio un esempio: ci siamo resi conto, grazie alla commissione, di quanto può essere manipolato il linguaggio spirituale al servizio degli abusi. Dire a una vittima “ma guarda che bisogna perdonare”, senza realizzare che quello di cui questa persona è stata vittima è un crimine, dire “la risposta ad ogni peccato è la misericordia”, sono parole che si capiscono nel nostro linguaggio, ma sono profondamente inappropriate, perché la persona non è stata vittima di un peccato, ma di un crimine. Era necessaria questa distanza. Le dico un’altra cosa: nella società francese ci sono movimenti molto contrari alla Chiesa, c’è una forte corrente laica, persino anticlericale, ma nessuno di questi movimenti anticlericali, nessuno, si è servito dei risultati della commissione Sauvé per prendersela con la Chiesa, assolutamente nessuno. Questa cosa mi ha colpito, perché vuol dire che è stato riconosciuto il rigore di quel lavoro, la sua indipendenza, direi anche il coraggio di guardare la realtà in faccia: e non siamo noi che possiamo farlo, perché abbiamo degli occhiali che non possiamo toglierci dato che fanno parte della nostra fede, della nostra formazione, della nostra cultura”.

Perché avete deciso, come altri episcopati, di fare un’indagine sulla storia, anche anni molto lontani, quando c’era una mentalità diversa, quando c’erano persone che non sono più in carica o anche non sono più vivi?

“Alcune vittime di padre Preynat erano stata abusate prima degli anni Ottanta, negli anni Sessanta, Settanta. Sappiamo bene che la prescrizione esiste, la giustizia penale non poteva più intervenire, ma il primo atto di giustizia è cercare di fare la verità. Abbiamo deciso di risalire fino agli anni Cinquanta e non prima, perché la seconda guerra mondiale ha creato una frattura, e non c’erano più testimoni. Ma la profondità storica è necessaria. Dall’analisi della commissione indipendente si vede chiaramente che gli anni 50-70 sono molto particolari, perché in questo momento in Francia la Chiesa era dappertutto, era l’attore sociale dominante, tutti passavano dalla Chiesa in un modo o in un altro ed è in quegli anni che si ha il maggior numero di aggressioni, legato in particolare all’ambito scolare e parrocchiale. Va poi detto che le vittime che hanno subito abusi molti anni fa nella loro carne sono ancora vittime: anche questo abbiamo imparato ascoltando le persone, le vittime di fatti antichi sono vittime di oggi perché il trauma, almeno per molti, è ancora presente, a volte addirittura più violento a 85 anni di quanto non lo sia stato a 40 anni, quando c’era una forma di amnesia traumatica.

E perché avete deciso di fare proiezioni statistiche, che hanno portato a pubblicare il numero di 216mila vittime in 7 anni, cifra che è diventata molto famosa?

“L’inchiesta sulla popolazione generale è la commissione Sauvé che l’ha decisa, noi non siamo intervenuti nel modo di lavorare della commissione. Hanno fatto inchieste storiche, archivistiche, socio-antropologiche sul terreno, laddove emergeva ad esempio che in alcuni luoghi c’era una concentrazione di abusi. Penso che il motivo, molto ragionevole, fosse la convinzione che era necessario fare un rapporto tra il numero di aggressioni avvenute nella Chiesa e il numero di aggressioni avvenuto nella società francese nel suo complesso, altrimenti non si sa bene di cosa stiamo parlando in termini socio-demografici. E la vera cifra, che non bisogna dimenticare, è cinque milioni: cinque milioni di persone, ancora vive, sono stati vittime di abusi sessuali all’epoca in cui erano minorenni nella società sessuale negli ultimi 70 anni. Tra questi cinque milioni, 200mila circa sono stati vittima di preti o religiosi. E questa cifra, quando lo si rapporta ad esempio alla cifra dei Paesi Bassi, sembra un po’ al di sotto. Non solo, quando ascolti le vittime ancora oggi, come capita a me, a volte ci si domanda se in realtà la cifra non sia superiore. Penso che questa cifra, che eraltro è stata controllata rigorosamente anche dall’istituto nazionale di statistica, purtroppo empiricamente si sa che è vera”.